40 km a nord di Cortina c'è una chiesetta; se non è la più alta del Sudtirolo, è posta comunque molto in alto, e merita una visita da chi ama camminare in luoghi silenziosi. È San Silvestro in Monte, a 1912 m d'altezza sulle pendici dello Strickberg, fra Dobbiaco e San Candido. L'ubicazione di questo santuario lungo la boscosa Val San Silvestro, che da Dobbiaco sale al crinale di confine, è stata riconosciuta dagli archeologi come un bastione preistorico. Non è escluso che la chiesa possa essere stata costruita su un luogo sacrificale di pastori pretedeschi. San Silvestro in Monte sorse intorno al 1150; ampliata nel 1440, fu riconsacrata nel 1441 e dotata di indulgenze nel 1455 dal cardinal Cusano. La costruzione, con il campaniletto a lato della facciata, è pittorescamente aggrappata ad un erto colle boscoso, e si raggiunge in mezz'ora da Malga San Silvestro, posta a 1820 m nel centro di un vasto alpeggio, alla quale si sale a sua volta dal parcheggio 4 km a nord di Dobbiaco con una piacevole camminata di un'ora e mezzo. La tecnica costruttiva protoromanica è conservata in questa chiesetta con esemplare purezza. Il ciclo pittorico di scuola brissinese - forse del "Meister von Klerant" – fu dipinto nel 1450-1460. Sull'intradosso dell'arco del coro appaiono i Santi Pietro e Paolo, Ingenuino e Alboino, mentre sull'estradosso alcuni angeli reggono il sudario: l'abside è ricoperta di interessanti affreschi. Nel 1786 Giuseppe II fece sconsacrare San Silvestro, poi abbandonata per oltre un secolo. Nel 1898 fu ripristinata ed il pittore Alfons Siber di Hall, non solo restaurò gli affreschi ma li completò magistralmente, tanto che nei restauri del 1986 spesso non si è potuto distinguere quanto apparteneva allo strato pittorico originario e quanto invece fu dipinto da Siber. Nel 2003 la chiesetta è stata nuovamente restaurata ed ora può essere meta di una rilassante camminata nei boschi della Valle: l'ambiente è poco frequentato, rilassante, meditativo.
Cronache, curiosità, racconti, recensioni, ricordi, segnalazioni e altro sulla Montagna, in primo luogo le Dolomiti d'Ampezzo, ma non soltanto quelle
lunedì 27 luglio 2009
giovedì 23 luglio 2009
La montagna più bassa dello stivale?
Quest'anno credo di essere salito sulla cima meno alta d'Italia. Non ne posso essere assolutamente certo, poiché ignoro se esista una statistica delle italiche elevazioni montane, ma i 116 (centosedici) metri sul livello dell'Adriatico ai quali si erge il Colle dell'Eremita rappresentano di sicuro un curioso primato. Ovviamente non si tratta di una montagna stricto sensu, ma solo del vertice della splendida isola di San Domino, la più frequentata dell'arcipelago delle Tremiti, di fronte al promontorio garganico. Dal gregge di case del Villaggio San Domino, con una comoda camminata di tre quarti d'ora si raggiunge il culmine del Colle, prima per una strada lastricata e poco trafficata che solca la pineta di San Domino, e poi per una comoda sterrata, che ci è rimasta impressa essendo ornata sino in vetta di ... una lunga serie di lampioni degni di un marciapiede cittadino. L'elevazione del Colle, piatta e coperta di bassa macchia mediterranea, ospita i pochi muti resti della presunta Cappella dell'Eremita, unico relitto storico di San Domino, e schiude un'eccellente visione delle isole circostanti e della più lontana costa pugliese. Ricordo il Colle perché, a metà dello scorso giugno, giungemmo lassù con una certa soddisfazione nel tardo pomeriggio del nostro secondo giorno di vacanza a San Domino (come si sa, noi cerchiamo sempre le montagne anche in mezzo al mare ...), e la sensazione di stare sulla cima più bassa dello stivale fu per noi quasi straniante.
lunedì 20 luglio 2009
Ventisei anni fa, in vetta al Col Rosà
Domenica 23 ottobre 1983. Venerdì ho passato l'esame di diritto amministrativo, e sono tornato subito fra i monti per onorare come si deve il mio piccolo successo. Una settimana fa, per sfuggire alla tensione dell’esame imminente, ho salito da solo la ferrata “Strobel” della Punta Fiames: oggi voglio starmene in zona, per salire anche la “Bovero” sul Col Rosà. Da solo, per necessità ma anche perché qualche volta è pure meglio. Zaino leggero e tuta, in autobus sino a La Vera, poi a Fiames a piedi: entro nel bosco e poco dopo - per il comodo, ombroso sentiero di Val Fiorenza – esco in Posporcora. L’aria è quella limpida e frizzante di un bel mattino d'autunno: niente freddo, il silenzio è magico. Supero l’erto pendio che porta alla ferrata, e all'attacco incontro tre veneti, tra cui una bella ragazza. Scambio due parole, ho quasi fretta, la cima mi attende. Un tratto in libera, e solo sulla famosa traversata aggancio i moschettoni: assaporo la grande esposizione di quei cinque metri ben attrezzati, in breve sono fuori e salgo rapido fino ai mughi sotto la vetta. Passo le ghiaie, corro lungo il camino con gli scalini di guerra e sono in cima, mentre il campanile annuncia mezzogiorno. Non c’è nessuno: una brezza fresca, un sole slavato, un grosso gracchio che attende la colazione ed io. E’ la giornata in cui sto apprezzando di più l’isolamento di una cima, così battuta in alta stagione: immagazzino più che posso il panorama circostante, l’emozione di essere lassù, dominare la vetta e stare bene, in equilibrio e in pace con me e con la natura. Sul terrazzo di vetta, esposto sulla parete che guarda Fiames, riesco persino a farmi una dormitina. Non vorrei scendere, e rifletto sulla possibilità di stare quassù, vivendo di alberi, animali, sole e vento. D’improvviso, un refolo rabbioso mi risveglia da quella quiete: a casa mi aspetta il “Liebman”, il famigerato manuale di Procedura Civile...
giovedì 16 luglio 2009
Bortolin Zuchin e il suo camino
E' ricorso di recente il centenario di una via che, ai suoi tempi, fece una certa fortuna ma poi è stata dimenticata a vantaggio di altre avventure più comode, su roccia migliore, più atletiche e via discorrendo. Si tratta del “Camino Barbaria”, che incide per 200 metri la parete N del Becco di Mezzodì, proprio in faccia al Rifugio Croda da Lago. L’ombroso condotto, valutato oggi di buon IV, fu salito il 19 agosto (non il 2 settembre, come riportano diverse pubblicazioni!), dagli alpinisti veneti Francesco Berti e Ludovico Miari, con le guide Bortolo Barbaria "Bortolin Zuchin" e Giuseppe Menardi "Bepe Berto". Barbaria, figlio e padre di guide ed esperto di camini dolomitici, aveva a quel tempo 35 anni, e lo trova attivo sulle montagne almeno fino al 1939, quando – sessantaseienne – risulta che salì la via normale del Piz Popena con un cliente. Giuseppe Menardi Berto, invece, di anni ne aveva 39, fu in esercizio fino allo scoppio della guerra, quando venne richiamato, e terminò i suoi giorni in un ospedale militare quattro anni dopo. Seconde salitrici del camino, il 31 luglio 1909, saranno le baronesse ungheresi Ilona e Rolanda von Eötvös, con gli inseparabili Antonio Dimai e Agostano Verzi. Non ho notizie della prima solitaria e della prima invernale, se mai sono state effettuate. Della via ho una bella testimonianza di mio padre, che provò il “Barbaria” nel 1942 con un collega, ma dovette ritirarsi per il freddo pungente. Il camino, che ha compiuto da poco un secolo, ricorda una brava guida dell’epoca d’oro dell’alpinismo ma non è mai divenuto una classica delle nostre crode.
Il CAI Cortina in televisione
Il CAI, Sezione di Cortina, ricorda che la puntata in onda giovedì 13 agosto alle 20.00 (repliche: venerdì 14 alle 22.40, sabato 15 alle 14.10) del programma "QUI CORTINA", curato dall'emittente Telequattro (visibile a Cortina sul canale 61), sarà interamente dedicata al CAI, al Rifugio Croda Lago-Gianni Palmieri ed alla corona di montagne che lo circondano.
La puntata è stata registrata al Rifugio stesso giovedì 16 luglio, dalla curatrice del programma Viviana Facchinetti: sono intervenuti tre consiglieri della Sezione ampezzana del CAI, che hanno parlato di storia, sentieri, attività del Club Alpino.
La puntata è stata registrata al Rifugio stesso giovedì 16 luglio, dalla curatrice del programma Viviana Facchinetti: sono intervenuti tre consiglieri della Sezione ampezzana del CAI, che hanno parlato di storia, sentieri, attività del Club Alpino.
mercoledì 15 luglio 2009
19 agosto 1909 - 19 agosto 2009: ricordo di un giovane fassano e di un'intrepida boema
3 agosto 1922, una bella giornata della quarta estate postbellica. Quattro uomini salgono verso la Punta Fiames, la sommità più occidentale della dorsale del Pomagagnon che fa da classico sfondo a Cortina. Guida il quartetto Angelo Dibona, mostro sacro dell'alpinismo ampezzano. Già quarantatreenne, Dibona ha vissuto negli anni '10 il periodo d'oro, poi è stato al fronte e appena ritornato ha ripreso l'attività, che proseguirà ad alto livello per un altro trentennio. Accanto a lui c'è Enrico Gaspari, intestatario di uno dei primi patentini di guida in Ampezzo italiana, che invece farà una carriera più breve. Dopo aver compiuto diverse ascensioni di rilievo, fra le quali la III e la VI della Via Miriam sulla Grande d'Averau (28.7.1927, con Henry D. Stebbins e Angelo Dimai; 19.9.1927, con E. C. Arnold Pillington e Angelo Verzi), sposerà un'inglese conosciuta sulle crode e lascerà Cortina per sempre. I “clienti” di Angelo e Enrico hanno ventisei anni: uno è Giulio Apollonio, ingegnere che all'inizio della guerra diverrà Presidente della Sat e poi Consigliere Centrale del Cai; s'impegnerà nel restauro e costruzione di rifugi, e progetterà un modello di bivacco fisso a nove posti, che porta il suo nome. L'altro è Agostino Kantschieder, o Cancider. Da Abfaltersbach, nella Pusteria austriaca, i suoi si sono stabiliti a Cortina, dove Agostino sposerà Caterina Lacedelli d'Arone e radicherà un ceppo ancora presente. I quattro hanno maturato l'idea di salire lo spigolo SE della Fiames, che demarca sull'estrema destra la solatia parete meridionale. La parete è stata salita ventun anni prima, per una via destinata ad avere fortuna, dalle guide più “trendy” del tempo, Antonio Dimai e Agostino Verzi, con J. L. Heath di Londra; invece lo spigolo – che si vede già da Chiapuzza, oltre il vecchio confine - pare sia stato tentato, ma senza successo. Le due cordate superano in scioltezza, in puro “stile Dibona” (cioè senza chiodi), l'affilato tagliamare che, con i suoi tratti di 5° grado, per l’epoca costituisce un'impresa di tutto rispetto. In buona fede, sono convinti di aver compiuto una prima assoluta, che riempirà le magre cronache di quegli anni difficili. Poco dopo, però, emerge la delusione. Dibona e compagni hanno salito lo spigolo della Punta Fiames, ma hanno seguito “più o meno” una via già esistente, di cui comunque sembra non abbiano trovato tracce. Lo spigolo sale nel cuore di un gruppo che tra il 1899 e il 1905 ha registrato il metodico assalto di clienti stranieri con guide locali, facilitati dalla vicinanza ad un centro alpinistico rinomato come Cortina. Mancava ancora lo spigolo, che si diparte dalla classica Via Dimai all'altezza della “seconda parete”, e sale diritto in vetta. Vi si cimenterà con successo il 19 agosto 1909 una guida alpina di Canazei, Francesco Jori, appena ventenne. Insegnante elementare in Val Gardena, Jori è il marito di Oliva Rizzi di Pera e cognato del famoso Tita Piaz; colto, preparato e serio, è poco loquace e meno polemico dell'impetuoso cognato. Sullo spigolo ha portato con sé Käthe Bröske, una pianista originaria di Zabrze (oggi in Polonia), che si è imposta alle cronache nel 1908 per aver compiuto il 17 agosto, con Piaz e Rudolf Schietzold, la prima salita della difficile parete SE della Pala di Larsé nel Catinaccio, e inoltre per aver ripetuto, fra le prime donne, la parete S della Marmolada e il Campanile di Val Montanaia. Secondo Tita, la Bröske “... non ha paura di nulla, arrampica con pantaloni e giubbotto di velluto, berretto con visiera da cui sfuggono i capelli raccolti sotto un viso non bello, al di sopra di ogni autoironia, decisa a ribaltare le sorti a cui sembrano destinate le donne, con l'unica nota di femminilità suggerita da quella vita sottile attorno alla quale si annoda la robusta corda di canapa ...” Come mai sullo spigolo mancarono gli ampezzani? Diverse guide di Cortina (fra le più “scatenate”, oltre a Dibona, Dimai e Verzi, nel 1909 si contavano Barbaria, Gaspari, Pompanin, e poi De Zanna, Maioni, Menardi come seconde guide) sarebbero riuscite a piegarlo, ma la storia decise altrimenti. Proprio il 19 agosto 1909, infatti, Dimai e Verzi salivano il Campanile Basso di Brenta con le nobili ungheresi Ilona e Rolanda von Eőtvős; Dibona riposava al Pordoi, dopo una fruttuosa campagna sul Sella con i fratelli Guido e Max Mayer e il collega Luigi Rizzi; gli altri sicuramente avevano lavoro. Käthe Bröske scelse quindi una guida libera da impegni, che andava in montagna non solo per dovere ma anche perché era attratta dal suo fascino ignoto, e così legò alla Punta Fiames il nome di un “forestiero”. Né guida né cliente fecero parola della via, che supera una parete liscia ed esposta con un tracciato logico ed accattivante, e per lungo tempo lo spigolo venne ignorato. Grazie alla “casuale” ripetizione di Dibona e compagni, la paternità del tracciato fu attribuita con tredici anni di ritardo a Francesco Jori, abile e modesto rocciatore che chiuderà la sua parabola il 14-15 settembre 1921 sulla grandiosa parete N dell'Agner, scalata con Arturo Andreoletti e Alberto Zanutti. Oggi lo spigolo della Punta Fiames (“Jorikante”, per i tedeschi) è una via classica e sempre frequentata; anche se migliaia di ripetizioni ne hanno ormai levigato i passaggi, il suo interesse alpinistico è rimasto inalterato. Cent'anni fa sulla Fiames la guida fassana dimostrò autentica stoffa, superando senza artifici alcuni passaggi che per l'epoca erano al limite, e già tentati più volte! Se però la prima salita dello spigolo non era riuscita agli ampezzani, essi si rifecero con le successive. Dopo la guerra, Jori sulla Fiames non si rivide più: cessò presto il mestiere di guida, per dedicarsi a quello d’albergatore, gestendo alcuni rifugi alpini (ultimo il “Marmolada-Castiglioni” sul Lago di Fedaia che, alla sua scomparsa nel 1960, passò al primogenito Mario). Dibona invece fece anche la terza salita dello spigolo, il 6.9.1926, portandovi un cliente illustre: il Re dei Belgi, che aveva già ripetuto la Via Dimai. Cinquantatrè giorni più tardi, il “Pilato” tornò alla base dello spigolo, aggiudicandosi anche la quarta salita con il collega Luigi Apollonio e il britannico Edward de Trafford. Il 15.5.1927, la quinta salita e seconda femminile spettò a Marianna, figlia di Antonio Dimai, col fratello Giuseppe e Celso Degasper, guide patentate da poco. Di questa giornata, merita leggere il commento lasciato dalla giovane Marianna sul libro di vetta: “Superata la dificile salita dello spigolo colle guide Celso De Gasper e Dimai Giuseppe, fatta da loro la prima volta, discendiamo per la variante. Sebbene non fosse questa la mia prima salita, essa fu di grande mia soddisfazione.” Non si sa chi abbia salito per primo lo spigolo durante l'inverno (una stagione, comunque, non sempre infausta per la Fiames, la cui parete versa spesso in condizioni accettabili anche in stagioni inclementi), né chi fu il primo salitore solitario. Negli anni '30 per l'ascensione, divenuta già famosa, erano disponibili diverse guide ampezzane. Nel tariffario 1930 dei 15 professionisti attivi si legge: “... Punta Fiames, Spigolo Jori: tariffa da concordare.” Il 14 novembre dello stesso anno, durante una fortunata campagna tardo-autunnale, l'udinese Celso Gilberti - appena ventenne - ed il milanese ventiduenne Ettore Castiglioni “allungavano” lo Jori di circa cento metri con la “Direttissima”, che inizia dai salti coperti di mughi incombenti sul “Calvario”, il sentiero d'accesso alla parete. Con l'apertura dell'alpinismo a fasce di popolazione sempre più ampie, lo spigolo Jori riceverà visite da un pubblico via via più vasto ed eterogeneo, e le sue ripetizioni si susseguiranno innumerevoli. Il tracciato originario, per il quale fino a qualche anno fa gli scalatori italiani avevano la magniloquente relazione di Giulio Apollonio nella guida “Berti”, nel tempo subirà alcune varianti, fra cui quella di Aldo Bianchini e Bruno Sandi del settembre 1942, che evita la stretta fessura obliqua, quasi priva di appigli e tratto “chiave” della salita. Come altre vie classiche, in cento anni anche la Jori è stata teatro d’incidenti, spesso tragici. In particolare risalta quello occorso a Renato De Pol, fotografo veneziano che risiedeva e lavorava a Cortina. Il 1° maggio 1973 “Renè” era impegnato sullo spigolo con Lino Lacedelli e Marisa Zangiacomi quando, poco sopra la seconda cengia, fu investito da un lastrone e precipitò. Era all’undicesima via della stagione e stava salendo lo Jori per la ventiseiesima volta. Il 19 agosto 2009, dunque, lo spigolo spegne cento candeline e la ricorrenza non farà clamore, come si conviene ad un attore illustre ma riservato della storia. Per gli alpinisti, la via è sempre alla moda, per diversi motivi: il tracciato logico, l'ambiente splendido, la solida dolomia, l’esposizione solare che in genere consente di salire dalla primavera all'autunno inoltrato, l’accesso un po' laborioso ma tutto sommato agevole, la rapida e facile discesa. L'itinerario tracciato sulla Fiames da un valente fassano con un'impavida tedesca, rappresenta ormai da ottant'anni un classico nel ventaglio di scalate su roccia offerte dalla valle d’Ampezzo. Esso figura nelle antologie di vie scelte, come paradigma del 5° grado dolomitico, e non ha perso la nomea e lo smalto che lo rendono una delle vie più amate e rispettate dagli arrampicatori d'ogni nazione.
giovedì 9 luglio 2009
Sul Piz Ciavazes nel 1987
Con l’amico Luciano, tragicamente scomparso nel 2006, ci siamo legati varie volte in cordata o, semplicemente, abbiamo calpestato faticosi sentieri sulle nostre montagne. Luciano era venuto a sapere che avevo salito con altri cinque la celebre “via della rampa” (Lezuo-Del Torso) sul Piz Ciavazes, una classica di medio impegno e molto frequentata. Il 31 maggio 1987, si aggregò a Mauro, con il quale avevo già stabilito di rifare la via, e così salimmo la rampa in tre. I miei compagni spedirono me a fare da capocordata, perché ero l’unico che conosceva il tracciato, e devo affermare che, su quei 350 metri di buon IV lisciato da mezzo secolo di passaggi, me la cavai abbastanza bene. Ho pochi flashback di quella salita, ma uno molto nitido: prima di riprendere la macchina, ci fermammo al Rifugio Monti Pallidi, per bere l'immancabile birra che accompagnava, e tuttora spesso accompagna, tante giornate all’aria aperta. Fu lì che incrociammo altri due amici che rientravano dalla salita della Schubert-Werner sullo stesso Ciavazes: uno dei due era la compianta Mariaclara “Iaia” Walpoth, vittima di una valanga sulle Creste Bianche il 25 dicembre 1989. Sarà forse una coincidenza, ma dei cinque trentenni che bevvero scherzando la birra al Pian Schiavaneis quella domenica di maggio dell'87, siamo ancora in tre ... E’ un peccato anche che non abbia immagini di quella salita, ma al tempo la macchina fotografica a tracolla mi avrebbe soltanto infastidito. Oggi me la porto volentieri addosso, ma le testimonianze che fisso sono diverse da quegli anni scanzonati. Queste chiacchiere mi servono per dare un altro, cordiale saluto ad un amico che non c'è più: ciao Lux!
giovedì 2 luglio 2009
Becco di Mezzodì: il primo caduto in montagna del 2009 a Cortina
Ho provato un particolare senso d'inquietudine, leggendo della caduta di un sessantacinquenne germanico dalla via normale del Becco di Mezzodì, il 30 giugno scorso. L'alpinista è scivolato sulla parte finale della via, precipitando lungo il versante N, che - secondo la stampa - presentava ".. ripidi salti di roccia innevati, a circa 2.300 metri di altitudine, 300 metri sotto la cima. " A parte il marchiano errore altimetrico (l'attacco della normale, sul lato S, si trova già a 2.450 m circa, e trecento metri sotto la cima ci sono ghiaioni su entrambi i versanti, non salti di roccia innevati), al momento dell'incidente l'alpinista percorreva, slegato, con un connazionale la cresta che precede la cima, vicino al pilastro da dove iniziano le calate a corda doppia. Ho scalato la via normale del Becco (che gronda di storia, risalendo al 1872) una decina di volte, l'ultima il 14 luglio 2005, trent'anni dopo la mia prima visita. Di conseguenza, sono passato una decina di volte per la cresta che precede la cima, vicino al pilastro da dove partono le doppie. La cresta non è difficile, ma piuttosto friabile e insidiosa; a mio parere, farla in cordata e piazzarvi anche una buona protezione non è certamente superfluo. Il Becco di Mezzodì, dunque, ha fatto un'altra vittima, dopo il mio professore del liceo Don Luigi Frasson (caduto il 23 luglio 1992). Peccato: è la "mia montagna", il teatro del battesimo in roccia di un diciassettenne che già mangiava le montagne con gli occhi, e mi piange il cuore pensare che lassù, sui quei 150 metri di roccia un po' solida e un po' friabile e ghiaiosa, si possa anche morire. E ringrazio il cielo per la fortuna che mi è sempre stata data: poter godere la breve, non banale scalata con gli amici e giungere in vetta ammirando un panorama d'eccezione, respirare la storia che quelle rocce trasudano e infine tornare a casa contento.
martedì 30 giugno 2009
Torre Inglese, un laboratorio per il futuro
Sabato 27 giugno ho finalmente visto, dal basso, il ricercato sistema satellitare posto nel 2006 in vetta alla Torre Inglese, nel gruppo delle Torri d'Averau. L'apparecchio ha un fine scientifico: controllare il pinnacolo per anticiparne possibili crolli e prevenire un'eventuale fine triste come quella della “sorella” Trephor, schiantatasi d'improvviso al suolo nel maggio 2004. La quinta delle guglie d'Averau visibili da Cortina, caratteristica per la sua forma a corno, è alta 53 metri ed ha una storia succinta ma interessante. Fu conquistata dal lato S.E. da G.W. Wyatt, con le guide Angelo Maioni e Sigismondo Menardi. Era l’estate 1901, e - dopo la Grande - l’Inglese era la seconda guglia d’Averau ad essere salita. Nel 1924 il giovanissimo Severino Casara apportò una variante alla via originaria, salendo la paretina dove di solito si scende a corda doppia. Il 28 giugno 1936 Gino Soldà, di passaggio a Cortina, superava in solitaria lo spigolo E, e durante la guerra, il 23 settembre 1941, M. Borgarello e R. De Toni scalavano la gialla parete O (già scesa a corda doppia nel 1912). Da ultimo, cedette il fotogenico spigolo S, ascritto nel 1960 a Vittorio Fenti e Bepi Pellegrinon. Quest’ultima via però non pare accreditata, poiché esistono testimonianze fotografiche di alpinisti sullo spigolo anteriori al 1960. Oggi la Torre Inglese è molto visitata, per la breve ed elegante salita su roccia solida. Chi scrive vi si cimentò per la prima volta nell'estate 1974, guidato dallo Scoiattolo Luciano Da Pozzo, e il 4.4.1976 vi compì da capocordata la prima di una buona serie di ascensioni, fra le quali anche una solitaria.
venerdì 26 giugno 2009
70 candeline per il Gruppo Scoiattoli di Cortina
Gli Scoiattoli, in ampezzano “ra Schirates”, associazione di alpinisti il cui vessillo ha sventolato sulle cime di mezzo mondo, compiono 70 anni. La ricorrenza é molto attesa, e Cortina onorerà a suo modo, vincendo la proverbiale compostezza montanara che ancora resiste nel 2000, un avvenimento che la esalta e la arricchisce. Nell'anno del settantesimo, coloro che hanno vestito e vestono ancora la maglia rossa sono 87; cinque sono donne, eredi di quella Emma (1920-2007), che già nel 1941 incrinava il rude predominio maschile portando un tocco di grazia e femminilità sulle Torri d'Averau, sulla Fiames e in Tofana, dove dieci scavezzacolli iniziavano a scrivere luminose pagine di storia dell'alpinismo. In Ampezzo gli Scoiattoli li conosciamo tutti. Li coccoliamo, di loro sappiamo quasi ogni cosa, li consideriamo un simbolo di cui andare orgogliosi. Lino Lacedelli, ottantatreenne ancora vispo che ha lasciato il vessillo biancorosso sulla seconda vetta più alta del pianeta, una volta disse “Cortina è gli Scoiattoli, e gli Scoiattoli sono Cortina”. E come dargli torto? Si parla però sempre e comunque di associazione, gruppo, sodalizio: ma forse non ci si chiede mai chi è, in realtà, lo Scoiattolo. Non si vuole fare qui dell'antropologia e della filosofia a buon mercato, sia chiaro. Poiché nell'Anno Domini 2009 gli Scoiattoli schierano nelle loro file i rampolli di almeno tre generazioni, e la cosa sembra destinata a crescere (se i giovani avranno sempre voglia di impegnarsi nell'arrampicata), pare lecito porsi una domanda. Aldilà dell'indubbia. imprescindibile dimestichezza con corde, moschettoni e spit, questi emuli di un acrobatico inquilino dei boschi non avranno dentro una marcia in più, rispetto a tutti gli arrampicatori che punteggiano le falesie e anche, purtroppo meno di un tempo, le montagne vere? Mario Lacedelli, dinamico nipote di Lino del K2, è stato per oltre una dozzina d'anni Presidente del gruppo, settimo della serie, prima di Stefano Dibona, Marco Alberti e Stefano Dimai, attuale capobanda. A lui tempo fa avevamo chiesto, con un po' di malizia, se Scoiattoli si nasce o si diventa; tanto è il fascino che i maglioni rossi esercitano anche fuori dalle montagne ampezzane! Mario, lesto, aveva bruciato l'interlocutore così: “Il club è formato storicamente da ampezzani, gente che ha mangiato pane e dolomia sin dall'infanzia.” E poi: “Per essere Scoiattoli ci vuole in primo luogo una preparazione fisica costante. Preparazione che si può ottenere e mantenere vivendo qui. Occorre continuare ad arrampicare sempre, nelle falesie ma anche sulle grandi pareti. Si deve saper fronteggiare gli imprevisti con molto sangue freddo, non perdere mai l'autocontrollo in parete, perché sarebbe fatale. I vecchi dicono che bisogna possedere anche un sesto senso.” Ecco la chiave del ragionamento: senza addentrarci in teorie senza uscita, concordiamo sull'importanza del sesto senso, “antivéde” in ampezzano. E' lo stesso che avevano Checo da Meleres, Santo da Sorabances, Tone Deo, Anjeluco Pilato, solo per citare le maggiori figure del nostro passato. Mario continuava: “E' difficile spiegare cosa sia questo sesto senso. Forse è quella dote – secondo molti innata - con la quale si è in grado di prendere decisioni al volo nelle situazioni critiche, intuendo in un batter d'occhio come le cose si svolgeranno poi effettivamente. In montagna è una dote fondamentale, altrimenti è meglio lasciar perdere. E' difficile che tutti la possiedano: questione di educazione diversa forse; o forse perché c'è ancora tanta superficialità in giro. Comunque, la sola preparazione fisica non basta.” Davvero suggestiva, la tesi di Mario. E conoscendo la maggior parte di quegli atleti, soprattutto quelli della fascia (ahimè) di mezzo, ci pare che avesse davvero ragione. Non vogliamo assolutamente trattare con alterigia o sufficienza i climbers milanesi, napoletani o romani; d'altro canto, essi si vanno imponendo in ogni campo e ci hanno abituato ad imprese sempre più raffinate. Ma essere Scoiattoli è davvero un'altra cosa! Sarà il ricordo dei dieci che il 1° luglio 1939 strinsero un patto per fondare un rapporto, una simbiosi vieppiù stretta con le nostre crode, e provare le ineffabili gioie che soltanto la scalata infonde nel cuore della gente. Sarà il ricordo di conquiste scritte a caratteri d'oro nel grande libro dell'alpinismo internazionale: Pilastro, Scotoni, K2, Ovest di Lavaredo, Taé e tante altre. Sarà l'emozione che ci pervade vedendoli salire verso mete sempre più difficili, alla ricerca di qualcosa che altrove non è dato trovare. Sarà la simpatia e il pizzico d'invidia che ci ispirano vecchi, giovani e giovanissimi quando parlano “de croda”. Sarà l'allegria, la spensieratezza, la voglia di stare insieme, godere della comune passione, che esprimono nelle loro azioni. Sarà infine, l'attaccamento alle loro, alle nostre radici che dà lustro a questo settantesimo, importante e festoso, da ricordare con uno sguardo al passato e un'occhiata al futuro. Gli Scoiattoli approdano ai 70 anni di storia con lo spirito di sempre, rinnovati nelle file, nei materiali, negli obiettivi e nella tecnica ma uniti e affiatati come in quel lontano 1939. La continuità trae così dalla storia l'impulso necessario a fortificare una tradizione ricca di grandi avventure, ma soprattutto di modestia, da sempre pregio e difetto di tanti abitanti delle montagne. Dopo aver ascoltato molti di loro, che alle crode hanno rivolto e rivolgono energie e speranze, bastano poche parole per compensare l'emozione, l'entusiasmo, il rispetto per questo inimitabile polo dell'associazionismo ampezzano: “Buon 70°, cari Scoiattoli, di cuore!”
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