venerdì 19 dicembre 2008

Un regalo per Natale? Un bel libro di montagna!

Il 15 maggio è mancato - sulla soglia degli 80 anni - Valerio Quinz, guida alpina, atleta e imprenditore di Misurina. Da cultore di storia locale quale è, Bepi Pellegrinon ha colto la palla al balzo, dedicandogli una nuova ricerca sull'alpinismo dolomitico. Ne è sortito così un volume (Il cuore dietro lo spigolo. Le montagne di Valerio Quinz, Nuovi Sentieri, Cornuda, ottobre 2008), abbellito da 95 foto d'epoca e 13 immagini a colori, nelle quali Valentino Pais Tarsilia ha eternato le cime della Val d'Ansiei frequentate da Quinz per una vita. Il volume ripercorre l’esistenza di Valerio, figlio di Giuseppe, venuto in Auronzo da Sappada negli anni '20 a fare la guida e compagno di croda, fra i tanti, anche di Dino Buzzati. Già nel 1936 il padre condusse il pargolo lungo la via Casara sul Popena Basso, e due anni dopo lo portò sulla Grande di Lavaredo, instillandogli un amore per la montagna rimasto immutato fino all'ultima vetta, la Cima Cadin di San Lucano nel 2002. Dalle pagine di Pellegrinon, coadiuvato nella stesura del libro da Loris Santomaso, risalta che Quinz fu promosso guida alpina a soli 19 anni, quando aveva già alle spalle una buona esperienza; che arrampicò spesso con gli amici Francesco Corte Colò, Isidoro De Lazzer, Angelo Larese Filon, Alziro e Ottavio Molin, Armando Vecellio Galeno, e s'impose all'attenzione del mondo alpinistico il 9.9.1949, superando per primo in solitaria lo Spigolo Giallo della Piccola di Lavaredo, che campeggia in copertina e dà il titolo al libro. In oltre sessant'anni di roccia, trenta dei quali di professione, sono state numerosissime le vette e le vie salite da Quinz. Valerio però ha parlato sempre poco delle sue ascensioni, preferendo lavorare sodo nel turismo, che lo ha visto condurre con i familiari l’albergo sulle rive del Lago di Misurina, fulcro della sua esistenza. Non va dimenticato poi che fu un valente giocatore di hockey ed un ottimo sciatore, attività che incorniciano una passione per la montagna a tutto tondo. Nella storia dolomitica, il nome di Quinz resta legato ad una ventina di vie nuove e alcune importanti ripetizioni sui Cadini, Cristallo, Paterno, Tre Cime, Tre Scarperi. Una via domina tutte, e rimane il suo “monumento”: il diedro E del Pianoro dei Tocci nei Cadini di Misurina: 200 metri, dritti come una fucilata e con difficoltà fino al 6°, scalati il 10.9.1951 con l’amico “Galeno“. "IL cuore oltre lo spigolo“ parla anche di altro: competizioni sportive, soccorsi in montagna, fraterne amicizie con rocciatori italiani e stranieri, della famiglia, di un uomo e un alpinista forte, generoso e riservato. Commuovono, a questo riguardo, la cronaca dell'ultima salita della guida sul Cadin di San Lucano e il dolce “testamento” indirizzato dal nonno ai due nipotini. Un plauso, quindi, a questo impegno editoriale dedicato da Bepi all’amico Valerio. Nonostante alcune imprecisioni toponomastiche, rimane intatto il valore dell’opera, il suo interesse per i cultori della storia dolomitica e il rispetto per uno degli uomini che l'hanno scritta. Parlo di questo volume con piacere, perché è capitato anche a me di conoscere Valerio Quinz: accadde nel 1976, lo stesso giorno in cui strinsi una breve, gradita amicizia con un altro grande alpinista, Severino Casara.

lunedì 15 dicembre 2008

Un anno di montagna e montagne: devo continuare?

Ieri, domenica 14 dicembre 2008, questo blog ha compiuto il primo anno di vita. 365 giorni di montagna, nei quali ho pubblicato più di 130 articoli con cronache, impressioni, inviti, relazioni, ricordi, sentimenti, storie legate all'universo delle crode, che da quarant'anni riempie costantemente una parte del mio tempo. Mi era balenata l'idea di cancellare il blog, ritenendo che commentare, commuoversi, rievocare, scrivere di montagna serva soltanto a me stesso e spesso non faccia altro che rinfocolare nostalgie, ricordi e qualche rimpianto. Ma poi ho cambiato idea, e spero di riuscire a mantenere il blog così com'è, magari svilupparlo e arricchirlo di idee e proposte e ottenere anche la collaborazione di chi lo segue e lo apprezza. Intanto, vista la neve alta che ricopre cime, forcelle e valloni ma anche i miei pensieri, ho deciso di riposarmi per un po' e fare qualche programma, in attesa di poterlo attuare. Un saluto a tutti.

sabato 13 dicembre 2008

Un alpinista

In autunno se n'è andato a 81 anni l'ingegner Augusto Menardi, noto a Cortina come “Siro del Royal”. Da giovane Menardi non fu Scoiattolo, ma amico e compagno degli Scoiattoli di Cortina. Nella cronaca dolomitica, il suo nome si trova almeno quattro volte, consecutive e legate a un'unica stagione, l'estate 1948. Il 3 settembre infatti, con Luigi “Bibi” Ghedina e Ugo “Suplein” Samaja, Siro salì lo spigolo SE dell'inviolato e oggi dimenticato Campanile Marino Rosada, antistante la parete est della Tofana di Mezzo (150 m, V+). L'8 settembre, la cordata superò la parete S della Torre Silvano Buffa, nel gruppo di Fanes, anch'essa inviolata (200 m, VI). L'11 settembre, con “Bibi” e Lino Lacedelli, Siro compì in otto ore la seconda salita della parete sud del Castello delle Nevere in Civetta, lungo la via aperta da Alfonso Vinci, Paolo Riva e Camillo Giumelli nell'estate del 1936 (900 m di “roccia friabile e talvolta friabilissima per oltre metà della salita”, VI secondo i primi salitori, V+ secondo i ripetitori). Il giorno seguente, infine, con Ugo “Baa” Pompanin, Ugo “Manni” Illing e Lino Lacedelli, Siro Menardi compì la quarta salita dello spigolo sud-ovest della Torre Venezia in Civetta, via Andrich-Faé (300 m, V+). Dopo gli exploit del 1948, Menardi frequentò le montagne ancora per molti anni, coinvolgendo anche figli e amici; ricordo che seguiva con piacere i miei “Appunti di Montagna” sul Notiziario di Cortina e, quando ne parlammo, nei suoi occhi brillò il piacere del ricordo.

lunedì 8 dicembre 2008

Un ricordo alpinistico di tanti anni fa (utile per questo inizio d'inverno nevosissimo ...)

A distanza di tanti anni, quando su riviste e libri di montagna trovo le relazioni di vie che conobbi, mi viene spontaneo chiedermi quale fosse la molla che mi spingeva a scegliere proprio quelle vie per compiere con gli amici le nostre modeste avventure alpine. E’ il caso della Pala Sud Ovest di Misurina nel Gruppo del Cristallo-Popena, uno dei due rilievi più elevati della breve e poco marcata dorsale che scorre sopra il Lago di Misurina, tra la Sella dell'ex Rifugio Popena e il Passo delle Pale. Verso nord-ovest, entrambe le cime incombono sulla Val Popena Alta con pareti alte oltre 250 metri, e riservano alcune vie di difficoltà classiche, che possono rivestire un discreto interesse. L?11 settembre 1986 fu una di queste, lo spigolo nord-ovest della Pala Sud Ovest, la più bassa delle due, che colpì la mia attenzione. Percorso da una via aperta da Sandro Del Torso e Gianfranco Pompei nell’agosto 1938, nella parte bassa lo spigolo offre una salita su roccia non proprio eccelsa, ma piacevole. Posso confermarlo, anche se – delle sei lunghezze che risalgono il pilastro arrotondato che caratterizza lo spigolo - ne ricordo soltanto una di un certo interesse, esposta e con passaggi variegati. Il resto fu abbastanza banale: le tre lunghezze superiori non superano il secondo grado e si svolgono in un largo colatoio poco solido e altrettanto poco godibile, ma a noi piacquero lo stesso, come ci piacque molto l’uscita in vetta e la traversata all’antistante Pala Nord Est. Nonostante sia molto vicina a Misurina, la Pala è una cima solitaria e poco frequentata: ricordo la croce di vetta che trovammo, ottenuta da un segmento d’antenna TV, che chissà chi ebbe la fantasia di portare lassù! Al tempo, a me e ad Andrea che mi seguiva con entusiasmo, la Via Del Torso - Pompei parve discreta: almeno, non ritenemmo di aver sprecato la giornata, pur essendoci trovati su una parete tutt’altro che solida e su una via che non è passata alla storia. Perlomeno, avevamo trascorso la giornata in un angolo solitario, su un percorso che, oltre alla nostra, probabilmente avrà avuto poche altre ripetizioni ma dove, sicuramente, nessuno venne a disturbarci.

lunedì 17 novembre 2008

In ricordo di Tullio Trevisan

Grazie al comune amico Luigi Brusadin, nel giugno 2005 - data del mio ingresso nel GISM, durante il consueto incontro sociale che si teneva a Siusi - ebbi modo di conoscere Tullio Trevisan di Pordenone, di cui avevo sentito nominare un importante studio storico sull'esplorazione delle Dolomiti Clautane, ormai irreperibile; fu subito simpatia reciproca. Ci scambiammo alcune pubblicazioni, ci sentimmo telefonicamente, lo rividi con piacere a Cimolais nel 2006 e a Valbruna solo un mese fa; nel settembre scorso, inoltre, abbiamo partecipato entrambi alla giuria del Premio letterario “Antonio Berti” a Mestre. Dunque soltanto quattro incontri, nei quali ho avuto comunque modo di apprezzare l'esperienza e le conoscenze, soprattutto storiche e toponomastiche, di Trevisan, e la sua comunicatività. Mi ero affezionato a questo appassionato cantore delle Alpi friulane, e mi auguero di poter visitare alcune cime e valli, fra quelle che lui descrisse con tanta competenza e passione. Da ultimo, ci eravamo dati appuntamento al raduno 2009 del GISM, che si terrà nel prossimo giugno a Cortina: purtroppo lui non ci sarà, e mi dispiace davvero.

sabato 8 novembre 2008

Passeggiando in Val Popena Alta, prima che l'inverno sia qui

Nella porzione orientale del gruppo dolomitico del Cristallo, sul versante sud-est della Val Popena Alta, alla base del costone che degrada dal Corno d’Angolo, a 2214 metri di quota si apre una larga ed agevole insellatura, che pone in comunicazione la valle con il Passo Tre Croci e Misurina. La sella è incoronata da vette maestose, fra le quali risalta il Piz Popena, uno dei “Tremila” più grandiosi e meno frequentati delle Dolomiti, salito per la prima volta nel giugno 1870 delle guide Santo Siorpaes e Christian Lauener con Edward R. Whitwell.
Ai suoi piedi, il bonario Corno d’Angolo, che espone verso sud un caratteristico spigolo giallastro; seguono la Croda di Pousa Marza, le Torri Sud-Ovest e Nord-Est di Popena e poi la Punta Michele, dove nel 1944 Dibona realizzò la sua ultima via nuova con Casara, Cavallini, Menardi e Trenker. Seguono il Cristallino di Misurina, visitato già nel 1864 da Paul Grohmann, ignorato nell’epoca d’oro dell’alpinismo e trasformatosi in sanguinoso campo di battaglia durante la I Guerra Mondiale; il trittico formato dal Campanile Dibona, Guglia di Val Popena Alta e 3a Punta di Val Popena Alta; le Pale Sud-Ovest e Nord-Est di Misurina, con itinerari quasi “di palestra” aperti da Del Torso, Quinz e ancora da Molin.
Oggi ci ripromettiamo di raggiungere la panoramica insellatura, che dista pochi passi dal confine fra Auronzo e Cortina e dal limite orientale del Parco Naturale delle Dolomiti Ampezzane, e sulla quale campeggiano da anni i ruderi di un piccolo rifugio, costruito nel 1938 e battezzato semplicemente Rifugio Popena, con cui s’intendeva arricchire la valle (che dalla sella si ammira in tutta la sua austera bellezza) di un punto d’appoggio per scalatori ed escursionisti, e promuoverne anche la frequentazione invernale. Il rifugio non ebbe fortuna, perché un incendio lo rese completamente inutilizzabile negli anni della II Guerra Mondiale, e fino ad oggi nessuno ha deciso di ricostruirlo. Le macerie sulla Sella non servono nemmeno come bivacco di fortuna, e non fanno certamente onore al valico, un belvedere dolomitico naturalisticamente prezioso e ricco di storia. La sella, inoltre, costituisce un crocevia di importanza fondamentale per alpinisti e per escursionisti; forse lassù una struttura potrebbe anche starci bene, pur dovendo sempre fare i conti con la mancanza d’acqua. Seppure il Lago di Misurina si stenda soltanto a poco più di un’ora di distanza, l’ambiente intorno all’ex Rifugio non ha mai subito pesanti invasioni, pur trovandosi molto vicino ad un circondario amato dal turismo di massa. Se il valico e le superbe e silenziose cime che l’incoronano saranno risparmiate da valorizzazioni artificiali, chi le frequenta potrà godere sempre del piacere di aprire da lassù la miglior porta d’ingresso al grande gruppo dolomitico del Popena.
Per visitare la zona, possiamo partire dal Ponte sul Rudavoi o da quello sul Ruvieta, che incontriamo salendo lungo la strada 48bis delle Dolomiti fra il Passo Tre Croci e Misurina, oppure dall’agriturismo di Malga Misurina. Noi vogliamo invece consigliare l’accesso classico alla valle, dal tornante posto a quota 1659 sulla strada che risale la Val Popena Bassa, fra Carbonin e Misurina. All’interno del tornante, imbocchiamo subito la traccia (il segnavia bianco e rosso del CAI è il n. 222) che rimonta un prato e, di fianco alle acque solitamente tranquille del Rio Popena, inizia a risalire la valle. A destra incombe il grandioso castello del Cristallino di Misurina, a sinistra la Costa Popena, coperta di boschi. Ben presto la traccia si perde un po’, a causa dell’acqua del torrente che spesso esce dalla sua sede: poi d’improvviso ricompare, rassicurandoci con segni rossi e ometti. Man mano che si sale, l'ambiente si fa via via più selvaggio e solitario, anche se siamo ancora abbastanza vicini al fondovalle. Superato un tratto sassoso in cui il sentiero sparisce, giungiamo ad una zona di mughi, presso una forra: il sentiero rimonta con qualche svolta il fianco destro della valle, in vista delle
Pale di Misurina, che su questo lato mostrano due belle pareti. Dopo aver tagliato un canale e lo sbocco basale della Val delle Baracche, che sale a destra verso il Cristallino, giungiamo alla base del circo terminale della valle: in fondo si eleva il Piz Popena, di fronte le Torri di Popena chiudono la testata. Ignorato il sentierino che, oltre il torrente, porterebbe a Forcella delle Pale di Misurina per poi scendere al Lago, seguiamo ancorala nostra traccia, che per prati e mughi supera una bella conca. Rimontato a sinistra l’ultimo ripido pendio, arriviamo infine alla Sella e ai ruderi del rifugio. La salita ci ha richiesto poco meno di due ore; non è molto faticosa ed è molto frequentata anche d’inverno, con gli sci o le racchette. Da quassù, il panorama che possiamo godere è semplicemente straordinario, e chi lo desidera potrà esercitarsi a riconoscere, vicine o più in lontananza, alcune delle più famose vette delle Dolomiti Orientali. Se non siamo troppo stanchi e vogliamo vedere cosa c’è “al di là” della sella, potremmo avventurarci alla scoperta del Corno d’Angolo, una cima panoramica che richiede una salita breve e non troppo impegnativa, in una zona incontaminata con poche tracce. La salita è alla portata di quegli escursionisti che sono in grado di procedere su terreno non segnato e un po’ friabile; se però ci dà fastidio l’esposizione, forse il Corno non fa per noi. Dalla sella ci inoltriamo nel silenzioso circo sulla destra orografica della testata di Val Popena Alta. Lo rimontiamo sul fondo, affiancando a destra le Torri di Popena e scegliendoci il percorso più comodo fra erba, ghiaie e grossi massi, fino a raggiungere una caratteristica, piccola forcella della cresta, che sul versante opposto sprofonda inaccessibile verso il Rudavoi, fra il nostro Corno a sinistra e la Croda di Pousa Marza a destra. Dall’erbosa selletta, seguendo tracce sulle ghiaie ed alcuni ometti verso sinistra, saliamo per una cinquantina di metri di dislivello, con qualche breve e facile passaggio su roccia (possiamo restare in cresta o anche sotto cresta, verso la valle), fino all’esposto mucchio di blocchi che costituisce la cima del Corno, segnalata da un bastone. Quando torneremo sui nostri passi, seguiremo attentamente la via di salita, cercando di non smuovere sassi su chi ci sta davanti, e in pochi minuti riguadagneremo il circo sassoso, dal quale potremo tornare alla base soddisfatti per aver conquistato una bella cima dolomitica. Chi è rimasto ad aspettarci alla Sella, se ne ha voglia, in una mezz’oretta può salire ai piedi della Torre Nord-Est di Popena, per vedere le tavole di pietra recanti gli stemmi del Tirolo e della Repubblica Veneta, sistemate lassù nel 1754 dagli incaricati dei due governi per marcare il confine fra gli imperi.
Pur essendoci, come detto, anche percorsi alternativi, per il ritorno seguiremo in senso inverso l’itinerario di salita, ed in circa un’ora e mezza raggiungeremo nuovamente le nostre vetture.

Il "sentiero selvaggio" del Busc de r'Ancona

Nell'agosto 1977 per la prima volta, e poi in altre occasioni, scesi con gli amici l'imbuto roccioso nel quale scorre il Ru de r’Ancona, che dall'omonimo Busc (luogo della leggenda ampezzana del diavolo, che sarebbe scappato dalla valle forando la parete a cornate, perché non era stato capace di convertire a suo vantaggio gli abitanti) scende a incrociare la strada d’Alemagna all’altezza del Ponte de r’Ancona. L’imbuto caratterizza un bell'angolo del Gruppo della Croda Rossa, e scende per circa 500 metri di dislivello. Con un po' di disinvoltura, dato che il letto detritico è sconnesso e non ci sono tracce, è tutto transitabile, a parte un breve tratto. Abbastanza in basso, infatti, il torrente si espande in una piccola pozza, oltre la quale uno strapiombo di almeno 15 metri, percorso da una cascata, blocca l’ulteriore discesa. La chiave del problema risiede sul versante destro del canale. Tracce nel bosco raggiungono un vecchio cippo forestale e poi scendono nel solco sassoso del Ru, permettendo di scansare comodamente l’ostacolo e riprendere il percorso. Il canale, risalito da pochi anche perché è piuttosto franoso e faticoso, fu sceso con gli sci intorno al 1984 da Nina Ford, sola: l’avventura scialpinistica fu descritta sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. Tra le escursioni selvagge ancora possibili a Cortina, questa è consigliabile a persone esperte e disincantate, munite di buoni garretti e robuste calzature. Salire al Busc per la traccia militare che fiancheggia il canale a sinistra (qualche segno rosso), traversare il singolare arco roccioso e poi destreggiarsi tra i massi e le ghiaie fino alla strada: è un grande “sentiero selvaggio”, che non compare nei libri e permette di vivere un'esperienza di wilderness altrove ormai sparita.

lunedì 3 novembre 2008

Croda d'Ancona, cronaca della posa di due libri di vetta

Sapendo che mancava, il 22 agosto 2002 portai un libro di vetta sulla Croda de r’Ancona, il “fosco baluardo” nel gruppo della Croda Rossa che domina la Strada d’Alemagna - tra Fiames ed Ospitale - con canali franosi, cenge spioventi su cui regnano i camosci, rocce friabili, mughi e zolle erbose, ed offre una istruttiva escursione, con base di partenza a Ra Stua o in Val de Gotres.
Teatro di scontri durante la Grande Guerra, tracce dei quali sono ancora visibili sulle sue pendici, fino a qualche anno fa la cima non era molto visitata. Oggi, anche se - fortunatamente - non rientra fra le più gettonate delle Dolomiti, conta molte visite in più. Molti salitori sono locali e veneti - che scelgono la Croda anche come destinazione per gite sociali -, mentre sono rari gli stranieri.
Non è una meta per rocciatori, perché non ha pareti o spigoli degni di considerazione, né vie di scalata. La “via normale” è una camminata mediamente lunga, in cui si alternano fasce detritiche, erbose e sassose. Non esposta né difficile, l’ascensione, specie nelle stagioni intermedie, va comunque affrontata con l’attenzione richiesta da escursioni in quota.
Il 15 ottobre 2006, su segnalazione dell’amico guardaparco Giordano, tornai in vetta con un’amica per sostituire il libretto, già logorato dalle intemperie e quasi esaurito. Il nuovo quaderno, che spero duri a lungo senza essere imbrattato da troppe stupidaggini e volgarità, è posto in una scatola impermeabile a fianco della croce, protetto da alcuni sassi, e ben visibile per chi giunge in cima.
Ho sfogliato il ”vecchio” libretto, ma non proporrò statistiche né giudizi sui suoi contenuti. Mancano le firme d’alpinisti famosi e non ci sono grandi imprese, ma solo i segni discreti del passaggio di chi è arrivato fin lassù spesso con fatica e sudore, per godersi il panorama sulle Dolomiti, fino alla Val Badia e ai ghiacciai sudtirolesi. Estrarre un nome o una frase piuttosto che altri non avrebbe scopo. Noto invece che diverse persone sono state colpite dalla bellezza di quei luoghi; molte si affezionano alla cima e vi salgono più volte, anche nella stessa stagione, magari venendo da lontano. La Croda è meta anche di alpinisti in erba, indotti a conoscere la montagna con una salita che fa da efficace banco di prova (fu così anche per me, salitovi per la prima volta coi miei genitori a circa dieci anni di età).
Non mi avventuro quindi in deduzioni storiche o di altro tipo dai contenuti del libro di vetta, oggi custodito nell’archivio della Sezione CAI di Cortina. Auspico che la cima, nota ab antiquo ai cacciatori per la ricchezza d’ungulati della zona, e ai pastori, poiché domina la Monte de Lerosa, costituisca una piacevole meta per un momento di svago.
Per alcuni sarà un traguardo sofferto e importante, per altri un tirocinio in vista di altri cimenti, ma dovrebbe conservare sempre integro il fascino di cima selvaggia, teatro di cruenti episodi in guerra ed oggi simbolo di pace alpinistica. Sarebbe bello che la Croda restasse sempre fuori da iniziative di valorizzazione, e si mantenesse come la conosciamo: una vetta facile, praticabile fino a stagione inoltrata, che offre un gran panorama e vari motivi d’interesse, anche non atletico, per essere conosciuta.
Coloro che sceglieranno la Croda de r’Ancona per una salita dolomitica, potranno apporre con piacere il loro nome sul libretto di vetta, lasciando un segno della presenza su una cima interessante per il panorama che offre, le testimonianze storiche che custodisce e l’atmosfera di solitudine che avvolge i suoi versanti.

domenica 2 novembre 2008

Ra mè Ponta Fiames - 21 anni dopo una delle tante ripetizioni, 2 novembre 1987

Avrò salito la Punta Fiames almeno 70 volte, circa 50 per la ferrata Albino Michielli Strobel e una ventina per la via Dimai della parete sud-est. Alla fine degli anni ’80, giunsi al punto di battezzare la cima “ra mè Ponta Fiames” e citarla sempre e dovunque come una montagna amica e confidente. Fino all’8 maggio 1988. Quel giorno, infatti, stavo salendo con un amico la via Dimai. Giunti alla penultima lunghezza (la più delicata, caratterizzata da una parete con piccoli appigli, che permette di uscire fra i tetti visibili anche dal basso), mi stavo impegnando sul passaggio più duro quando fui impaurito dagli schiamazzi provenienti da una cordata che sopra di noi stava smuovendo alcuni sassi. Scivolai indietro sulla roccia, sbattendo un piede sul terrazzino dove l'amico faceva sicura, e mi procurai - per fortuna - una distorsione ad una caviglia. Fui costretto a risalire comunque la parete, superare l’ultimo tiro e mezzo con un piede solo, uscire in vetta, traversare in Forcella e scendere il ghiaione. Giunto nel bosco ai piedi del Pomagagnon, ottenni un passaggio da due ragazzi saliti con noi che mi avevano aiutato a togliermi da quella situazione, e giunsi a casa con loro. L’incauto incidente mi costò 35 giorni di gesso e un bel po’ di riabilitazione. Mi rimisi in piedi in fretta, tanto che a fine giugno feci già un'altra salita, ma per un lungo periodo della Fiames non volli più sentir parlare. Dopo d’allora ho salito ancora la Dimai e la Ferrata ma, chissà perché, il ricordo del malaugurato incidente che poteva avere conseguenze molto serie, cancellò per sempre dal vocabolario l'espressione “ra mè Ponta Fiames”.

lunedì 27 ottobre 2008

Per gli amici di montagna che sono andati avanti

Credo che nessuno possa dimenticare gli amici, i compagni, i paesani con i quali ha frequentato le montagne e che non ci sono più, soprattutto quando sono scomparsi in tragiche circostanze. Ricordo spesso forcelle, ghiacciai, montagne, traversate, vie in cui sono stato al fianco di amici che sono "andati avanti", e questi ricordi m'intristiscono sempre un po’. Da Angelo, mito dell'alpinismo dolomitico degli anni '30 che mi condusse su un sentiero attrezzato in Tofana ancor prima che fosse aperto, a Luciano che fu il mio primo capocordata sulla Torre Inglese; e poi Orazio e la lieta traversata ai piedi della Marmolada; Luigi, col quale salii il Teston di Monte Rudo e la Rocchetta di Campolongo; Claudio, compagno di cordata sul II Campanile di Popera, sul Catinaccio e a Forcella Fanis, caduto in montagna; da Alfonso, col quale divisi decine di escursioni e di scalate, a Luciano, che arrampicava meglio di me, ma ebbi l’onore di portare da capocordata sulla "rampa" del Ciavazes. Per non dimenticare mio Padre, che mi ha iniziato alla via dei monti, insegnandomi un cammino che dopo quarant'anni e più continuo ancora a percorrere. Forse le mie constatazioni sono ovvie, ma pensando a queste cose è inevitabile considerare la fragilità della vita e la pregnanza di certi momenti passati, che ci rimarranno vividamente impressi per sempre. Il mondo va avanti, e noi continueremo a frequentare la montagna finché ci sarà possibile, ma ripercorrendo passi già seguiti con gli amici che non ci sono più, sicuramente ci sarà sempre un pensiero anche per loro.