giovedì 4 giugno 2009

IL CAI Cortina sul Sasso del Pozzo (Val di Braies)

8 soci del CAI Cortina hanno preso parte, domenica 7 giugno, alla prima gita estiva sezionale, la “Gita delle Tartarughe”. Quest’anno l'escursione si è indirizzata verso il Sasso del Pozzo (Allwartstein, 1954 m), simpatica cima minore del gruppo dolomitico del Picco di Vallandro.
Dallo Sport Hotel di Braies Vecchia, il gruppo ha raggiunto l'ombroso Passo del Capro, fra il Sasso e il Monte Lungo di Braies. Dopo una breve sosta alla vicina Malga Pozzo, intorno a mezzogiorno i soci hanno toccato la vetta del Sasso, percorrendone la facile cresta nord. Scesi per l'altrettanto facile cresta sud, all'altezza del "prato pensile" la pioggia ha iniziato a disturbarli. L'acqua si è fatta via via più forte, fino a scrosciare violenta, fortunatamente quando il gruppo era già al riparo, presso i diroccati Bagni di Braies Vecchia. Anche se sfavorita dal maltempo, la gita è stata gradita da tutti i partecipanti (Alfonso, Anne, Carlo, Davide, Erica, Ernesto, Iside, Lara), che si sono rinfrancati con un buon gelato a Dobbiaco, rinnovando l'appuntamento alla prossima occasione.

sabato 30 maggio 2009

16 anni fa come oggi, sotto la cima c'era ancora un sacco di neve!

Lo Strudelkopf, sulla dorsale del Picco di Vallandro, è una cima per ... pigri. La croce di vetta, dedicata ai reduci di tutte le guerre, si raggiunge, infatti, da Pratopiazza in meno di un’ora, per una larga stradina, praticabile anche in mountain bike. Oltre che per il panorama, lo Strudelkopf – vasto rilievo erboso – è frequentato proprio per l’accesso facile e breve. Comunque c’è anche un modo più “alpinistico” di salirvi: dal versante opposto a Pratopiazza, per l’Helltal-Val Chiara, dove si snodava la via d’accesso militare austriaca. Il sentiero parte dal Ristorante Tre Cime di Landro. Risale la ripida costa di alberi e mughi che sovrasta la strada, poi cambia versante ed entra nella valle vera e propria. Superata una scalinata di legno, una galleria e un’esposta cengia con corde fisse, il sentiero continua in destra orografica della valle sbucando su una sella del crinale, dove sorge un fortino diroccato. Qui s’incrocia la stradina che sale da Pratopiazza, e in un quarto d’ora si è in vetta. Il dislivello da Landro è di 900 metri: per la salita occorrono due ore e mezzo, un po’ faticose ma interessanti per le testimonianze belliche sparse lungo il percorso e l’ambiente silenzioso. Il sentiero è un tratto dell’Alta Via delle Dolomiti n. 3, ed è spesso seguito in discesa. Ho salito molte volte anche lo Strudelkopf, per scendere dal quale preferisco una variante poco segnata: il vecchio sentiero dei cacciatori. Esso devia da quello usuale presso un rudere di teleferica, e si abbassa tra gli alberi, accanto ad un rio. Dove questo sprofonda in una cascata, piega a sinistra e cala fra i mughi, rientrando nel bosco e sboccando sulla Strada d’Alemagna, a due km da Landro. La variante percorre una zona impervia ma non difficile: attenzione in caso di pioggia o di neve. 16 anni fa come oggi ero lassù: e nella conca sotto la vetta c'era ancora un mucchio di neve, sul quale ci divertimmo con lunghe scivolate.

mercoledì 27 maggio 2009

1979, 1980, 1987: ansimando sullo spigolo del Col dei Bos

La consegna all’archivio della nostra Sezione del CAI, di un libro di via collocato lungo la Via Alverà-Menardi sullo spigolo sud-est del Col dei Bos e distrutto anzitempo dalle intemperie, mi ha fatto riandare alla mia esperienza della via in questione. Sono lieto di averlo salito tre volte: il 20 maggio 1979 con Enrico, poi il 13 luglio 1980 con Stefano e Marco e infine il 7 giugno 1987 con Mauro. Oggi, nonostante l’aggiunta di chiodi, che semplificano alcune situazioni allora piuttosto aleatorie, e l’affermazione da parte di qualche "Big Jim dell'alpinismo" che si tratta di una via “facile”, mi consola sapere che una guida di vie scelte classifica di V+ la fessura strapiombante a metà salita, dove … vidi almeno due volte le streghe. Lo spigolo, salito per la prima volta dagli Scoiattoli Silvio Alverà Boricio e Luigi Menardi Iji il 13 luglio 1947, è noto e frequentato anche oggi. Va evidenziata una certa discontinuità nelle tirate di corda, che alternano passaggi di difficoltà media ad altri molto più impegnativi, la comodità dell’attacco ma soprattutto l’uscita sui morbidi prati della vetta, dove ci si può stravaccare e gustare la “conquista”. Ho notato che la via è percorsa soprattutto da veneti, tedeschi ed est-europei, e qualche salita è ancora appannaggio di guide con clienti. La cosa fa piacere, e spero che lo spigolo del Col dei Bos attragga sempre vecchi e giovani, magari meglio dotati del sottoscritto, il quale ha tratto l’amara conclusione che certi passaggi stretti e strapiombanti forse non erano per lui.

martedì 26 maggio 2009

In montagna, cantando (o quasi) sotto la pioggia

Oggi pomeriggio, tornando a casa dal lavoro al principiare di un diluvio poi scatenatosi con tutte le forze, riflettevo su quante volte mi è capitato in questi anni di imbattermi, sopportare, in concreto uscire sempre indenne da un temporale di grossa portata, mentre mi trovavo in montagna. Adesso avventure di quel tipo non capitano più, e se prendiamo un po’ di pioggia di solito succede in situazioni abbastanza sicure, perché non saliamo pareti impegnative e perché, prima di partire, ci affidiamo sempre alle previsioni, ma in gioventù ho ricordi d’alcuni momenti abbastanza traumatici. Due temporali di grosso calibro ci sorpresero, guarda caso, scendendo dalla via normale della Cima Grande di Lavaredo. La prima volta (1985) lungo la via, eravamo in tanti, tutti sorpresi dal maltempo scatenatosi nel pomeriggio: dovemmo scendere lentamente, le corde si attorcigliavano, eravamo bagnati, faceva freddo, il nervosismo aumentava e una volta alla base … festeggiammo con una gran libagione. La seconda volta invece (1996) eravamo solo in tre, con le corde smuovemmo valanghe di pietre ma senza ferire nessuno, arrivammo a Misurina senza un millimetro di pelle asciutta, ci consolammo dello scampato pericolo con un semplice tè e … giurai che per la prossima salita della Grande di Lavaredo avrei aspettato un periodo di siccità. Per non parlare poi della discesa dal Gran Ciampani dl Murfreit in Val Gardena del 1986, dove alla pioggia successe la neve (era il 10 agosto), ci disorientammo e dovettero venire a prenderci! Ma ci sono state anche altre occasioni in cui siamo usciti dal contatto con le pareti fradici, infreddoliti, scossi, un po’ nauseati, ma pronti a ripartire al primo balenare di un raggio di sole!

venerdì 22 maggio 2009

Diretta Dimai, un banco di prova per i miei vent'anni

Il 16 luglio ricorrerà il 75° anniversario dell’apertura della prima via alpinistica di sesto grado sulle Cinque Torri: la Diretta Dimai, sulla parete SE della Cima Sud della Torre Grande. La Diretta fu senza dubbio uno dei piccoli capolavori di Giuseppe Dimai Deo, guida allora trentunenne. Con la via Miriam (1927), la Fessura Dimai (1932) e la breve ma difficile parete nord della Cima Nord (1933), rappresentò la quarta e ultima via nuova del Deo sulla Grande. Con lui era legato il collega Celso Degasper “Meneguto”; seguiva Angelo Verzi “Sceco” con il fotografo e buon rocciatore Giuseppe Ghedina “Basilio”. La prima salita richiese agli ampezzani otto ore di fatica e diversi chiodi. Il 23 settembre dello stesso anno, il portatore Luigi Franceschi “Mescol” ed Emilio Siorpaes “da Sorabances”: furono i primi ripetitori della Diretta, mentre la terza salita documentata risulta quella del 3 ottobre 1943, degli Scoiattoli Ettore Costantini “Vecio”, Luigi Ghedina “Bibi”, Albino Alverà “Boni”, Luigi Menardi “Igi”. Il 1° ottobre 1944, il “Vecio” (che nel periodo 1943-1947 salì la Diretta quattordici volte) ne effettuò la prima solitaria, sesta assoluta. La Diretta completa la triade degli itinerari sulle Cinque Torri che, soprattutto fra gli anni ’30 e gli anni ’50, attrassero rocciatori da tutto il mondo. Fu corretta con due brevi varianti nel 1957 e 1975, ed ancora oggi, in tempi di spit, free climbing e decimo grado, conserva il suo grande fascino. Chi scrive ebbe la fortuna di salirla, purtroppo una sola volta, nel luglio 1979: tutto sommato se la cavò discretamente.

lunedì 18 maggio 2009

"Ra paré de ra Fiames", appuntamento primaverile della nostra gioventù. Ma esistono ancora, quelle avventure fra amici?

Raccontavo ad alcuni amici il mio primo approccio alla Punta Fiames per la “paré”, la Via Dimai, Heath, Verzi aperta centotto anni fa e diventata una classica dolomitica. Il fatto risale al 27maggio 1976, e lo vissi con l’amico e coetaneo Ivo, poi divenuto guida alpina. Era venerdì: è palese che per andare “in croda” avevamo fatto “plao” ... Con il ciclomotore di Ivo salimmo fino ai piedi del Calvario (il tratto finale dell’accesso alla parete, chiamato così per il terreno sul quale si svolge: da provare soprattutto sotto il sole cocente!), armati di una bottiglia d’acqua, una scatola di cubetti di zucchero e la Gazzetta dello Sport. Per l’occasione, Ivo mi aveva prestato un’imbrago di pelle casalingo di suo padre Arturo, forte Scoiattolo e guida alpina degli anni ‘60. Io indossavo il giubbetto con il quale in quel periodo andavo a scuola! Fra i particolari della salita, ricordo che ebbi un po' di titubanza a scavalcare il “naso giallo”, dove lasciai un moschettone a due tedeschi che ci tallonavano; graffiai l’orologio nel “Busc de Frasto”, allora asciutto e agevole, ma quando giunsi in vetta toccavo il cielo con un dito. Non ero neppure maggiorenne e avevo già fatto la “paré de ra Fiames”! La scalata mi piacque così tanto che vi tornai con Carlo il 12 settembre dello stesso anno. La seconda volta però non andò bene come la prima, a causa di un incidente occorso a due del gruppo e risoltosi senza conseguenze, anche se con l’intervento del Soccorso, che ci costò una ramanzina severa e mai dimenticata. Percorsi poi spesso la Dimai, per un totale di 19 salite, in ogni stagione e con amici diversi. Da ultimo, salimmo lassù, Alessandro, Tomaso e io, nel torrido agosto 1996. Vista l’ora in cui toccammo la cengia sopra la “prima parete”, proposi una saggia ritirata per evitare di far notte: finora, è stata l’ultima volta in cui ho sfiorato la dolomia calda e amica della “mia” "paré de ra Fiames".

sabato 16 maggio 2009

Gemellaggio alpinistico Cortina-San Vito sulla Rocchetta di Prendera (200° post di questo blog!)

Il CAI di San Vito di Cadore, molto attivo in questi ultimi anni grazie al rinnovo della presidenza e a diverse iniziative d'indubbio interesse, ha proposto agli amici di Cortina di continuare il gemellaggio avviato lo scorso anno col "Giro de le casere de Ospedal". Sabato 10.10.2009 le Sezioni contermini si daranno appuntamento per inaugurare la croce lignea, collocata nello scorso autunno in vetta alla Rocchetta di Prendera (2496 m), confine fra Ampezzo e Cadore. Il CAI Cortina ha accolto con interesse la proposta, tesa a consolidare l'amicizia fra le Sezioni, proprio su una montagna che fino a novant'anni fa fece da confine fra l'Impero asburgico e il Regno d'Italia.

venerdì 15 maggio 2009

La Croda de r'Ancona, cima minore ma remunerativa. Suggerimenti per un'estate che pare lontana.

A Cortina ci sono obiettivi proficui per gli escursionisti che desiderano conoscere e non solo collezionare gradi e quote. Suggerisco una cima minore, ma remunerativa: la Croda de r’Ancona, che incombe maestosa sulla Strada d’Alemagna con un torrione roccioso appoggiato su un ampio zoccolo di detriti, mughi e conifere. Sul versante opposto, la Croda si mostra più mansueta: , il suo tallone d’Achille risiede nella cresta O, che degrada su Ra Stua, inarcandosi a metà con un piccolo dosso, dove sorge un segnale trigonometrico, la Croda dei Ciadis. Non so quante volte sono salito sulla Croda: facevo le medie, quando mi ci condusse mio padre, battitore appassionato della zona, allora come oggi fuori del vasto novero delle montagne dolomitiche impacchettate con funi, gradini e scale metalliche e pubblicizzate ai quattro venti. Sulla Croda non ci sono ferrate: o meglio, ce n’è una breve, casereccia, mai collaudata, ma percorribile. E’ una lunga fune rugginosa, che consente di scendere con una sicurezza "morale" verso lo scenografico Busc de r’Ancona, sulla cresta di Ra Ciadenes, dal quale si rientra alla base su labili tracce di guerra. Il 22.8.2002 portai sulla Croda il primo libro di vetta, sostituito con uno più robusto il 15.10.2006. In un lattiginoso giorno di settembre, la nebbia ci fece quasi smarrire la traccia sul dosso traforato da residuati bellici dei Ciadis, allora quantomai silenzioso e avvolto da inquietanti nebbie. Credo che tonerò ancora sulla Croda con amici che non la conoscono, per mostrare loro un angolo dolomitico minore, poco reclamizzato ma non per questo meno interessante.

giovedì 14 maggio 2009

Achille Compagnoni, uno degli uomini del K2.

Compagnoni e Lacedelli; Lacedelli e Compagnoni. Sono più di cinquant’anni che questo binomio (in ordine alfabetico, d’età, d’importanza, di “primogenitura” ...) accompagna articoli, libri, saggi dedicati al K2. Lo zio (tale, infatti, è Lino Lacedelli de Mente per me), oltre che con alcuni magistrali sesti gradi, dal 1954 fa pendant con l’alpinista, lombardo trapiantato in Val d’Aosta. Con quel Compagnoni alpino, fondista, poi albergatore, che salì oltre 100 volte sul Cervino. Con quel Compagnoni grande ghiacciatore ma soprattutto predestinato a salire il K2: perché era un occidentalista, perché aveva già quarant’anni, perché sarebbe stata l’impresa della sua vita, perché … lo voleva il potere e il nazionalismo che caratterizzarono la spedizione italiana al secondo 8000 della Terra. Achille Compagnoni, classe 1914, se n’è andato. Lino, il fortissimo fabbro che si trovava bene sugli strapiombi dolomitici, colui col quale il valfurvino divise la gioia di calpestare la seconda vetta del mondo, non gli sarà accanto nell'ultimo viaggio, e se ne duole. E' scomparso un altro dei grandi “eroi” dell’alpinismo italico; di lui non ricorderemo grandi ripetizioni, direttissime di VI grado, famose pareti nord, ma il K2, quegli 8611 metri che - anche a causa sua - fino a ieri hanno fomentato sanguigne polemiche sul chi, sul come, sul dove. Anche l’alpinismo cela qualche miseria, ed è un peccato, ma è pur sempre una passione umana. Neppure Compagnoni è stato immune da questi inciuci da bassa politica, purtroppo. In ogni modo rendiamo l'ultimo, affettuoso saluto ad Achille, che con il nostro inossidabile Lino ha dato all’alpinismo italiano grande risonanza, una dimensione finalmente nazionale, l’orgoglio per il riscatto della patria da una guerra perduta. E si è persino meritato una figurina tutta sua su un vecchio album dei “Campioni dello Sport”. Chi scrive ricorda bene Compagnoni; un bell'uomo dal portamento eretto, fisico massiccio e sguardo fiero, colorito abbronzato e severo completo blu, che sfilava a Cortina nel 1994, per il 40° della spedizione. Fu l’unica volta in cui lo vidi, ma indirettamente lo conoscevo già da anni.

lunedì 11 maggio 2009

41 anni fa, la prima via nuova su un "timidissimo risalto" della cresta del Pomagagnon, la simpatica Pala Perosego.

La storia della Pala Perosego, timidissimo risalto della cresta rocciosa che scorre parallela alla Val Padeon, esaurendo verso est la dorsale del Pomagagnon, inizia esattamente 41 anni fa. E' l’11.5.1968, infatti, quando Diego Valleferro e Mario Dimai aprono una via di VI sullo spigolo sud, centoventi metri di roccia in parte friabile. Lo spigolo, dedicato ad Armando Menardi, richiede agli ampezzani cinque ore di salita e 35 chiodi, dei quali sette restano in parete. Personalmente, ho scoperto la Pala mediante le indicazioni di Luca Visentini. Sono salito sulla cima quattro volte per la “via normale”, che si risolve in soli quindici metri d’arrampicata. Il 23.9.2000 portai lassù da solo un libretto, che sistemai sotto il piccolo ometto di vetta; distrutto da un fulmine e sostituito nel maggio di due anni fa, il libretto attende i rari visitatori di quella cima minore e solitaria. Nell’occasione studiai anche la storia alpinistica della Pala, ed ecco i risultati dell’indagine. Nonostante la scarsa importanza del risalto, sono già quattro le vie aperte sul suo lato meridionale. Dopo la scoperta di Valleferro e Dimai, il 20.10.1973 Raniero Valleferro e Alberto Dallago tornarono sulla Pala per la parete S, aprendo una via di VI+, che richiese sette ore d’arrampicata e 40 chiodi. Il 29.5.1977, i “Ragni” di Pieve di Cadore Marco Bertoncini, Mauro Ceriani, Mauro Ciotti e Isidoro Soravia tracciarono un altro percorso sulla stessa parete, lungo un centinaio di metri e con difficoltà di III e IV, ma su roccia mediocre. Un giorno d’ottobre del 1995, infine, Eugenio Cipriani e M. Tonegutti aprirono una quarta via - per ora, l’ultima - sempre sul versante S della cima, trovando difficoltà di V su roccia abbastanza solida. Probabilmente la storia del piccolo risalto – anche se gli spazi rimasti sembrano ormai molto scarsi - non è ancora finita. Per quanto mi riguarda, è molto probabile che ci ritorni ancora.