Ai 21 de otobre de sto an sarà passà 40 ane da canche Marino Bianchi Fouzigora, anpezan de pare de Zubiana, l é tomà 'sò da ra Zima del Lago, na croda che varda l Lago del Lagazuoi. Marino l ea del 1918, e l ea trenta ane che el 'sia in croda, da Cortina fin 'sò par r Africa. Ignante ra guera l aea fato gares de schie; dapò l ea stà Presidente del Sestier de Cortina; inze i ultime dis el louraa drio ra sejovia noa in Potor, e l aea tante amighe. El so gnon l i é stà dà a na ferata che ra rua su su ra Zima de Meso del Cristalo, a una ponta de ra Croda da Lago, a na gara de schie che da tante anes i fesc d ausciuda su in Sennes. Ades che l é passà iusto 40 ane, m é vienù r idea, che chi de ciasa soa i à azetà vorentiera, de scrie un libreto su ra vita de Marino, ra so crodes, chel che l à fato par el 'sì in croda. Cade poco scomenzarei l libro, e ei beleche un grun de idees da bete 'sò. A scomenzà da chel che me penso de sta guida canche, daante l ufizio de ra Guides in Piazeta San Franzesco, m aee fermà a domandà ci che l era morto, e propio el m aea respondù che i aea tocià a un de lore, Ivano Dibona. Chel on outo, magro e bijo che l m aea respondù duto pascionà a mi, un borson de diesc ane, con chera paroles, l ei in mente come se fosse agnere. Ei scrito de el inze l prin articolo da “jornalista”, sul jornalin de ra scora “La mia valle”, del '70. Ades, dapò tante anes da chel 21 de otobre del '69, ei voia de bete insieme sto libro par recordà polito Marino, e fei calche bel pensier par un on che a Cortina el no n é stà desmenteà.
Cronache, curiosità, racconti, recensioni, ricordi, segnalazioni e altro sulla Montagna, in primo luogo le Dolomiti d'Ampezzo, ma non soltanto quelle
sabato 28 marzo 2009
Dell'alpinismo ... e di chi lo pratica - 2^ parte
Riprendiamo il discorso sull'alpinismo, dai cacciatori. Essi, più degli altri, affinarono la tecnica alpinistica, sviluppando proverbialmente il senso dell’equilibrio, il fiuto nella ricerca dei passaggi, l’abilità nel superarli con attrezzi primitivi, la furbizia nel sorprendere gli animali, l’infallibilità nel colpirli (si racconta del cacciatore ampezzano Alessandro Lacedelli, poi divenuto guida, che in vita sparò pochi colpi di fucile, forse duecento, ma ad ognuno corrispose un camoscio, che andò a rallegrare la magra e monotona dieta familiare, consentendogli di andare a montagna fino a sessant'anni suonati e di vivere fino ad ottantadue). Alpinisti furono i topografi civili e militari, mandati dai governi e poi dall'Esercito fin dal Settecento a misurare l’altezza delle cime, porre punti trigonometrici sulle vette, districarsi nella toponomastica spesso approssimativa delle catene montuose. E’ nota la vicenda della Rocchetta di Campolongo, sulla cui vetta gli agrimensori giunsero già nel 1779 per fissare uno dei confini tra il Tirolo e il regno d’Italia. Alpinisti, ancora furono i guardaboschi e i guardacaccia, instancabili camminatori e perlustratori del perimetro boschivo della valle, ma anche di numerose cime. E’ principalmente merito loro, insieme ai cacciatori, se l’alpinismo ampezzano nacque, si sviluppò ed ebbe fortuna. Mancano all’appello solo i raccoglitori di erbe alpine e prodotti del bosco, portato di un’epoca abbastanza recente e di un ritorno alla natura. Nell’antichità, comunque, si usavano più di oggi le erbe e le bacche, meno i funghi: nei vocabolari dialettali, infatti, i termini della botanica e della micologia non hanno una vasta messe di corrispondenti, ma sono spesso generici.
venerdì 27 marzo 2009
Dell'alpinismo ... e di chi lo pratica
L’alpinismo è un concetto unitario, “la pratica di scalare le montagne e la tecnica che a ciò si richiede”. E' utile però dividere il concetto in due categorie: l’alpinismo della necessità (la vita del montanaro, antica come le montagne) e l’alpinismo della volontà (il turismo alpino propriamente detto, che nelle Dolomiti ha circa un secolo e mezzo di vita). Tutti gli abitanti delle montagne sono alpinisti, da sempre. Lo erano sicuramente i contadini, costretti a dissodare, arare e falciare fazzoletti di terra per ricavarne un magro raccolto, in luoghi impervi, erti, pericolosi. La storia è ricca di “martiri” di questa vita dura: anche a Cortina nell’800 una donna precipitò dalle Pale di Perosego durante la fienagione. Alpinisti erano i boscaioli, impegnati nel duro lavoro in situazioni atletiche, anche se limitate alla cintura mediana della valle: oltre i duemila metri, infatti, gli alberi che offrono buon legno si fanno rari e salire non serve. Erano ancor più alpinisti i pastori, che per sfruttare al massimo il territorio per l’allevamento spingevano i loro armenti su pendii prativi, cenge erbose isolate, raggiungibili con manovre spericolate, non raramente a prezzo della vita. Alpinisti per eccellenza furono poi i cacciatori e i bracconieri, sempre spinti dalla necessità di sopravvivenza. Per secoli, costoro si avventurarono su cenge, pareti e cime alla ricerca del camoscio o del gallo cedrone, da portare in tavola o da esibire come trofeo d’arditezza e di coraggio. Del resto di questa lunga storia, faremo cenno in un prossimo post.
giovedì 26 marzo 2009
Una cima, tre stagioni, sei salite
Nelle nostre perseveranti escursioni alla scoperta di recessi non troppo conosciuti e meno affollati possibile, dall’estate 2006 ad oggi abbiamo scelto di dirigere per ben sei volte i nostri passi verso un’elevazione della quale, fino a qualche tempo fa, poco o nulla sapevamo, pur trovandosi a breve distanza dalla conca d’Ampezzo.
Questo perché, seppure la sommità risalti bene da varie angolature nei dintorni, la via d’accesso, realizzata da fanti e mitraglieri della Brigata Marche durante la Grande Guerra e poi trascurata per decenni, fino all’anno scorso non era agibile.
Essa è stata riscoperta, meritoriamente ripulita e segnalata con misura dai volontari del CAI di Auronzo, che hanno dedicato il sentiero a Silvano De Romedi di Treviso, scomparso non ancora cinquantenne nel 2005.
La cima in questione è lo Scoglio di San Marco (2005 m.), cupola ricoperta di fitti mughi e solcata da un lungo camminamento, che fa da contrafforte alla nota e frequentata Croda de l’Arghena, proprio alle pendici delle Tre Cime di Lavaredo.
Oltre a notevoli pregi ambientali, lo Scoglio di San Marco alletta l’escursionista curioso perché – e ciò traspare chiaramente dal nome – costituì per secoli l’avampo-sto della Repubblica di Venezia più avanzato verso il Tirolo, e tuttora marca il limite fra le terre cadorine e quelle sudtirolesi. Nella valle ai suoi piedi, poi, si trova il cippo confinario del Sasso Gemello, anch’esso meritevole di una gradevole passeggiata.
La soluzione migliore per salire sullo Scoglio prevede di lasciare l’automobile nei pressi dell’agriturismo di Malga Rinbianco, al quale si giunge dal casello della strada delle Tre Cime per una comoda rotabile sterrata.
Sotto la malga s’imbocca il sentiero, che scende tranquillo per pascoli e bosco, quindi si destreggia senza eccessivi strappi in un morbido lariceto e risale la baranciosa Costa dei Lares. Dopo 300 metri di dislivello e 75 minuti circa di cammino, si spunta sulla piatta sommità dello Scoglio, incisa da una trincea tutta ripulita e percorribile.
Oltre un passaggio terroso, un po’ scosceso ma munito di una fune, la trincea converge in una breve, umida galleria. A sua volta, questa schiude l’accesso ad un osservatorio, scavato sulla “prua” dello Scoglio, di fronte al Monte Piana e al Monte Rudo. Dall’osservatorio, in cui sono collocati un Leone di San Marco di gesso e il libro di vetta, si dominano la Val Rinbon, Landro, altre cime ed orizzonti vicini e lontani.
Adatto per una passeggiata di poco più di mezza giornata, il “rinato” Scoglio di San Marco merita una certa considerazione per varie ragioni. In primis, per la storia che vi fu scritta dal 1500 alla Grande Guerra; poi per la natura aspra e selvaggia in cui s’inscrive, il panorama che offre e il silenzio delle sue pendici, che si allungano fino alla soprastante Croda de l’Arghena lasciando scoprire un faticoso collegamento.
Soprattutto quest’ultima qualità, il silenzio montano, oggi merce ricercata in seguito all’inevitabile, pacifico dilagare del turismo in ogni angolo, è il dono che gustiamo di più e la peculiarità che vorremmo distinguesse anche lo Scoglio, sempre.
Questo perché, seppure la sommità risalti bene da varie angolature nei dintorni, la via d’accesso, realizzata da fanti e mitraglieri della Brigata Marche durante la Grande Guerra e poi trascurata per decenni, fino all’anno scorso non era agibile.
Essa è stata riscoperta, meritoriamente ripulita e segnalata con misura dai volontari del CAI di Auronzo, che hanno dedicato il sentiero a Silvano De Romedi di Treviso, scomparso non ancora cinquantenne nel 2005.
La cima in questione è lo Scoglio di San Marco (2005 m.), cupola ricoperta di fitti mughi e solcata da un lungo camminamento, che fa da contrafforte alla nota e frequentata Croda de l’Arghena, proprio alle pendici delle Tre Cime di Lavaredo.
Oltre a notevoli pregi ambientali, lo Scoglio di San Marco alletta l’escursionista curioso perché – e ciò traspare chiaramente dal nome – costituì per secoli l’avampo-sto della Repubblica di Venezia più avanzato verso il Tirolo, e tuttora marca il limite fra le terre cadorine e quelle sudtirolesi. Nella valle ai suoi piedi, poi, si trova il cippo confinario del Sasso Gemello, anch’esso meritevole di una gradevole passeggiata.
La soluzione migliore per salire sullo Scoglio prevede di lasciare l’automobile nei pressi dell’agriturismo di Malga Rinbianco, al quale si giunge dal casello della strada delle Tre Cime per una comoda rotabile sterrata.
Sotto la malga s’imbocca il sentiero, che scende tranquillo per pascoli e bosco, quindi si destreggia senza eccessivi strappi in un morbido lariceto e risale la baranciosa Costa dei Lares. Dopo 300 metri di dislivello e 75 minuti circa di cammino, si spunta sulla piatta sommità dello Scoglio, incisa da una trincea tutta ripulita e percorribile.
Oltre un passaggio terroso, un po’ scosceso ma munito di una fune, la trincea converge in una breve, umida galleria. A sua volta, questa schiude l’accesso ad un osservatorio, scavato sulla “prua” dello Scoglio, di fronte al Monte Piana e al Monte Rudo. Dall’osservatorio, in cui sono collocati un Leone di San Marco di gesso e il libro di vetta, si dominano la Val Rinbon, Landro, altre cime ed orizzonti vicini e lontani.
Adatto per una passeggiata di poco più di mezza giornata, il “rinato” Scoglio di San Marco merita una certa considerazione per varie ragioni. In primis, per la storia che vi fu scritta dal 1500 alla Grande Guerra; poi per la natura aspra e selvaggia in cui s’inscrive, il panorama che offre e il silenzio delle sue pendici, che si allungano fino alla soprastante Croda de l’Arghena lasciando scoprire un faticoso collegamento.
Soprattutto quest’ultima qualità, il silenzio montano, oggi merce ricercata in seguito all’inevitabile, pacifico dilagare del turismo in ogni angolo, è il dono che gustiamo di più e la peculiarità che vorremmo distinguesse anche lo Scoglio, sempre.
mercoledì 25 marzo 2009
Sessantasette anni, eppure scalava ancora le montagne. Ricordo di Piero Mazzorana
Anni fa, scrissi sulla “Rivista Cortina” che, statisticamente, sono molte le guide allpine ampezzane che hanno svolto il loro mestiere per più di tre, spesso più di quattro decenni, e dell’alpinismo hanno fatto una ragione di vita, insegnando sino ad età avanzata l’amore per la montagna a migliaia di persone. Fuori del circondario ampezzano ci sono comunque anche altre guide che hanno arrampicato fino a tarda età, traendo dalle scalate le stesse emozioni e lo stesso piacere provato nel fulgore della carriera. Cito quattro casi: Valerio Quinz, classe 1928, attivo sui monti sino al 2002 e scomparso quasi un anno fa; Alziro Molin, classe 1932, che fino a dieci anni fa apriva ancora vie su cime disertate; Natale Menegus, scomparso a settant'anni il 3 maggio scorso durante una scialpinistica, e Piero Mazzorana, bella figura della storia dolomitica. Salito da Longarone ad Auronzo appena ragazzo, fu guida dal 1936: fino al 1949, quando rilevò la gestione del Rifugio Auronzo alle Tre Cime , che tenne per un quarto di secolo, aprì una settantina di vie sulle Dolomiti, tra cui sessanta soltanto sui Cadini di Misurina, dove quasi ogni punta ha il timbro “Mazzorana”, e diverse sono molto conosciute. Il 4 settembre 1977, sulla Punta Col de Varda che avevamo salito per la Via Comici-del Torso, trovammo in un barattolo un biglietto di Piero Mazzorana, salito da solo per la divertente “Via obliqua” sulla stessa parete, tre giorni prima. Mazzorana aveva purtroppo ancora pochi anni da vivere, giacché morì a settant'anni nel 1980. Mio padre me lo aveva presentato al Rifugio Auronzo intorno al 1970, e ricordo bene una figura alta e massiccia di alpinista, che arrampicò per mezzo secolo ed ancora oggi rimane nel ricordo per tante belle vie sulle crode intorno alla sua Misurina.
lunedì 9 marzo 2009
Giuliano Girotto e la Pala de ra Fedes
Nel giugno 1989, quando il Brite de Leroşa offriva ancora un sia pur rustico riparo ai passanti, sul “libro del rifugio” (rimasto lassù per almeno un ventennio a disposizione di chi sostava nel ricovero) trovai una nota di Giuliano Girotto. Insegnante veneziano accasatosi in Cadore, poco prima di essere travolto a quarant’anni da una valanga lungo il Graon de ra Zerijeres il 30 aprile dello stesso anno, Girotto aveva compiuto la probabile prima traversata scialpinistica dalla Pala de ra Fedes, di fronte alla Croda Rossa d’Ampezzo. Memore della notizia (che conservo, se servisse ad un ipotetico aggiornamento della guida “Berti”), qualche anno dopo traversai per due volte la Pala d’estate, salendo da Lerosa e scendendo al Bivacco Dall'Oglio. Fu un’escursione originale e appagante, che ritengo fra le mie migliori di quegli anni fortunati. La Pala de ra Fedes (m. 2733) è il rilievo più marcato della dentellata cresta O della Croda Rossa, che inizia a cavallo fra i Tremonti e le Valbones e va a concludersi sull’anticima della montagna. La cima della Pala era individuata solo da due piccoli ometti, eretti da cacciatori o alpinisti avventurosi. La nostra salita iniziò a Rufiedo, e si svolse sul versante che la Pala espone a Lerosa, per placche coperte di ghiaino e ripide come il tetto di una chiesa. Per scendere individuammo un canale friabile sul versante opposto, dove tracce di camosci ci lasciarono uscire un po' sotto l’imbocco della Via Grohmann alla Croda Rossa. La gita non è sicuramente alla portata di tutti, svolgendosi in una zona impervia, franosa, senza tracce e con qualche difficoltà. Tra le varie prerogative, però, il panorama sui monti d’Ampezzo che godemmo dalla stretta cima era davvero unico e, dopo Girotto e pochi altri che traversarono la Pala con gli sci, mi pregio di essere fra i pochi che l'ha visitata d’estate per ben due volte!
venerdì 6 marzo 2009
Una montagna bassa, ma proprio bassa!
Dal Rifugio Mario Premuda in Val Rosandra (70 m.), il più basso d’Italia, ho salito varie volte il Cippo Comici. Quotato 232 m., e quindi una "montagna" bassa, ma proprio bassa, il Cippo è un rilievo roccioso proprio nel mezzo della valle carsica che si apre alle porte di Trieste. La Valle è nota ai rocciatori per le vie che offre e agli escursionisti per le belle passeggiate. Dedicato a Emilio Comici, il Cippo sorge a picco sulla valle ed è piuttosto frequentato. Dal rifugio, posto sulla riva del torrente Rosandra e che si raggiunge da Trieste attraverso Bagnoli con una breve camminata, si segue il sentiero a sinistra del torrente, che passa per i resti dell’acquedotto romano (500 d.C.). Il sentiero continua verso il centro della valle e, fiancheggiando l'acqua, sale ad un bivio. A destra si va a Santa Maria in Siariis, una chiesetta testimoniata già nel 1300. Il sentiero sale ripido su detriti alla cresta del "Crinale" per passare, una volta superatala, nella valletta tra il "Crinale" e il Monte Carso. In breve, con qualche facile passo su roccia, si esce sull’aereo promontorio del Cippo. Da qui si può scendere in mezz’ora a Botazzo, minuscolo villaggio noto per l’osteria, oggi purtroppo chiusa. Per tornare al rifugio, si segue il sentiero che dal Cippo scende lungo le pareti del "Crinale". Attraverso fitti cespugli, si va ad incrociare il sentiero che lungo il Rosandra riporta al rifugio. Meta panoramica, dal Cippo si ammira l´intera Val Rosandra, un canyon alpino a poca distanza dal mare, ricco di sentieri e di vie di roccia. Siamo stati sul Cippo il 24 aprile 2006; vi mancavo da vent'anni esatti e ho ritrovato in mezzo alle rocce ed agli arbusti di quell’angolo di Carso le sensazioni di quando vi salivo da studente nelle domeniche di primavera, alternando agevolmente il mare alla montagna
mercoledì 25 febbraio 2009
“Varda Faloria, che sin và in fasc!”
Sono le parole del pastore di Larieto, pronunciate nel pomeriggio di domenica 20 maggio 2007, mentre dal "Brite" assistevamo in diretta al terzo crollo da un lastrone roccioso, situato sulla destra orografica della stazione terminale della Funivia Faloria. Il crollo ne seguiva un altro accaduto quella mattina e un altro ancora, ben più ampio e notato fin dal centro del paese, accaduto cinque giorni prima e del quale aveva informato anche la stampa. Le montagne che si polverizzano in minore o maggiore misura costituiscono un fatto ricorrente, un appuntamento ineluttabile. Dopo la Torre Trephor (primavera 2004), ricordo il cedimento sulla parete meridionale della Croda del Pomagagnon (29 giugno 2005), poi nello stesso anno quello sulla parete sud della Croda Marcora e quello sullo stesso versante della Punta Fiames, accaduto nell'aprile 2007; ultimo, ma più importante, l'enorme franamento sulla Cima Una in Val Fiscalina, del 12 ottobre 2007. Sicuramente, qui da noi ce ne saranno stati anche altri, che al momento mi sfuggono. Nulla di geologicamente preoccupante, dicono gli esperti: rientra tutto nella normale dinamica della Terra, certo. Ma per l’alpinismo, l’escursionismo, il turismo forse qualche preoccupazione nasce, dato che questi fenomeni interessano crode, rifugi, sentieri, vie: ambienti che per fortuna fino ad oggi – considerata l’epoca in cui accadono - ne sono sempre stati coinvolti in maniera abbastanza marginale. Quest’ultimo crollo, peraltro, interessò una zona in cui da tempo si vocifera della realizzazione di una ferrata “new wave”, che giungerebbe fin sul ciglio del Mondeciasadió (antico nome di Faloria, oggi dimenticato) e offrirebbe a chi sale in funivia una panoramica delle evoluzioni dei ferratisti su funi e scalette. Lungi da chi scrive l’intenzione di allarmare, ma non so se la zona sia ottimale per impiantarvi una via attrezzata, sia per la sicurezza del versante sia per lo sconsolante panorama che offrirebbe: una lastra rocciosa alta almeno cento metri, scollatasi dalla sottostante parete come un enorme wafer e precipitata sui ghiaioni, lasciando una giallastra e polverosa cicatrice che si è in parte rimarginata ma, con un po' d'occhio, si vede ancora.
sabato 21 febbraio 2009
Gusela o Bujela: due nomi per una montagna dimenticata
Nel luglio 1991, salii per la prima volta una cima ampezzana che mi regalò suggestioni diverse dal solito: la Bujèla (Gusela nelle pubblicazioni alpinistiche) de Padeon, nel gruppo del Pomagagnon. E’ questa una stramba cupola, ben visibile dalla strada d’Alemagna nei pressi di Ospitale. Fino al 1985, il suo interesse si limitava alla semisconosciuta via normale: il 28 luglio di quell’anno, gli Scoiattoli Paolo Bellodis e Massimo Da Pozzo tracciarono la via “Gipsy” sulla placca grigio-gialla – avanzo di un remoto franamento – che guarda la Val Pomagagnon, via ripetuta varie volte. La Bujèla era stata conquistata da Viktor Wolf Von Glanvell e Karl Günther Von Saar il 28 luglio 1900, lungo la “cengia a spirale” che la fascia con una certa regolarità. Due giorni dopo, Karl Domenigg salì in vetta da solo per un “alto e liscio camino” che incrocia la via originaria e riserva qualche difficoltà in più. La Von Glanvell, percorsa di rado, anche se Visentini nel suo libro sul Cristallo del 1996 la giudica una delle vie normali più godibili della zona, si aggira sul 1° grado superiore. Non è più una passeggiata, ma non ancora una scalata: salendola, s’incontrano mughi e detriti, roccette e un tratto di dolomia compatta quasi verticale, e in fin dei conti - per una sommità piatta ed erbosa – è necessario un certo impegno. Dopo il primo approccio, vi sono tornato nel tardo autunno 1992, trovando ghiaccio e godendola poco, e nel settembre 1995: in seguito, non sono più salito (ma come dice qualcuno, “le montagne sono sempre là”). La Bujèla è un luogo al quale, prima che le frane sconvolgano la “cengia a spirale” e impediscano un accesso tutto sommato semplice, gli appassionati del “selvaggio” dovrebbero fare una visita.
lunedì 16 febbraio 2009
Successo per l'Incontro d'inverno 2009 del CAI Cortina
Il CAI Cortina annuncia con soddisfazione il successo del tradizionale Incontro d'inverno per soci e amici, svoltosi domenica 15.2 al Rifugio Angelo Dibona ai piedi della Tofana.
All'incontro hanno partecipato 45 appassionati che, dopo aver raggiunto il Rifugio a piedi da Fedarola, con gli sci d'alpinismo e le “ciaspes” da In son dei Prade, hanno trascorso in compagnia alcune ore, allietate da una giornata incomparabile, un ottimo pranzo e ricordi e progetti di montagna.
Il CAI porge un particolare ringraziamento al gestore del Rifugio, Riccardo Recafina, e alla sua squadra, che hanno allestito un pranzo degno di un ristorante.
Mentre l'Incontro d'inverno è rinnovato al prossimo inverno, il CAI ricorda i prossimi appuntamenti:
- 21 febbraio: gara di sci alpinismo in notturna - 11° Trofeo “CAI Cortina”;
- 8 marzo: gita con le “ciaspes” in Val de Gotres;
- 11 marzo: Assemblea Generale dei Soci;
- 14 marzo: Cena Sociale per soci e amici al Rifugio Col Druscié
Info: www.caicortina.org
All'incontro hanno partecipato 45 appassionati che, dopo aver raggiunto il Rifugio a piedi da Fedarola, con gli sci d'alpinismo e le “ciaspes” da In son dei Prade, hanno trascorso in compagnia alcune ore, allietate da una giornata incomparabile, un ottimo pranzo e ricordi e progetti di montagna.
Il CAI porge un particolare ringraziamento al gestore del Rifugio, Riccardo Recafina, e alla sua squadra, che hanno allestito un pranzo degno di un ristorante.
Mentre l'Incontro d'inverno è rinnovato al prossimo inverno, il CAI ricorda i prossimi appuntamenti:
- 21 febbraio: gara di sci alpinismo in notturna - 11° Trofeo “CAI Cortina”;
- 8 marzo: gita con le “ciaspes” in Val de Gotres;
- 11 marzo: Assemblea Generale dei Soci;
- 14 marzo: Cena Sociale per soci e amici al Rifugio Col Druscié
Info: www.caicortina.org
Iscriviti a:
Post (Atom)