Da quest'estate, Cortina offre un nuovo terreno di gioco agli appassionati dell'arrampicata sportiva: la falesia di Rio Gere. Essa ha già una storia. I primi tiri sull'enorme masso a lato del bosco di larici verso il Passo Tre Croci, nei pressi della pista sciistica dismessa che da Faloria scendeva a Cortina, infatti, furono attrezzati ad inizio anni '90 dallo Scoiattolo Diego Ghedina Tomasc. Ghedina aveva intravisto lassù la possibilità di aprire una nuova area d'arrampicata nel territorio d'Ampezzo. Quando però scoprì un'altra attraente fascia rocciosa, i Crepe d'Oucera bassi, che studiò ed attrezzò dal primo all'ultimo ancoraggio con passione costante e convinta, abbandonò il progetto. Da allora è passato quasi un ventennio, e di recente due Scoiattoli hanno deciso di rivalutare la zona: si tratta degli espertissimi Massimo Da Pozzo e Bruno Sartorelli, che hanno sistemato tutti i vecchi tiri del Tomasc. Oltre a questo, gli Scoiattoli hanno aperto sulla falesia molte nuove linee di salita, con una gran prevalenza di tiri lunghi fino a 40 m. e strapiombanti. Grazie a loro, Cortina guadagna una nuova palestra a pochi chilometri dal centro, ideale per sfuggire il caldo estivo (siamo a quasi 1700 m.) e dove l'allenamento è garantito!
Cronache, curiosità, racconti, recensioni, ricordi, segnalazioni e altro sulla Montagna, in primo luogo le Dolomiti d'Ampezzo, ma non soltanto quelle
lunedì 3 agosto 2009
sabato 1 agosto 2009
Oggi lo spigolo del Sas de Stria compie 70 anni
Nelle nostre avventure in montagna sceglievamo spesso lo spigolo sud-est del Sas de Stria, sull'appuntita cima che domina il Passo Falzarego. Lo via sullo spigolo compie proprio oggi 70 anni. Aperta l'1/8/1939 da Luigi Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti di Vicenza, segue lo spigolo fino al salto finale, dove s'innesta in un itinerario meno impegnativo di Von Saar (1908), e per esso esce in cima. Sicura per la presenza di numerosi chiodi fissi, la via Colbertaldo è molto frequentata, specialmente nelle mezze stagioni da scuole di roccia e scalatori in allenamento. Per giungere all'attacco bastano venti minuti dalla strada del Passo Valparola, e per scendere si segue la “via normale”, un sentiero senza quasi difficoltà. Dal 1977 (quando lo salii per il mio 19° compleanno) al 1993, ho scalato lo spigolo almeno una dozzian di volte, con gioia e assaporando una classica delle Dolomiti, che offre situazioni diverse su roccia compatta in un ambiente superbo. Nel 1987, colto da un malore misterioso, feci un volo lungo la via che avrebbe potuto avere gravi conseguenze, e invece mi costò solo un grosso livido e un paio di pantaloni da buttare. Nel 1993 vi condussi un amico che penso non avesse mai arrampicato. Giunti in vetta, ero convinto che - vista la bella giornata e la salita rilassata - l'amico fosse contento, e mi aspettavo un apprezzamento sulla via che avevo voluto fargli conoscere. Con aria di sufficienza, invece, brontolò che una scalata con cui si raggiunge una cima dove la massa sale a piedi spesso in scarpe da tennis, spesso pranza schiamazzando e magari si lascia dietro rifiuti, per lui non aveva gran senso. Forse anche un po’ rattristato da questa risposta, da allora non ho più salito lo spigolo del Sas de Stria!
venerdì 31 luglio 2009
Una domenica di settembre in mezzo al vento e alle nuvole, mentre minacciava la pioggia
Una grigia domenica di settembre del 2008, siamo tornati su una cima dove, in effetti, gli escursionisti sono rari. È il Monte Popena, storica palestra di roccia di Misurina inaugurata nell'estate del '26 da Casara e ancora oggi praticata, per gli itinerari di ogni difficoltà che offre. L'accesso si risolve in una scarpinata lungo una mulattiera di guerra: 480 m. di dislivello, che richiedono un’ora e mezzo dall'automobile. Da Misurina ci s'interna in un bosco accidentato e tranquillo, salendo verso un ghiaione. Qui il sentiero diventa più ripido e franoso, sfiora le rocce, lascia a sinistra la slanciata Guglia Giuliana e per un bel canale erboso esce sullo schienale della cima. Provvidenziali ometti orientano in mezzo ai mughi fitti, e con essi si raggiunge il culmine, che domina il lago e le cime del sottogruppo del Piz Popena. Su tutte, magnifico, il Cristallino. Le vie del Popena finiscono sul bordo della parete che guarda Misurina, e a chi arrampica di solito preme scendere subito a valle, più che attardarsi su una vetta “da capre”. Sulla cima c’è una rudimentale croce, di solito l'altopiano sommitale riceve tanto sole, ed è bello soffermarvisi godendo di una pace esclusiva. Sul Popena, i cacciatori e i pastori di Auronzo salirono certamente in tempi antichi: è strano che la parete sia stata attaccata solo nel 1926 dal vulcanico Casara, che superò lo stretto camino all’estrema sinistra. Su quelle rocce gialle e grigie si sono cimentati negli anni Mazzorana, i lecchesi, Alverà e Apollonio, Lacedelli e Lorenzi, Molin, Cipriani. Oggi lo spazio roccioso per altre scoperte si è ristretto al minimo e la montagna è stata quasi retrocessa a falesia. L'anno scorso la giornata era grigia e fredda, e in cima sostammo solo un quarto d'ora in mezzo al vento e alle nuvole, mentre minacciava la pioggia, "nel silenzio più teso".
lunedì 27 luglio 2009
Proposta per conoscere una chiesetta isolata e silenziosa
40 km a nord di Cortina c'è una chiesetta; se non è la più alta del Sudtirolo, è posta comunque molto in alto, e merita una visita da chi ama camminare in luoghi silenziosi. È San Silvestro in Monte, a 1912 m d'altezza sulle pendici dello Strickberg, fra Dobbiaco e San Candido. L'ubicazione di questo santuario lungo la boscosa Val San Silvestro, che da Dobbiaco sale al crinale di confine, è stata riconosciuta dagli archeologi come un bastione preistorico. Non è escluso che la chiesa possa essere stata costruita su un luogo sacrificale di pastori pretedeschi. San Silvestro in Monte sorse intorno al 1150; ampliata nel 1440, fu riconsacrata nel 1441 e dotata di indulgenze nel 1455 dal cardinal Cusano. La costruzione, con il campaniletto a lato della facciata, è pittorescamente aggrappata ad un erto colle boscoso, e si raggiunge in mezz'ora da Malga San Silvestro, posta a 1820 m nel centro di un vasto alpeggio, alla quale si sale a sua volta dal parcheggio 4 km a nord di Dobbiaco con una piacevole camminata di un'ora e mezzo. La tecnica costruttiva protoromanica è conservata in questa chiesetta con esemplare purezza. Il ciclo pittorico di scuola brissinese - forse del "Meister von Klerant" – fu dipinto nel 1450-1460. Sull'intradosso dell'arco del coro appaiono i Santi Pietro e Paolo, Ingenuino e Alboino, mentre sull'estradosso alcuni angeli reggono il sudario: l'abside è ricoperta di interessanti affreschi. Nel 1786 Giuseppe II fece sconsacrare San Silvestro, poi abbandonata per oltre un secolo. Nel 1898 fu ripristinata ed il pittore Alfons Siber di Hall, non solo restaurò gli affreschi ma li completò magistralmente, tanto che nei restauri del 1986 spesso non si è potuto distinguere quanto apparteneva allo strato pittorico originario e quanto invece fu dipinto da Siber. Nel 2003 la chiesetta è stata nuovamente restaurata ed ora può essere meta di una rilassante camminata nei boschi della Valle: l'ambiente è poco frequentato, rilassante, meditativo.
giovedì 23 luglio 2009
La montagna più bassa dello stivale?
Quest'anno credo di essere salito sulla cima meno alta d'Italia. Non ne posso essere assolutamente certo, poiché ignoro se esista una statistica delle italiche elevazioni montane, ma i 116 (centosedici) metri sul livello dell'Adriatico ai quali si erge il Colle dell'Eremita rappresentano di sicuro un curioso primato. Ovviamente non si tratta di una montagna stricto sensu, ma solo del vertice della splendida isola di San Domino, la più frequentata dell'arcipelago delle Tremiti, di fronte al promontorio garganico. Dal gregge di case del Villaggio San Domino, con una comoda camminata di tre quarti d'ora si raggiunge il culmine del Colle, prima per una strada lastricata e poco trafficata che solca la pineta di San Domino, e poi per una comoda sterrata, che ci è rimasta impressa essendo ornata sino in vetta di ... una lunga serie di lampioni degni di un marciapiede cittadino. L'elevazione del Colle, piatta e coperta di bassa macchia mediterranea, ospita i pochi muti resti della presunta Cappella dell'Eremita, unico relitto storico di San Domino, e schiude un'eccellente visione delle isole circostanti e della più lontana costa pugliese. Ricordo il Colle perché, a metà dello scorso giugno, giungemmo lassù con una certa soddisfazione nel tardo pomeriggio del nostro secondo giorno di vacanza a San Domino (come si sa, noi cerchiamo sempre le montagne anche in mezzo al mare ...), e la sensazione di stare sulla cima più bassa dello stivale fu per noi quasi straniante.
lunedì 20 luglio 2009
Ventisei anni fa, in vetta al Col Rosà
Domenica 23 ottobre 1983. Venerdì ho passato l'esame di diritto amministrativo, e sono tornato subito fra i monti per onorare come si deve il mio piccolo successo. Una settimana fa, per sfuggire alla tensione dell’esame imminente, ho salito da solo la ferrata “Strobel” della Punta Fiames: oggi voglio starmene in zona, per salire anche la “Bovero” sul Col Rosà. Da solo, per necessità ma anche perché qualche volta è pure meglio. Zaino leggero e tuta, in autobus sino a La Vera, poi a Fiames a piedi: entro nel bosco e poco dopo - per il comodo, ombroso sentiero di Val Fiorenza – esco in Posporcora. L’aria è quella limpida e frizzante di un bel mattino d'autunno: niente freddo, il silenzio è magico. Supero l’erto pendio che porta alla ferrata, e all'attacco incontro tre veneti, tra cui una bella ragazza. Scambio due parole, ho quasi fretta, la cima mi attende. Un tratto in libera, e solo sulla famosa traversata aggancio i moschettoni: assaporo la grande esposizione di quei cinque metri ben attrezzati, in breve sono fuori e salgo rapido fino ai mughi sotto la vetta. Passo le ghiaie, corro lungo il camino con gli scalini di guerra e sono in cima, mentre il campanile annuncia mezzogiorno. Non c’è nessuno: una brezza fresca, un sole slavato, un grosso gracchio che attende la colazione ed io. E’ la giornata in cui sto apprezzando di più l’isolamento di una cima, così battuta in alta stagione: immagazzino più che posso il panorama circostante, l’emozione di essere lassù, dominare la vetta e stare bene, in equilibrio e in pace con me e con la natura. Sul terrazzo di vetta, esposto sulla parete che guarda Fiames, riesco persino a farmi una dormitina. Non vorrei scendere, e rifletto sulla possibilità di stare quassù, vivendo di alberi, animali, sole e vento. D’improvviso, un refolo rabbioso mi risveglia da quella quiete: a casa mi aspetta il “Liebman”, il famigerato manuale di Procedura Civile...
giovedì 16 luglio 2009
Bortolin Zuchin e il suo camino
E' ricorso di recente il centenario di una via che, ai suoi tempi, fece una certa fortuna ma poi è stata dimenticata a vantaggio di altre avventure più comode, su roccia migliore, più atletiche e via discorrendo. Si tratta del “Camino Barbaria”, che incide per 200 metri la parete N del Becco di Mezzodì, proprio in faccia al Rifugio Croda da Lago. L’ombroso condotto, valutato oggi di buon IV, fu salito il 19 agosto (non il 2 settembre, come riportano diverse pubblicazioni!), dagli alpinisti veneti Francesco Berti e Ludovico Miari, con le guide Bortolo Barbaria "Bortolin Zuchin" e Giuseppe Menardi "Bepe Berto". Barbaria, figlio e padre di guide ed esperto di camini dolomitici, aveva a quel tempo 35 anni, e lo trova attivo sulle montagne almeno fino al 1939, quando – sessantaseienne – risulta che salì la via normale del Piz Popena con un cliente. Giuseppe Menardi Berto, invece, di anni ne aveva 39, fu in esercizio fino allo scoppio della guerra, quando venne richiamato, e terminò i suoi giorni in un ospedale militare quattro anni dopo. Seconde salitrici del camino, il 31 luglio 1909, saranno le baronesse ungheresi Ilona e Rolanda von Eötvös, con gli inseparabili Antonio Dimai e Agostano Verzi. Non ho notizie della prima solitaria e della prima invernale, se mai sono state effettuate. Della via ho una bella testimonianza di mio padre, che provò il “Barbaria” nel 1942 con un collega, ma dovette ritirarsi per il freddo pungente. Il camino, che ha compiuto da poco un secolo, ricorda una brava guida dell’epoca d’oro dell’alpinismo ma non è mai divenuto una classica delle nostre crode.
Il CAI Cortina in televisione
Il CAI, Sezione di Cortina, ricorda che la puntata in onda giovedì 13 agosto alle 20.00 (repliche: venerdì 14 alle 22.40, sabato 15 alle 14.10) del programma "QUI CORTINA", curato dall'emittente Telequattro (visibile a Cortina sul canale 61), sarà interamente dedicata al CAI, al Rifugio Croda Lago-Gianni Palmieri ed alla corona di montagne che lo circondano.
La puntata è stata registrata al Rifugio stesso giovedì 16 luglio, dalla curatrice del programma Viviana Facchinetti: sono intervenuti tre consiglieri della Sezione ampezzana del CAI, che hanno parlato di storia, sentieri, attività del Club Alpino.
La puntata è stata registrata al Rifugio stesso giovedì 16 luglio, dalla curatrice del programma Viviana Facchinetti: sono intervenuti tre consiglieri della Sezione ampezzana del CAI, che hanno parlato di storia, sentieri, attività del Club Alpino.
mercoledì 15 luglio 2009
19 agosto 1909 - 19 agosto 2009: ricordo di un giovane fassano e di un'intrepida boema
3 agosto 1922, una bella giornata della quarta estate postbellica. Quattro uomini salgono verso la Punta Fiames, la sommità più occidentale della dorsale del Pomagagnon che fa da classico sfondo a Cortina. Guida il quartetto Angelo Dibona, mostro sacro dell'alpinismo ampezzano. Già quarantatreenne, Dibona ha vissuto negli anni '10 il periodo d'oro, poi è stato al fronte e appena ritornato ha ripreso l'attività, che proseguirà ad alto livello per un altro trentennio. Accanto a lui c'è Enrico Gaspari, intestatario di uno dei primi patentini di guida in Ampezzo italiana, che invece farà una carriera più breve. Dopo aver compiuto diverse ascensioni di rilievo, fra le quali la III e la VI della Via Miriam sulla Grande d'Averau (28.7.1927, con Henry D. Stebbins e Angelo Dimai; 19.9.1927, con E. C. Arnold Pillington e Angelo Verzi), sposerà un'inglese conosciuta sulle crode e lascerà Cortina per sempre. I “clienti” di Angelo e Enrico hanno ventisei anni: uno è Giulio Apollonio, ingegnere che all'inizio della guerra diverrà Presidente della Sat e poi Consigliere Centrale del Cai; s'impegnerà nel restauro e costruzione di rifugi, e progetterà un modello di bivacco fisso a nove posti, che porta il suo nome. L'altro è Agostino Kantschieder, o Cancider. Da Abfaltersbach, nella Pusteria austriaca, i suoi si sono stabiliti a Cortina, dove Agostino sposerà Caterina Lacedelli d'Arone e radicherà un ceppo ancora presente. I quattro hanno maturato l'idea di salire lo spigolo SE della Fiames, che demarca sull'estrema destra la solatia parete meridionale. La parete è stata salita ventun anni prima, per una via destinata ad avere fortuna, dalle guide più “trendy” del tempo, Antonio Dimai e Agostino Verzi, con J. L. Heath di Londra; invece lo spigolo – che si vede già da Chiapuzza, oltre il vecchio confine - pare sia stato tentato, ma senza successo. Le due cordate superano in scioltezza, in puro “stile Dibona” (cioè senza chiodi), l'affilato tagliamare che, con i suoi tratti di 5° grado, per l’epoca costituisce un'impresa di tutto rispetto. In buona fede, sono convinti di aver compiuto una prima assoluta, che riempirà le magre cronache di quegli anni difficili. Poco dopo, però, emerge la delusione. Dibona e compagni hanno salito lo spigolo della Punta Fiames, ma hanno seguito “più o meno” una via già esistente, di cui comunque sembra non abbiano trovato tracce. Lo spigolo sale nel cuore di un gruppo che tra il 1899 e il 1905 ha registrato il metodico assalto di clienti stranieri con guide locali, facilitati dalla vicinanza ad un centro alpinistico rinomato come Cortina. Mancava ancora lo spigolo, che si diparte dalla classica Via Dimai all'altezza della “seconda parete”, e sale diritto in vetta. Vi si cimenterà con successo il 19 agosto 1909 una guida alpina di Canazei, Francesco Jori, appena ventenne. Insegnante elementare in Val Gardena, Jori è il marito di Oliva Rizzi di Pera e cognato del famoso Tita Piaz; colto, preparato e serio, è poco loquace e meno polemico dell'impetuoso cognato. Sullo spigolo ha portato con sé Käthe Bröske, una pianista originaria di Zabrze (oggi in Polonia), che si è imposta alle cronache nel 1908 per aver compiuto il 17 agosto, con Piaz e Rudolf Schietzold, la prima salita della difficile parete SE della Pala di Larsé nel Catinaccio, e inoltre per aver ripetuto, fra le prime donne, la parete S della Marmolada e il Campanile di Val Montanaia. Secondo Tita, la Bröske “... non ha paura di nulla, arrampica con pantaloni e giubbotto di velluto, berretto con visiera da cui sfuggono i capelli raccolti sotto un viso non bello, al di sopra di ogni autoironia, decisa a ribaltare le sorti a cui sembrano destinate le donne, con l'unica nota di femminilità suggerita da quella vita sottile attorno alla quale si annoda la robusta corda di canapa ...” Come mai sullo spigolo mancarono gli ampezzani? Diverse guide di Cortina (fra le più “scatenate”, oltre a Dibona, Dimai e Verzi, nel 1909 si contavano Barbaria, Gaspari, Pompanin, e poi De Zanna, Maioni, Menardi come seconde guide) sarebbero riuscite a piegarlo, ma la storia decise altrimenti. Proprio il 19 agosto 1909, infatti, Dimai e Verzi salivano il Campanile Basso di Brenta con le nobili ungheresi Ilona e Rolanda von Eőtvős; Dibona riposava al Pordoi, dopo una fruttuosa campagna sul Sella con i fratelli Guido e Max Mayer e il collega Luigi Rizzi; gli altri sicuramente avevano lavoro. Käthe Bröske scelse quindi una guida libera da impegni, che andava in montagna non solo per dovere ma anche perché era attratta dal suo fascino ignoto, e così legò alla Punta Fiames il nome di un “forestiero”. Né guida né cliente fecero parola della via, che supera una parete liscia ed esposta con un tracciato logico ed accattivante, e per lungo tempo lo spigolo venne ignorato. Grazie alla “casuale” ripetizione di Dibona e compagni, la paternità del tracciato fu attribuita con tredici anni di ritardo a Francesco Jori, abile e modesto rocciatore che chiuderà la sua parabola il 14-15 settembre 1921 sulla grandiosa parete N dell'Agner, scalata con Arturo Andreoletti e Alberto Zanutti. Oggi lo spigolo della Punta Fiames (“Jorikante”, per i tedeschi) è una via classica e sempre frequentata; anche se migliaia di ripetizioni ne hanno ormai levigato i passaggi, il suo interesse alpinistico è rimasto inalterato. Cent'anni fa sulla Fiames la guida fassana dimostrò autentica stoffa, superando senza artifici alcuni passaggi che per l'epoca erano al limite, e già tentati più volte! Se però la prima salita dello spigolo non era riuscita agli ampezzani, essi si rifecero con le successive. Dopo la guerra, Jori sulla Fiames non si rivide più: cessò presto il mestiere di guida, per dedicarsi a quello d’albergatore, gestendo alcuni rifugi alpini (ultimo il “Marmolada-Castiglioni” sul Lago di Fedaia che, alla sua scomparsa nel 1960, passò al primogenito Mario). Dibona invece fece anche la terza salita dello spigolo, il 6.9.1926, portandovi un cliente illustre: il Re dei Belgi, che aveva già ripetuto la Via Dimai. Cinquantatrè giorni più tardi, il “Pilato” tornò alla base dello spigolo, aggiudicandosi anche la quarta salita con il collega Luigi Apollonio e il britannico Edward de Trafford. Il 15.5.1927, la quinta salita e seconda femminile spettò a Marianna, figlia di Antonio Dimai, col fratello Giuseppe e Celso Degasper, guide patentate da poco. Di questa giornata, merita leggere il commento lasciato dalla giovane Marianna sul libro di vetta: “Superata la dificile salita dello spigolo colle guide Celso De Gasper e Dimai Giuseppe, fatta da loro la prima volta, discendiamo per la variante. Sebbene non fosse questa la mia prima salita, essa fu di grande mia soddisfazione.” Non si sa chi abbia salito per primo lo spigolo durante l'inverno (una stagione, comunque, non sempre infausta per la Fiames, la cui parete versa spesso in condizioni accettabili anche in stagioni inclementi), né chi fu il primo salitore solitario. Negli anni '30 per l'ascensione, divenuta già famosa, erano disponibili diverse guide ampezzane. Nel tariffario 1930 dei 15 professionisti attivi si legge: “... Punta Fiames, Spigolo Jori: tariffa da concordare.” Il 14 novembre dello stesso anno, durante una fortunata campagna tardo-autunnale, l'udinese Celso Gilberti - appena ventenne - ed il milanese ventiduenne Ettore Castiglioni “allungavano” lo Jori di circa cento metri con la “Direttissima”, che inizia dai salti coperti di mughi incombenti sul “Calvario”, il sentiero d'accesso alla parete. Con l'apertura dell'alpinismo a fasce di popolazione sempre più ampie, lo spigolo Jori riceverà visite da un pubblico via via più vasto ed eterogeneo, e le sue ripetizioni si susseguiranno innumerevoli. Il tracciato originario, per il quale fino a qualche anno fa gli scalatori italiani avevano la magniloquente relazione di Giulio Apollonio nella guida “Berti”, nel tempo subirà alcune varianti, fra cui quella di Aldo Bianchini e Bruno Sandi del settembre 1942, che evita la stretta fessura obliqua, quasi priva di appigli e tratto “chiave” della salita. Come altre vie classiche, in cento anni anche la Jori è stata teatro d’incidenti, spesso tragici. In particolare risalta quello occorso a Renato De Pol, fotografo veneziano che risiedeva e lavorava a Cortina. Il 1° maggio 1973 “Renè” era impegnato sullo spigolo con Lino Lacedelli e Marisa Zangiacomi quando, poco sopra la seconda cengia, fu investito da un lastrone e precipitò. Era all’undicesima via della stagione e stava salendo lo Jori per la ventiseiesima volta. Il 19 agosto 2009, dunque, lo spigolo spegne cento candeline e la ricorrenza non farà clamore, come si conviene ad un attore illustre ma riservato della storia. Per gli alpinisti, la via è sempre alla moda, per diversi motivi: il tracciato logico, l'ambiente splendido, la solida dolomia, l’esposizione solare che in genere consente di salire dalla primavera all'autunno inoltrato, l’accesso un po' laborioso ma tutto sommato agevole, la rapida e facile discesa. L'itinerario tracciato sulla Fiames da un valente fassano con un'impavida tedesca, rappresenta ormai da ottant'anni un classico nel ventaglio di scalate su roccia offerte dalla valle d’Ampezzo. Esso figura nelle antologie di vie scelte, come paradigma del 5° grado dolomitico, e non ha perso la nomea e lo smalto che lo rendono una delle vie più amate e rispettate dagli arrampicatori d'ogni nazione.
giovedì 9 luglio 2009
Sul Piz Ciavazes nel 1987
Con l’amico Luciano, tragicamente scomparso nel 2006, ci siamo legati varie volte in cordata o, semplicemente, abbiamo calpestato faticosi sentieri sulle nostre montagne. Luciano era venuto a sapere che avevo salito con altri cinque la celebre “via della rampa” (Lezuo-Del Torso) sul Piz Ciavazes, una classica di medio impegno e molto frequentata. Il 31 maggio 1987, si aggregò a Mauro, con il quale avevo già stabilito di rifare la via, e così salimmo la rampa in tre. I miei compagni spedirono me a fare da capocordata, perché ero l’unico che conosceva il tracciato, e devo affermare che, su quei 350 metri di buon IV lisciato da mezzo secolo di passaggi, me la cavai abbastanza bene. Ho pochi flashback di quella salita, ma uno molto nitido: prima di riprendere la macchina, ci fermammo al Rifugio Monti Pallidi, per bere l'immancabile birra che accompagnava, e tuttora spesso accompagna, tante giornate all’aria aperta. Fu lì che incrociammo altri due amici che rientravano dalla salita della Schubert-Werner sullo stesso Ciavazes: uno dei due era la compianta Mariaclara “Iaia” Walpoth, vittima di una valanga sulle Creste Bianche il 25 dicembre 1989. Sarà forse una coincidenza, ma dei cinque trentenni che bevvero scherzando la birra al Pian Schiavaneis quella domenica di maggio dell'87, siamo ancora in tre ... E’ un peccato anche che non abbia immagini di quella salita, ma al tempo la macchina fotografica a tracolla mi avrebbe soltanto infastidito. Oggi me la porto volentieri addosso, ma le testimonianze che fisso sono diverse da quegli anni scanzonati. Queste chiacchiere mi servono per dare un altro, cordiale saluto ad un amico che non c'è più: ciao Lux!
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