giovedì 7 maggio 2009

I sentieri: un bene di tutti, che tutti dovrebbero concorrere a conservare. Adotta anche tu un sentiero!

Sempre più escursionisti, locali e non, concordano sul fatto che le centinaia di chilometri di sentieri tracciati attraverso le montagne d'Ampezzo sono tabellate, segnate e mantenute in efficienza con una tenacia ed un'attenzione ammirevoli, non sempre riscontrabili in altre zone dell'arco alpino. Questa constatazione è causa d'orgoglio per la Sezione di Cortina, che fin dalla fondazione annovera fra i propri scopi istituzionali la cura dei sentieri di montagna (le vie ferrate rimangono escluse, perché la loro manutenzione ricade fra i compiti delle guide alpine).
Non bisogna dimenticare peraltro che, per mantenere i sentieri di montagna, occorrono tempo, denaro, impegno e disponibilità di volontari, e - considerata la delicatezza e la fragilità dell'ambiente montano - il controllo costante della vasta rete di percorsi di competenza del CAI, non è una cosa facile. Per questo, qualche anno fa, la Sezione ha promosso l'iniziativa "Adottiamo un sentiero". Ci si è posti l'obiettivo di trovare, per ciascun sentiero della conca ampezzana, uno o più volontari disponibili a percorrerlo una o due volte l'anno, preferibilmente all'inizio e al termine della stagione estiva.
I volontari controllano lo stato del terreno, delle tabelle, dei segnavia e di tutte le infrastrutture che li caratterizzano, compiono eventuali piccoli interventi di manutenzione e segnalano alla Sezione interventi di maggiore rilievo che richiedono uomini e mezzi, in modo da poterli eseguire in seguito con l'aiuto dei volontari.
L'iniziativa, partita nel 2001, ha raccolto da subito il consenso di numerosi soci e familiari, ai quali la Sezione ha affidato oltre sessanta sentieri o segmenti di sentieri, numerati dal CAI e anche non numerati ma noti ad escursionisti e alpinisti, cercando di contemperare le esigenze, le capacità e la disponibilità d’ogni volontario.
Far parte della lista degli "adottanti" è semplice: basta prendere contatto con i consiglieri della Sezione o scrivere a
segreteria@caicortina.org. Per riconfermare o proporre la propria disponibilità, gli interessati possono compilare e rispedire il modulo scaricabile dal sito del CAI Cortina, www.caicortina.org. Adotta anche tu un sentiero!

martedì 5 maggio 2009

Un sistema satellitare su una guglia dolomitica famosa. Perché non cada.

Dall'estate 2006, un sofisticato sistema satellitare, agganciato qualche metro sotto l'angusta cima della Torre Inglese nel gruppo delle Torri d'Averau, controlla il pinnacolo per anticiparne possibili incrinature e crolli, e magari salvarlo dalla malinconica fine della “sorellina” Trephor, che si schiantò d'improvviso al suolo nella primavera 2004. Quinta delle guglie visibili da Cortina e caratteristica per la sua forma a corno, la Torre Inglese è alta 53 m, e ha una storia breve, ma singolare. Fu salita per la prima volta da SE dal britannico G.W. Wyatt con le guide di Cortina Angelo Maioni Bociastorta e Sigismondo Menardi de Jacobe. Correva l’estate del 1901, e - dopo la Grande - l’Inglese fu la seconda torre d’Averau ad essere salita. Nel 1924 Severino Casara apportò una breve variante alla via originaria, salendo la paretina dove oggi di solito si scende. Il 28.6.1936 Gino Soldà, di passaggio a Cortina, superò da solo il breve ma difficile spigolo E. Durante la guerra, il 23.9.1941, M. Borgarello e R. De Toni scalarono la gialla parete O (già discesa a corda doppia trent'anni prima). Ultimo a cadere fu lo spigolo S, salito da Fenti e Pellegrinon nel 1960. La via però non pare accreditata, poiché si hanno reperti fotografici della salita ben anteriori al 1960. Oggi l’Inglese è una delle torri più visitate della zona, sia per la brevità ed eleganza della salita (III grado), sia per l'ottima roccia. Ne raggiunsi la vetta per la prima volta nell'estate 1975, guidato dallo Scoiattolo Luciano Da Pozzo. Il 4.4.1976, sull'Inglese compii da capocordata la prima di una serie di salite, un paio delle quali anche in solitaria.

venerdì 1 maggio 2009

Quante volte, in natura, c’è capitato di sorprendere, o anche essere sorpresi da animali selvatici?

Quante volte, in natura, c’è capitato di sorprendere, o essere sorpresi da animali? Credo sia successo a tutti; un camoscio, un capriolo, un cervo, una vipera o altri esseri animati hanno sicuramente rallegrato, se non movimentato le nostre passeggiate in montagna. Fin qui niente di strano. Personalmente ricordo vari episodi, uniti dallo stupore destato dall’incontro con la fauna dolomitica. Tanto più in occasioni in cui ero solo ed immerso nei miei pensieri, per cui l’incontro con un selvatico, anche piccolo, poteva causare momenti di apprensione. Oltre alla fulminea discesa di almeno sessanta camosci dalla cupola dei Zuoghe, che mi sorprese mentre iniziavo a salire il costone dopo la radura con la mangiatoia, mi viene in mente un altro episodio, curioso più che spaventevole. Stavo percorrendo, lentamente e intento ad ossigenarmi a pieni polmoni, la strada militare dei Tizoi Storte verso Lerosa. Erano i primi di maggio, non c’era anima viva e varie chiazze di neve disturbavano ancora la progressione. L’idea era quella di salire la Croda de r’Ancona; giunto però ai Ciadis, dovetti arrendermi, perché il versante N della Croda era coperto da una robusta coltre nevosa, che suggeriva di aspettare ancora. Poco prima, fui sorpreso, e mi si gelò quasi il sangue, da un rumore insolito, forte e secco, come di una catasta di legna che si rovescia. Alzando gli occhi, ammirai stupefatto una palla nera con le ali che si allontanava da un folto cespuglio: era un gallo cedrone, animale notoriamente goffo e schivo. Un’occasione piuttosto rara, di vederlo "en plein air"! Giunto a Lerosa, un paesano arrivato prima di me, confermò che, poco prima, aveva fatto lo stesso incontro. Fui lieto di condividere, non dico lo spavento, ma il brusco risveglio dai nostri pensieri per merito di un volatile, non bello ma raro da osservare, tanto più lungo un sentiero battuto.

giovedì 30 aprile 2009

Del Torrione Severino Casara sul Sorapis, ovvero di una pia intenzione giovanile.

Rifugio Lavaredo, 14 agosto 1976. Attendiamo che cessi un improvviso temporale per continuare la nostra gita, quando ho modo di conoscere Severino Casara. Ho diciott’anni e mastico montagna da un pezzo, ho già fatto qualche piccola scalata sulle mie crode e mando a memoria biografie di rocciatori, nomi di cime e salite: è un’emozione inaspettata conoscere e conversare con una figura importante, ma piuttosto discussa dell’alpinismo dolomitico. Nei giorni seguenti lo accompagniamo alle Cascate di Fanes, e si diverte molto. D’inverno ci sentiamo al telefono, e l’anno dopo ci ritroviamo a Cortina; nell'autunno 1977, passo con Cesare a salutarlo a Vicenza, discutendo per ore di cose di montagna, quelle che coltivo da sempre. Il 29 luglio 1978 Casara muore, settantacinquenne. Entusiasti come potevano essere tre ragazzi, con Enrico e Federico progettammo subito di ricordare l'amico. Volevamo dedicargli non solo una via, ma un massiccio torrione che credevamo, e credo ancora inviolato, che si stacca dal piede della Croda Rotta nel gruppo del Sorapis e domina la parte superiore della Val Orita. Da lontano fa una certa mostra di sé, ma - pur avendo lambito diverse volte le sue pendici, l'ultima verso la fine di luglio 2008 - non ho mai capito esattamente quale individualità abbia. In quegli anni mi pareva che facesse la sua porca figura, quindi pensavamo di esplorarlo, provare a salirlo ed in caso di successo dedicarlo al vicentino che aveva descritto così bene le Dolomiti. Avremmo inviato relazioni e fotografie alle riviste del settore e forse ci saremmo guadagnati anche noi un posto nella storia delle crode d’Ampezzo.Come sempre, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: forse il Torrione era troppo impegnativo, forse la qualità della roccia non meritava i nostri sforzi o forse eravamo ancora poco motivati, fatto sta che alla fine non se ne fece niente. Fu davvero un peccato!

martedì 28 aprile 2009

56 carte per imparare, giocando, con le fiabe e le leggende delle Dolomiti.

L’Istituto Ladin de la Dolomites di Borca di Cadore ha pubblicato e presentato "Fabulando con il gioco delle 56 carte", di Paola Martello (Tipografia Esca - Vicenza, 2009, € 15,00). Il gioco presenta le leggende delle Dolomiti nell’interpretazione e illustrazione della professoressa Paola Martello, autrice anche della recente versione dedicata con successo al microcosmo dell’Altopiano dei Sette Comuni.
Per l'Istituto, che da un quinquennio si occupa con fervore della promozione e sviluppo della lingua e cultura delle comunità ladine che abitano l’alta Provincia di Belluno, l’iniziativa è una novità.
Una novità che trova però radici in un modello consolidato: la divulgazione fra le giovani generazioni, e magari anche il risveglio in quelle mature, dei ricordi e delle sensazioni evocate dalle leggende, dai miti, dalle storie che i nostri avi tramandavano oralmente di padre in figlio, raccontandole nel tepore delle stalle a schiere di bimbi immagati e confusi tra fate, folletti e orchi, e che l’uomo moderno considera con l’occhio del progresso ma anche, molto spesso, con uno sguardo ammaliato.
In "Fabulando con le 56 carte" fanno capolino credenze ed allegorie animate da donne e uomini buoni ma anche terribili, bestie reali e immaginarie, luoghi solari e cupi, alberi che parlano e rocce che si muovono. Un universo fantastico, che per secoli ha alimentato l’immaginazione, la credulità, i timori dei montanari e oggi si presenta ben strutturato, grazie alla paziente ricucitura delle trame compiuta da studiosi del calibro di Giovanni Battista Alton, Hugo de Rossi, Karl Staudacher, Karl Felix Wolff e, più vicino a noi, Bruna Dal Lago, Giuliano Palmieri, Giovanna Zangrandi e qualche altro.
Le leggende e le credenze popolari fanno ancora parte integrante della nostra vita. Non si può non commuoversi ancora, ad esempio, al cospetto della storia legata alla Porta del Dio Silvano presso Cortina, passando sotto la quale - fino agli inizi del secolo scorso - i contadini si toglievano il cappello e le vecchiette mormoravano qualche giaculatoria! Non si può non immaginare che il cacciatore Matia di Zuel, trovatosi in difficoltà sull’alto campo nevoso del Sorapis che poi prese il suo nome, mentre inseguiva un ungulato (l’omologo dolomitico di Zlatorog, fatato camoscio bianco che domina il suo reame sulle alture del Tricorno, ed è stato eletto simbolo della Slovenia?), sia stato - senza volerlo - un protagonista delle leggende d’Ampezzo!
E poi, chissà se nella “Chiesa di Maria de ‘Sanin” rimangono ancora testimonianze dell’infelice ragazza di Mortisa, che dicono fuggisse a pregare negli umidi recessi di Volpera, per scampare ai soldati che la insidiavano! E chissà se in riva ai nostri laghi, da Federa al Lagoscin, risciacqueranno e stenderanno ancora i panni le Anguane dal piè di capra, figure femminili che campeggiano in tutta la favolistica alpina e si danno alla fuga al minimo manifestarsi di presenze umane!
Quello dei miti o leggende che dir si voglia, è un caleidoscopio ricco di sfaccettature e costituisce ancora un ambìto oggetto di studi, prodigo di sorprese e materiali d’indagine. Con il suo lavoro, Paola Martello affida a piccoli e grandi il mondo incantato delle nostre montagne in forma di gioco, personificandolo in un lavoro che prende le mosse dalla grande mappa di tutta la Ladinia ed oltre, dal Brenta ai monti della Carnia, fin giù alle Prealpi.
I nostri occhi di spettatori si nutrono così di laghi, montagne, figure che riescono a scalfire le nostre rocciose convinzioni con tanti segreti; esse custodiscono storie vive nella memoria o già sbiadite nel ricordo e conservate soltanto nelle anime candide che ancora ci credono e le sanno riportare.
Prima che quest’universo trasversale di conoscenze e credenze popolari stinga nella moderna massificazione, l’autrice ha voluto eternarlo ancora una volta, e lo ha fatto nella forma migliore: un gioco gioioso, che si dipana sui piani sfalsati e coincidenti della scrittura e dell’illustrazione, stimolando l’inventiva e lo stupore.
Attraverso le 56 variopinte carte di “Fabulando” e quanto esse raccontano, scopriamo così insieme (grandi e piccini) luoghi che magari non abbiamo mai sentito nominare, personaggi presenti solo in proverbi e modi di dire, convinzioni che oggi, smaliziati come siamo, possono muoverci soltanto al sorriso.
Eppure i rosati tramonti dei Monti Pallidi, i veli che nascondono e schiudono le Dolomiti, sanno estasiarci come un’eterna fiaba, e lo faranno sempre. Dopo aver giocato con “Fabulando”, se c’incanteremo anche soltanto per un attimo pensando ai tòpoi della mitologia ladina, dal Lago di Carezza al Parlamento delle Marmotte, dalle Grotte di Volpera al Regno d’Aurona, dalle rocce di Falzarego che pietrificano il falso re alla Rocchetta dove riposa la Bella Dormiente, avremo la chiave per carpire qualcuno dei segreti, antichi e sempre rinnovantisi, che si celano fra alberi, rocce e ghiacciai.
Un plauso va all’autrice di questo gioco-favola, perché la sua fantasiosa verve affabulatoria e pittorica ci consegna un “bestiario/ominario” di grande effetto per la nostra cultura e la nostra lingua: quello legato all’universo onirico dei monti e delle valli in cui abitiamo, che dalle cime del Brenta fino alla Carnia racconta, riecheggia, sogna mondi irreali, quadri fascinosi del cuore nascosto delle Alpi.

domenica 26 aprile 2009

Carlo, Ernesto, Ivo, Luciano e la Lusy. Frammenti di una lontana domenica di primavera.

Ho già scritto altrove della mia prima arrampicata, che ebbe per teatro la via normale del Becco di Mezzodì, il 14 luglio 1975. Forse non ho mai scritto nulla, invece, della seconda, che fu anche la prima effettiva in cordata, la via normale della Torre Lusy sulle celeberrime Cinque Torri. Me ne sono accorto per caso soltanto recentemente: in quella ascensione ricorse per quattro volte il numero quattro. Era il 4 di aprile, eravamo in quattro, il nostro inseparabile “Berti” classifica (a mio parere un po’ abbondando) la salita di IV grado. Io con Ivo, e Luciano con Carlo, dopo essere giunti con mezzi di fortuna a Bai de Dones ed aver risalito la pista di sci ancora innevata (la seggiovia era chiusa, e comunque non avremmo avuto i soldi per i biglietti), con l’assistenza al “campo base” di Giacomo, che era ancora piccolo per progetti di roccia, scalammo insieme i centoventicinque metri della Torre, che in seguito avrei ripercorso ancora tante volte. Finita questa, incasinatici in discesa con le due corde che avevamo, mentre Ivo e Carlo – più fegatosi di noi - affrontavano con baldanza la vicina parete N della Torre del Barancio (quella sì di IV e anche IV+, per salire la quale attesi fino al 1979), Luciano e io ci cimentammo sulle vie normali delle torri Quarta Bassa e Inglese. Scesi da quest’ultima, gli altri due amici erano ancora appesi in parete e il pomeriggio avanzava veloce: che cosa potevamo fare, per evitare il buio? Niente! Accoccolati sui massi sgombri dalla neve sotto le pareti nord, aspettammo nervosi finché rimisero piede sulla terraferma e poi giù di corsa sulla neve fradicia, fino a Bai de Dones. Là ci aspettava il papà di Luciano, che prima appioppò un sonoro manrovescio al figlio, poi ammonì severamente anche noi tre, ed infine ci riportò tutti quanti a Cortina. Il tutto succedeva trentatrè anni orsono.

venerdì 24 aprile 2009

Valerio, Misurina, lo Spigolo Giallo: un uomo di montagna e le sue crode in un libro di Bepi Pellegrinon.

Il 15.5.08 è mancato - sulla soglia degli ottant'anni - Valerio Quinz, guida alpina, grande sportivo e imprenditore turistico di Misurina. Da acuto osservatore qual è, lo scrittore-editore Bepi Pellegrinon ha colto la palla al balzo, dedicando all’amico Valerio una nuova ricerca storica sull’alpinismo dolomitico. Ne è sortito il saggio Bepi Pellegrinon -a cura di-, Il cuore oltre lo spigolo. Le montagne di Valerio Quinz, Nuovi Sentieri - Cornuda, 2008, pp. 94 con f.t. b/n e col., € 20,00, corredato da oltre novanta immagini in bianco e nero e una dozzina a colori, nelle quali l'auronzano Valentino Pais Tarsilia ha colto le cime della Val d'Ansiei, frequentate da Quinz per una vita.
Il volume ripercorre l’esistenza di Valerio, figlio di Giuseppe (1887-1970) che scese da Sappada in Auronzo per fare la guida negli anni '20 e, fra gli altri, fu compagno di croda di Dino Buzzati, con il quale il 26.6.30 aprì una via su una cima vergine dei Cadini, denominata Piz S. Angelo. Già a otto anni il pargolo fu condotto dal padre sul Camino Casara del Popena Basso, e due anni dopo salì la Grande di Lavaredo, ricevendo dal genitore un amore per la montagna rimasto immutato fino all'ultima vetta, la Cima Cadin di S. Lucano, scalata nel 2002 con l'amico Pellegrinon.
Dalle pagine del libro, in cui l'autore è stato coadiuvato da Loris Santomaso, risalta il fatto che Quinz fu promosso guida alpina a soli diciannove anni, ma aveva già alle spalle una solida esperienza; che arrampicò spesso con amici auronzani, Francesco Corte Colò, Isidoro De Lazzer, Angelo Larese Filon, Alziro e Ottavio Molin, Armando Vecellio Galeno, e s'impose all'attenzione del mondo alpinistico il 9.9.49, superando per primo in solitaria lo Spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo, che campeggia in copertina e dà il titolo al libro.
In oltre sessant'anni di roccia, trenta dei quali di professione, sono state innumerevoli le cime e le vie salite da Quinz. La guida però ha sempre parlato poco delle sue ascensioni, preferendo lavorare sodo nel turismo, che lo ha visto condurre coi familiari l’albergo-ristorante ereditato dai genitori sulle rive del Lago di Misurina, base della sua esistenza. Non dimentichiamo poi che Quinz fu anche un valente giocatore di hockey ed un ottimo sciatore, attività che incorniciano una passione per la montagna a tutto tondo.
Nella storia dolomitica, il nome di Valerio si lega ad una ventina di vie nuove e ad importanti ripetizioni sui monti di casa: Cadini, Cristallo, Paterno, Tre Cime, Tre Scarperi. Una scalata domina tutte, ed è il suo “monumento”: il diedro E del Pianoro dei Tocci nei Cadini, 200 metri dritti come una schioppettata e con difficoltà fino al VI, scalati il 10.9.51 con l’amico “Galeno“. Però “Il cuore oltre lo spigolo“ non parla solo di vie: ci sono anche gare sportive, soccorsi in montagna, fraterne amicizie con rocciatori italiani e stranieri, la famiglia, un uomo e un alpinista forte, generoso e riservato. Commuove, a questo riguardo, nelle pagine finali, la cronaca dell'ultima salita e il “testamento” del nonno per i due nipoti.
Un plauso, quindi, a questo impegno editoriale che Bepi ha voluto dedicare a Valerio. Dispiace un po' che nel libro si siano infilate anche alcune imprecisioni toponomastiche (il “Popena Basso“ è diventato prima la “Pala di Popena“ e poi il “Piz Popena“, è citata una “Direttissima dello Spirito Santo” ed altre minuzie). Cose che non incrinano l’interesse e il valore dell’opera per i cultori di storia dolomitica e il rispetto per un uomo che ne ha vergato alcune belle pagine.
Recensisco questo libro con piacere, nel ricordo di Valerio Quinz: mi fu presentato a Ferragosto del 1976, lo stesso giorno in cui iniziò la mia breve, ma intensa amicizia con Severino Casara, il poeta delle Dolomiti.

lunedì 20 aprile 2009

Chi ha detto che d'estate a Cortina c'è gente dovunque? Andiamo a vedere su queste cenge ...

Il passaggio ai piedi della parete E del Taburlo, che collega le Ruoibes de Fora con Progoito; la cengia che percorre le pendici di Ra Sciares sulla Croda Rossa d’Ampezzo, unendo i circhi che fanno capo a Forzela Colfiedo; il tracciato militare sul lato S di Ra Zestes sotto la Tofana Terza; l’attraversamento - battuto dagli ungulati e noto anche ai guardaparco - dal sentiero 447 del Col Rosà al 408 del Passo Posporcora; la cengia sull’avancorpo delle Lainores che collega sotto roccia, in modo originale, la via normale della cima con Antruiles. Sono alcune possibilità, che chi scrive ha già verificato o deve ancora controllare sul terreno, per escursioni abbastanza impegnative sui monti ampezzani, che uniscono peculiarità naturalistiche, storiche ed alpinistiche. Si potrebbero aggiungere due cenge sulla parete NO della Tofana Prima; un paio di percorsi sui Orte de Tofana; gli accessi diretti dalla Ria Longa in Val de Fanes al Col Rosà e dai Pantane al Valon Bianco; la cengia che collega i bivacchi Slataper e Comici traversando dietro le Tre Sorelle. Mi fermo, giacché capisco che stiamo scivolando sul tecnico. Comunque, per conoscere più che profondamente le crode ampezzane forse anche a me difettano molti tasselli. D’altronde, mi posso ritenere fortunato, per avere raggiunto tante altre mete, sovente scomode e aspre: la cengia sull’avancorpo delle Lainores, la Ponta del Pin, la Pala de ra Fedes, il Taburlo, vari sentieri sui 'Suoghe e Ra Ciadenes; il Pezovico. Nel mio “libro dei sogni” ci sono ancora molte pagine bianche: con le idee che mi vengono di anno in anno, magari le potrei riempire, ma non so se riuscirò mai a leggerle tutte. Se lo faranno altri, gli appunti per l’auspicato ma forse utopico aggiornamento della guida delle “Dolomiti Orientali”, al quale tanti appassionati potrebbero dare una mano, potranno essere redatti ugualmente.

domenica 19 aprile 2009

Mosca e la sua Punta ... che non raggiungemmo mai!

Anni fa, galvanizzati dai suggerimenti di Luca Visentini nel suo libro sul Cristallo, salimmo in Val Popena Alta per tentare la Punta Mosca, uno degli alti e remoti satelliti del Cristallino di Misurina. La relazione prometteva una salita abbastanza semplice, per quanto molto lunga e con un notevole dislivello dal fondovalle. Non saprei dire esattamente dove sbagliammo, ma ricordo che arrivammo molto in alto, su una cresta ghiaiosa dove stava infisso un enigmatico palo di legno, e lì ci arenammo, per l’ora avanzata ma soprattutto per la rabbia di non riuscire ad intravedere il resto di una via alla nostra portata. Non credo che tornerò più a curiosare intorno alle punte (Clementina, Elfie, Mosca e Ilde), che occhieggiano ai passanti sulla Strada d'Alemagna fin dal Lago di Dobbiaco. Mi è rimasta però una curiosità storica: sapere qualcosa di più sulla guida auronzana che per primo salì e battezzò quella cima, tale Giovanni Frigo Mosca. Per caso, dalla bacheca delle guide alpine d’Auronzo e dal cippo che lo ricorda sulla strada fra Carbonin e Misurina, ho saputo che nacque nel 1856, visse per molti anni nella Casera Mosca in Val Popéna Bassa, fu guida dalla fine dell’Ottocento, nel 1903 aprì una via sulla parete sud della Cima Grande di Lavaredo (il “Camino Mosca” con Emil Stűbler). In epoca imprecisata, Frigo salì la "sua" Punta da solo e durante la Grande Guerra fu internato in Sicilia perché – abitando vicino al confine di Stato - era sospettato di chissà quali connivenze con gli Austriaci. Laggiù, tra limoni e fichi d’India, splendidi ma troppo diversi dalle creste e dalle guglie del Cristallino di Misurina, che conosceva a menadito, pare che il povero Mosca abbia dato di matto. Tornato in patria morì, comunque piuttosto anziano. Non so moltissimo di queste importanti, ma minori figure dell’alpinismo cadorino, surclassate da altri scalatori più noti, ma ugualmente interessanti per l’evolversi della storia dolomitica. Se fossimo riusciti a salire l'ardita Punta Mosca, credo che mi sarei attivato per saperne di più sul suo solitario vincitore: sarà magari per la prossima Punta…

sabato 18 aprile 2009

Cronaca di una visita al diavolo. La traversata del Busc de r Ancona, un angolo di vera wilderness.

Trentadue anni fa per la prima volta, e poi in alcune altre occasioni, scesi con vari amici lungo il marcato imbuto roccioso in cui scorre il Ru de r Ancona, che dal Busc omonimo ("location" della leggenda del diavolo, che sarebbe scappato dalla valle d’Ampezzo bucando a cornate la parete della Croda de r Ancona perché non era riuscito a convertire a suo vantaggio gli ampezzani) scende a lambire la strada d’Alemagna all’altezza del Ponte de r Ancona. L’imbuto caratterizza un angolo piuttosto impervio del Gruppo della Croda Rossa, e si estende su un dislivello di circa 500 metri. Con un minimo di disinvoltura, dato che il letto detritico è piuttosto sconnesso e mancano le tracce, è ancora transitabile, eccetto un tratto. Abbastanza in basso, infatti, il torrente si allarga in una piccola pozza, oltre la quale uno strapiombo, percorso da una bella cascata e troppo alto per essere disceso con un salto, impedisce la discesa escursionistica. La chiave del problema sta sul versante destro del canalone. Tracce nel bosco raggiungono un cippo forestale e poi discendono nel sassoso solco del rio, permettendo di evitare comodamente l’ostacolo e di riprendere il percorso. Il canale, secondo me risalito da pochi, anche perché in alto è friabile e faticoso, fu disceso con gli sci intorno al 1984 da Nina Ford, sola: l’avventura fu descritta sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. Tra le escursioni "selvagge" possibili a Cortina, questa è consigliabile a persone esperte e disincantate, munite di buoni garretti e robuste calzature. Salire al Busc per il sentierino militare che fiancheggia il canale sulla sinistra (indicato da qualche segno rosso), traversare l’alto e singolare arco roccioso e poi destreggiarsi tra i massi e le ghiaie fino alla strada: è un grande “sentiero selvaggio”, mai comparso finora nelle varie antologie, che consente di recuperare un frammento di wilderness altrove ormai dissoltasi.