sabato 21 febbraio 2009

Gusela o Bujela: due nomi per una montagna dimenticata

Nel luglio 1991, salii per la prima volta una cima ampezzana che mi regalò suggestioni diverse dal solito: la Bujèla (Gusela nelle pubblicazioni alpinistiche) de Padeon, nel gruppo del Pomagagnon. E’ questa una stramba cupola, ben visibile dalla strada d’Alemagna nei pressi di Ospitale. Fino al 1985, il suo interesse si limitava alla semisconosciuta via normale: il 28 luglio di quell’anno, gli Scoiattoli Paolo Bellodis e Massimo Da Pozzo tracciarono la via “Gipsy” sulla placca grigio-gialla – avanzo di un remoto franamento – che guarda la Val Pomagagnon, via ripetuta varie volte. La Bujèla era stata conquistata da Viktor Wolf Von Glanvell e Karl Günther Von Saar il 28 luglio 1900, lungo la “cengia a spirale” che la fascia con una certa regolarità. Due giorni dopo, Karl Domenigg salì in vetta da solo per un “alto e liscio camino” che incrocia la via originaria e riserva qualche difficoltà in più. La Von Glanvell, percorsa di rado, anche se Visentini nel suo libro sul Cristallo del 1996 la giudica una delle vie normali più godibili della zona, si aggira sul 1° grado superiore. Non è più una passeggiata, ma non ancora una scalata: salendola, s’incontrano mughi e detriti, roccette e un tratto di dolomia compatta quasi verticale, e in fin dei conti - per una sommità piatta ed erbosa – è necessario un certo impegno. Dopo il primo approccio, vi sono tornato nel tardo autunno 1992, trovando ghiaccio e godendola poco, e nel settembre 1995: in seguito, non sono più salito (ma come dice qualcuno, “le montagne sono sempre là”). La Bujèla è un luogo al quale, prima che le frane sconvolgano la “cengia a spirale” e impediscano un accesso tutto sommato semplice, gli appassionati del “selvaggio” dovrebbero fare una visita.

lunedì 16 febbraio 2009

Successo per l'Incontro d'inverno 2009 del CAI Cortina

Il CAI Cortina annuncia con soddisfazione il successo del tradizionale Incontro d'inverno per soci e amici, svoltosi domenica 15.2 al Rifugio Angelo Dibona ai piedi della Tofana.
All'incontro hanno partecipato 45 appassionati che, dopo aver raggiunto il Rifugio a piedi da Fedarola, con gli sci d'alpinismo e le “ciaspes” da In son dei Prade, hanno trascorso in compagnia alcune ore, allietate da una giornata incomparabile, un ottimo pranzo e ricordi e progetti di montagna.
Il CAI porge un particolare ringraziamento al gestore del Rifugio, Riccardo Recafina, e alla sua squadra, che hanno allestito un pranzo degno di un ristorante.
Mentre l'Incontro d'inverno è rinnovato al prossimo inverno, il CAI ricorda i prossimi appuntamenti:
- 21 febbraio: gara di sci alpinismo in notturna - 11° Trofeo “CAI Cortina”;
- 8 marzo: gita con le “ciaspes” in Val de Gotres;
- 11 marzo: Assemblea Generale dei Soci;
- 14 marzo: Cena Sociale per soci e amici al Rifugio Col Druscié
Info:
www.caicortina.org

Alessandro Cassiano Zardini Noce, alpinista vittima della stupidità umana

Delle due guide ampezzane morte tragicamente durante l'inverno, la prima fu Alessandro Cassiano Zardini "Noce", nato il 24.4.1887 a Staulìn, travolto dalla gigantesca valanga del Gran Poz in Marmolada il 13.12.1916, con altri 300 commilitoni. "Noce" era guida da quattro anni e non aveva all'attivo prime salite, ma soltanto la prima ripetizione, effettuata quattro mesi prima della morte col tenente Norbert Gatti, della via Laufenbichler-Langes sulla parete N della Roda del Mulon in Marmolada, con difficoltà fino al V, sicuramente realizzata per motivi più tattici e strategici che alpinistici. Zardini lasciò la vedova e tre figli, delle quali l'ultima scomparsa pochi anni fa, e il suo nome non manca sulla lapide che ricorda i 134 caduti ampezzani della Grande Guerra. Purtroppo, oltre al biglietto trovato circa mezzo secolo fa in vetta alla Roda del Mulon, una cima minore della Marmolada, non so se vi siano documenti inerenti all’attività del Noce, che potrebbero servire per una pagina di storia locale. Di Alessandro Cassiano Zardini (nonno di due personaggi ampezzani contemporanei, Alessandro "Zoco" e Umberto Zardini) qualche anno fa narrai la vita sulla Rivista “Cortina”, ritenendo opportuno rischiarare, per quanto possibile, l'esistenza di un giovane che stava iniziando la vita, e men che trentenne rimase vittima di strategie superiori, subendo la disgraziata installazione dell’accampamento in una delle zone più pericolose del fronte dolomitico.

giovedì 12 febbraio 2009

Con le cime sotto metri di neve, è bello progettare salite di cime che ancora non conosciamo...

Non è una novità: dopo tanti vagabondaggi montani, mi sono affezionato alla dorsale del Pomagagnon, che incornicia a NE la conca di Cortina e offre svariate possibilità di camminare e arrampicare su varie difficoltà. Fino ad oggi ho raggiunto quasi tutte le sommità del gruppo: Pezovico e Quota 2014, Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai, III Pala de ra Pezories, Gusela de Padeon, Croda Longes, Croda del Pomagagnon, Testa e Costa del Bartoldo, Punta Erbing, Pala Perosego. Dato per certo che il Torrione Scoiattoli, ai piedi delle Pezories, presenta difficoltà oggi per me insuperabili, e la Punta Armando (sulla cresta del Campanile Dimai) ha rilevanza solo alpinistica, mi mancherebbero ancora tre vette, due Pale de ra Pezories e la Croda dei Zestelìs. Sono cime visitate di rado, isolate e scontrose, ideali per la stagione avanzata quando in alto la neve è già arrivata. So di amici saliti sulla I Pala delle Pezories, ma sulla Croda dei Zestelis non ho notizie fresche. Nel suo libro sul Cristallo, Visentini suggerisce di salirvi da N, da Forcella Zumeles, ma un'altra pubblicazione in tedesco parla anche di una possibilità da S, dal canalone tra la Croda e l’adiacente Costa del Bartoldo, che si raggiunge per la III Cengia e con difficoltà contenute porta sulla Forcella dei Zestelìs e in cresta. Come le Pale delle Pezories, anche questa rimane una cosa da fare. Per ora studio la zona, e immagino cosa possano offrire quelle cime disertate, dove l’uomo appare di rado e che, nonostante siano abbastanza accessibili, pochi si prendono la briga di visitare.

giovedì 5 febbraio 2009

Il Sas del Orso Bianco e quattro ragazzi degli anni '70

Nelle nostre menti d’adolescenti, scalare le rocce era quasi un mezzo di “promozione sociale”, e per questo ci davamo da fare.
Nei primi anni '70, nel bosco che lambisce Mortisa, avevamo scoperto un masso, “parente” di quelli di Volpèra, che spunta dal folto degli alberi come un grosso dente.
Complice il parziale e primitivo adattamento fatto in epoca ignota dai ragazzi della zona, vi andavamo spesso, per esercitare - più che le braccia - la nostra smisurata fantasia.
Da uno di noi, il masso era stato battezzato (chissà perché) “Sas del Orso Bianco”: se ricordo bene, esso si articolava in un blocco principale dall’angusta sommità, sul quale si poteva salire per zolle e rocce instabili.
Nel circondario c’erano anche un terrazzo, dove con lamiere e teli di plastica era stato ricavato un prototipo di bivacco, una cengia attrezzata con chiodi, fil di ferro e una scaletta di legno, e altri ammennicoli.
L’unica zona in cui non mettemmo mai il naso era la parete del Sas che guarda Campo di Sotto, non altissima ma verticale e liscia, dove credo sia poi salito in quegli anni lo “Scoiattolo” Carlo Michielli.
Per il nostro Sas, macinavamo un sacco d’idee e di progetti: dall’attrezzare una via ferrata, per collaudare la quale erano già disponibili volonterosi parenti, all’aprire vie “dirette”, “direttissime”, “spigoli” in ogni centimetro libero.
Le difficoltà dei brevi tratti dove era necessario mettere giù le mani per salire toccavano forse il III, ma la roccia era così incerta e mista ad erba e ghiaia, che comunque il masso non sarebbe mai potuto diventare una “palestra” come si deve!
Dentro di me, il mito del Sas s’infranse miseramente il giorno che, dalla strada chje conduce al Lago d’Aial, vedemmo due tizi atletici che salivano la parete di fronte al nostro regno, su roccia senza dubbio migliore e con difficoltà degne del loro nome.
Capocordata era il vicentino Diego Campi, già compagno di Renato Casarotto, che in un pomeriggio di “disperazione” aveva tracciato con tale Scattolin una “diretta” vera, mortificando il nostro piccolo mondo di roccia a favore di una parete seria.
Lungo la quale noi, forse, non saremmo mai riusciti a salire.

mercoledì 4 febbraio 2009

Non è tempo di salire montagne, ma quest'estate si potrebbe pensarci ...

Chi sa dove si trovi il Col Siro? Pochi, presumo: per cui, lasciate che ve lo sveli. E’ un promontorio appartato, dimesso e poco maestoso, che si leva dalla Monte de Faloria a NNE della omonima Forcella. Salendo da Tre Croci verso le forcelle del Ciadin e di Marcoira, salta all’occhio, poiché espone verso il valico una modesta parete rocciosa, alta molto meno di cento metri. Quotato 2300, si raggiung facilmente per pascoli, deviando per poco dal sentiero che attraversa la Monte suddetta e unisce Tre Croci a Faloria. Il Col Siro domina un ambiente incantevole, verde e silenzioso, ma purtroppo anticipa di poco i pesanti sbancamenti turistici perpetrati a Faloria e sui Tondi. Forse a nessuno è mai venuto in mente di sfogarsi sulle rocce che guardano il Passo. Sono certo che qualcuno lo farà, perché gli spazi vergini sui quali sbizzarrirsi si vanno riducendo sempre più, conquistare le cime non è più importante, e anche un'umile "gnocco" erboso, se offre qualche metro quadrato di roccia, può andar bene. L’oronimo del Col Siro è fumoso: forse è legato al nome di qualcuno che in tempi andati ebbe qualcosa a che fare con la zona, oppure potrebbe essere una abbreviazione, contrazione, deformazione di un nome che, ora come ora, non saprei. Pare che in antico si chiamasse Crepo de ra Ola, ovvero Roccionr della padella. In ogni caso, chi passasse di là , lungo il sentiero che collega le due insellature citate con la Forcella Faloria e consente di avvicinarsi al Ciadin del Loudo, la Zesta, la Punta Nera, la Val Orita, ascoltatemi. Se la giornata è bella, soleggiata e v’interessa scattare fotografie da una prospettiva inusuale, spendete un quarto d'ora e salite a curiosare sul Col Siro. Non tante persone vantano nel loro palmarès una “cima” dal nome così strambo, e sfido chiunque - estraneo all'ambiente alpinistico - a posizionare questo colle …

martedì 3 febbraio 2009

Un sentiero per ricordare

Qualche anno fa un’encomiabile operazione di restauro, attuata dalla squadra della guida alpina Armando Dallago, ha riportato all’attenzione di coloro che camminano nella natura soprattutto per goderne la grandezza, un sentiero che stava cadendo nell’oblio: il n. 443, dal Passo Giau al Rifugio 5 Torri. La sistemazione è stata resa possibile grazie alla magnanima donazione alle Regole d’Ampezzo, disposta per legato da una giovane immaturamente scomparsa, che ha inteso lasciare memoria di sé fra le amate crode ampezzane. E’ nato così il Percorso naturalistico “Cinque Torri Passo Giau” o Sentiero “Francesca Brusarosco”. L’itinerario, articolato in due anelli di lunghezza differente in base all’idoneità e alle esigenze degli utenti, ha trovato poi naturale complemento e divulgazione in un libretto di 80 pagine, ricco d'immagini del recesso in questione, curato da Stefanella Caldara e edito dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. Il libretto, compilato a dieci mani da Angela Alberti (storia), Michele Cassol (fauna), Michele Da Pozzo (flora), Cesare Lasen (vegetazione), Chiara Siorpaes (geologia), fornisce un’immagine esaustiva e seducente delle cospicue peculiarità naturalistiche e culturali che emergono, solo ad una più attenta lettura, dal territorio montano. Nel caso di specie, si tratta della plaga, ancora piuttosto integra, che si allunga fra i pascoli di Giau, in Comune di San Vito di Cadore, e la zona di Potor, nota da oltre un secolo a “touristi” e rocciatori per le possibilità di scalate offerte dalle 5 Torri. Grazie ai perspicaci interventi dei collaboratori e alle fotografie, molte delle quali inedite dal punto di vista prospettico, si disegna così, con estrema accuratezza, una porzione d’ambiente dolomitico ricca di peculiarità, sotto e sopra il piano di calpestio. In tanti quarant’anni di vagabondaggi, quante volte abbiamo percorso il sentiero che cinge la misteriosa zona del Forame, in uno o nell’altro verso? Quante volte ci siamo attardati, anche a sera, a spiare le marmotte nei pressi del Ru de Sora? Quante volte siamo saliti sul Bèco de ra Marogna, buttando l’occhio a 360 gradi e chiedendoci come si chiama quella valle o piuttosto quel bosco là? Quante volte ci siamo domandati perché esistono (e ora, anche, tristemente cadono) le Torri d’Averau, teatro degli esercizi giovanili di scalata? Grazie alla generosità di Francesca, ai lavori di Armando e soci e al documentato volumetto illustrativo, ora possiamo dare qualche risposta alle nostre curiosità. Un’unica cosa, salvo il sacro, ci sia permesso di annotare, terminando questo pezzo. Ci dispiacerebbe che, per denaro o meno, in futuro la conca d’Ampezzo brulicasse di sentieri, luoghi od altri frammenti d’ambiente, intitolati a pur emeriti mecenati. Altrimenti, che dovremmo dire di generazioni di “britères”, cacciatori, contadini, guide alpine, legnaioli, pastori e altri che intrisero l’ambiente di sudore, lacrime e sangue, divulgandone la conoscenza in punta di piedi, per consegnarci oggi la stupenda realtà nella quale viviamo?

sabato 31 gennaio 2009

Montagne mie: cronaca di quarant'anni

Non sono così vecchio, né ho fatto imprese tali da indurmi a scrivere la mia autobiografia. Non vivo di montagna né sono un recordman; quanto ho da raccontare rientra nell’attività media di un appassionato della propria valle e delle montagne che la rendono famosa nel mondo.
Alcuni anni fa un paesano mi definì “un modesto escursionista”: allora me ne ebbi a male, oggi la definizione mi lusinga, e la utilizzo per ripensare a tutti i vagabondaggi compiuti sui monti d’Ampezzo e ricostruirli con la fantasia.
Certo, non ho vissuto avventure epiche né ho collezionato prime, invernali, solitarie di rilievo, bivacchi nella tormenta. Sto soltanto camminando da anni per le montagne e, giunto nella fase in cui si tira qualche somma, mi piace farlo anche per l’attività escursionistica e alpinistica.
Il primo ricordo “alpino” è una passeggiata con i miei genitori lungo la strada sterrata che costeggia il Boite, di fronte all’ex aeroporto di Fiames. Dal Ponte de ra Sia la strada porta alla Piencia dei Cazadore, gira e torna a Fiames. Oggi è un giro molto in voga soprattutto nelle sere estive, da fare a piedi o in bicicletta. Per un bimbo di cinque anni fu la scoperta del mondo alpestre, ancora ignoto.
Il mio primo “test” di valore fu però la salita della via ferrata della Punta Fiames, compiuta a nove anni. Di essa andai e vado tuttora orgoglioso, perché mi parve di essere stato promosso di colpo uno scalatore. Sarà per quel motivo che in seguito ho ripercorso l’itinerario una cinquantina di volte e, potendo, lo rifarò ancora!
Immagino ora di partire dall’estremo sud della conca d’Ampezzo e fare un giro a volo d’uccello, osservando le cime sotto i miei piedi e assegnando a molte un ricordo, una storia, una sensazione. Quest’espediente letterario è di moda: l’ha fatto Mauro Corona con le case di Erto, e a me piace poterlo applicare alle montagne.
Comincio dalle Rocchette, dove mio nonno affermava che il bosco nascondeva crepacci e che avventurarsi lassù da soli era pericoloso. Posso assicurare che non ho mai trovato crepacci, ma un recesso dimenticato e selvaggio, dove si respira l’odore autentico della montagna. Delle quattro cime me ne manca la metà, regolarmente iscritta nel carnet degli appuntamenti futuri.
Becco di Mezzodì: fu la mia prima scalata a diciassette anni e anche l’ultima, trent’anni dopo. È una cima che ha segnato la storia dell’alpinismo, ma oggi è abbandonata. Croda da Lago: per lei vale lo stesso discorso, perché ebbe notevole fama nell’800, ma oggi è deserta. Per arrivare ai suoi piedi c’è troppa strada, la roccia è quello che è, le difficoltà sono modeste e non è trendy. In ogni modo ne ho calcato la vetta più volte, e quelle occasioni mi restano nitidamente impresse.
Un posto a parte meritano il piccolo ma non banale Beco d’Aial, meta di varie passeggiate e ricordi, e la Cima Cason de Formin, con lo splendido “diedro del Naza”.
Cinque Torri: ho forse dimostrato che le prediligo in modo particolare, giacché ho già dedicato loro diverse pagine. D’estate e d’inverno, sono salito tante volte su quelle cime, ancor oggi palestra di emozioni per schiere di appassionati.
Fra tutte, la torre che ricordo più spesso è la Trephor, quella che non c’è più, la torre “che volle morire” dove, volenti o nolenti, non potremo mai più salire. Non dimentico la Gusela, l’Averau, la Croda Negra e il Becco Muraglia, alpinisticamente irrilevante ma ricco di storia per Ampezzo e il Cadore.
Fanis: dal Sas de Stria al Valon Bianco, passando per la Torre Lagazuoi, la Cima del Lago, il Piz Lavarela, le Torri Falzarego e il Col dei Bos, ho spuntato dall’elenco un bel po’ di cime. La più bella? La Torre Fanis, una cima avvolta da un silenzio assordante, dove i cordini di calata marciscono senza che vi si appenda tanta gente. Lode al grande Dibona che conquistò lo spigolo per il quale, sessant'anni dopo, Enrico mi guidò in vetta, concretando una delle più belle avventure di gioventù.
Le maestose Tofane mi piacciono “un po’ meno”, forse perché sono molto addomesticate da funivie, seggiovie, piste di sci e c’è tanta gente sempre e dovunque. Questo però non vuol dire che le abbia escluse dalle mie gite, che oggi si rivolgono in prevalenza alle cenerentole, come il Col Rosà o i Tonde de Cianderou.
Per il Gruppo della Croda Rossa ho ereditato la passione di mio padre, e lo frequento con molta soddisfazione. Dopo la Muntejela de Senes, il Col de Ricegon, la Cima Cadin di Sennes, la Croda del Beco, la Piccola Croda Rossa, la Ponta del Pin, negli ultimi anni ho riscoperto le Lainores e la Croda de r’Ancona, mete di un escursionismo non scontato e soprattutto meno faticoso.
Nel gruppo c’è la nostra “ultima Thule”. Sono le Ciadenes, o meglio il dosso alberato con due casematte di cemento dove di anno in anno saliamo, anche più volte, per passare una giornata tranquilla, in silenzio, a tu per tu con una natura malinconica che, dopo le intrusioni belliche, ha visto ben pochi interventi umani.
Un angolo di questo grande gruppo fra Ampezzo e la Pusteria che apprezzo molto è la zona del Col Bechei, dove si ergono due cime sempre appaganti: il Taé e il Taburlo, veri regni dei camosci e di un escursionismo faticoso ma di classe.
Delle venti elevazioni del Pomagagnon, me ne mancano tre, anch’esse debitamente iscritte nel carnet delle cose da fare. Dopo la “mia” Punta Fiames, sulla quale sarò salito forse 70 volte, assegno la medaglia d’argento alla Costa del Bartoldo con il suo diedro levigato che cala sui Casonate e la croce della vetta, dalla quale si schiude una panoramica meravigliosa su Cortina.
Negli ultimi tempi sono salito tre volte anche sulla misconosciuta Pala Perosego, la cui sommità erbosa, sottile e malferma, costituisce un’autentica sfida all’equilibrio e alla mancanza di vertigini.
Nel gruppo del Cristallo, dopo le grandi cime del Cristallo stesso e del Piz Popena, ho frequentate molte sommità “minori”, dalla Punta Michele al Rauchkofel, dal Corno d’Angolo al Popena Basso, dove le vie di Mazzorana invitano ad arrampicare in un ambiente bucolico e paesaggisticamente affascinante.
Ricordo con piacere la salita della Croda de Pousa Marza, una cima calcata da nomi illustri come Innerkofler, Eckerth, Alberto Re dei Belgi, Buzzati, Casara, gli Scoiattoli Valleferro e Dallago, l’amico scomparso Claudio Cima e Luca Visentini.
L’anello è quasi chiuso: manca il Sorapis. Oltre alla cima principale, “il punto delle Dolomiti Orientali più vicino al cielo” secondo Berti, fra le cime che ho salito ritrovo le remote Tre Sorelle, la Punta Nera, la selvaggia Zesta, l’erbosa Cima di Marcoira. Ne restano alcune che ancora non conosco, dall’arcana Cima di Valbona alla Croda Rotta.
Se questa rapida cavalcata fra le cime d’Ampezzo è parsa una vanteria, scendo subito a terra; altrimenti potremo riprendere il volo e perlustrare altre vette, forcelle, valli battuti in tante belle giornate alpine, con fatica e sudore ma sempre con passione e voglia di conoscere.

venerdì 30 gennaio 2009

Torre Wundt, il sole della mia giovinezza

Una delle creature più note della guida Piero Mazzorana (1910-80), bella figura della storia dolomitica, è la fessura che solca la parete SE della Torre Wundt, nei Cadini di Misurina. Si tratta di una via nota, una delle oltre 40 aperte dalla guida nel gruppo, dove gran parte delle cime ha una "via Mazzorana", alcune delle quali classiche. Detta in antico Popéna Piciol, la torre fu conquistata da Theodor von Wundt con le guide Mansueto Barbaria e Giovanni Siorpaes di Cortina, nel 1893. Sulle sue pareti salirono poi alpinisti celebri come Angelo Dibona, ma la fessura fu affrontata solo il 7 settembre 1938, da Mazzorana col Conte Sandro Del Torso. Il pregio, e contemporaneamente il difetto della via (“elegante, aerea, varia e su roccia molto compatta” secondo Goedeke, che alle crode d’Auronzo, Comelico e Sesto ha dedicato nel 1983 un bel volume in tedesco) è che l’attacco dista 5 minuti dal Rifugio Fonda Savio. Anche se in parete non è scontato trovare altre cordate, il pericolo dei sassi smossi dagli scalatori è sempre reale. Alla base della Torre si sale dal Pian dei Spiriti in un’oretta; la via si concentra in 7 lunghezze, per un dislivello di 200 metri. Le difficoltà fra il III e il IV la rendono fruibile anche da scalatori di medio rango; l’attrezzatura è buona, e il rientro è veloce e non complesso. Tutti questi fattori, ineccepibili per una scalata dolomitica, anche se spesso convogliano su alcuni itinerari decine di alpinisti contemporaneamente, mi hanno indotto a ripetere spesso la Mazzorana-Del Torso, anche più di una volta in una stagione. Cercando un percorso nuovo e, se possibile, comodo dove condurre un amico di Bologna, giunsi per la prima volta sulla Wundt il 12 agosto 1981. Fino al 1996 ho poi rifatto la Mazzorana altre diciotto volte, sempre traendone piacere e soddisfazione. La ricordo con nostalgia, giacché riuscivamo a salirla anche in un pomeriggio e in essa trovavamo il “mix” ideale per le nostre capacità e preferenze estetiche. Il diedro iniziale, verticale e articolato, la fessura stretta e obliqua dove una volta volli passare con lo zaino sudando sette camicie, il camino che adduce alla fotogenica grotta visibile anche dal Rifugio, la traversata centocinquantametri sopra le ghiaie, la rampa dove si tirava il fiato e le roccette terminali, dove acceleravamo sempre l'andatura per giungere presto in cima, godendone al massimo. La firma sul libro di vetta, poi, era un rito atteso e gioioso! Negli anni '80, sulla via trovavamo due soli chiodi, e non ne aggiungemmo mai altri! Nell'estate 1986, vista la crescente popolarità del percorso, ne furono cementati altri, migliorando senz’altro la sicurezza degli scalatori ma privando la fessura di quel po' di avventura, che aveva conservato per molti anni. Oggi, passando alla base della via, mi è capitato di notare cordate all’opera. Le ho seguite con “competenza” e un po’ di commozione, pensando ai miei vent’anni. Mi consolo però pensando che – se mai riuscirò ad innalzarmi ancora nel diedro "chiave" senza imbottigliarmi – avrò ancora la gioia di firmare il libretto sulla panoramica Torre Wundt, una delle vette dolomitiche che mi sono rimaste più care.

domenica 25 gennaio 2009

L'onda dei ricordi colpisce ancora!

L'altro ieri, parlando con alcuni amici, raccontai loro la prima volta in cui salii la Punta Fiames per la Via Dimai da sud, aperta nel 1901 e divenuta una classica. I fatti risalgono al 27 maggio 1976 e mi coinvolsero con l’amico e coetaneo Ivo, poi divenuto guida alpina. Essendo venerdì, è evidente che avevamo fatto “plao” per andare “in croda”. Col motorino giungemmo ai piedi del Calvario (il tratto finale dell’accesso alla parete, chiamato così per il terreno ripido e franoso: da provare soprattutto in agosto …), muniti soltanto di una bottiglia d’acqua, di una scatola di zuccherini e della Gazzetta dello Sport. Per l’occasione Ivo mi aveva dato un imbrago di pelle casalingo di suo padre Arturo, guida degli anni ‘60. Io indossavo il giubbetto con il quale andavo a scuola! Particolari della salita non ne ricordo molti: ebbi un attimo di titubanza nel sormontare il “naso giallo”, dove lasciai un moschettone a due tedeschi che ci seguivano; graffiai l’orologio nel “Busc de Frasto”, allora asciutto e scalabile, ma quando giunsi in vetta toccavo il cielo con un dito. Non ero neppure maggiorenne e avevo già fatto la “paré”! La scalata mi piacque tanto che vi tornai con Carlo il 12 di settembre. La seconda volta però non andò bene come la prima, a causa di un disguido occorso ad altri del gruppo, risoltosi fortunatamente bene, anche se con l’intervento di due Scoiattoli, che ci costò una ramanzina severa e indimenticata. Percorsi poi ancora spesso la via, per un totale di 19 salite, in ogni stagione e con compagni diversi. Da ultimo, eravamo lassù in tre nell'agosto 1996. Vista l’ora in cui toccammo la cengia sopra la “prima parete”, proposi una prudente ritirata: fu l’ultima volta in cui sfiorai la dolomia amica della parete della “mia” Punta Fiames, anche se vi sono tornato per la più semplice via ferrata in numerose altre occasioni.