Domenica 12 ottobre il CAI Cortina ha chiuso la stagione escursionistica 2008, organizzando insieme agli amici di San Vito di Cadore il “Giro de le casere de Ospedal”, un'escursione di mezza montagna alla scoperta degli antichi alpeggi del Canal del Piave, non più utilizzati ma ristrutturati e lodevolmente mantenuti in efficienza dal Comune di Ospitale di Cadore e dai volontari. All’appuntamento alle falde del Bosconero hanno partecipato 34 persone, che in una splendida giornata autunnale rallegrata da una temperatura molto gradevole, hanno compiuto l’anello delle tre casere, sostando brevemente in ognuna e pranzando al sacco presso la Casera Pra de Bosch. L’appuntamento, primo organizzato in sinergia con la Sezione del CAI più vicina a Cortina, ha conseguito un lusinghiero successo, e già si pensa all’organizzazione d’iniziative per l’anno prossimo.
Cronache, curiosità, racconti, recensioni, ricordi, segnalazioni e altro sulla Montagna, in primo luogo le Dolomiti d'Ampezzo, ma non soltanto quelle
martedì 14 ottobre 2008
sabato 11 ottobre 2008
Bepi Degregorio (1889-1978) e le sue montagne (in ladino ampezzano)
Ai 4 de noenbre del '78 - inze un dì che l fejea lujì ra crodes come l oro – moria Bepi Degregorio, del 1889, ruà da Predazo a Cortina poco dapò ra Prima Guera a fei l Maestro de Posta e 'sì in croda, epò restà ca. Par Anpezo, Degregorio l a fato tropo: dal '24, par cuarantasié ane, l é stà Presidente del CAI; l à scrito un grun de articole e doi libre, “Cortina e le sue montagne” e “Andar per Dolomiti”; l à fato l cronometrista, e soralduto l i à vorù ben a ra val che ra l aea azetà. Dal '24 al ’32, con Fritz Terschak e outre l à zarpì duta ra crodes d Anpezo e ciatà fora via noes. Ra prima, ai 8 de 'sugno del ’24, su ra Tore Anbrizora, un spizon outo solo cuaranta metre ma catio. Ai 13 de jenaro del an dapò, par el sò dì natalizio, l à darsonto da solo (fosc par prin) el Bèco de Mesodì. Senpre in chel an, Bepi e Fritz i s à ranpinà su par un camin del Aerou e una su par el paré est del Popena. Del 1926, con Erwin Merlet da Bolsan, el s à ranpinà su par el paré del Cianpanin de Federa che varda 'sò ra Val Formin. Del ’27, Degregorio e Merlet i à daèrto ra “Direttissima” su par el spigo sud-est de ra Còsta del Bartoldo; del ’31, Bepi e outre i à daerto na via duta al incontrare sul Sorapisc, e de setenbre del an dapò ancora una sul paré de ra Zima d Anbrizora che varda i Lastoi del Formin. Dapò d incraota, Bepi e Terschak i no s à pì ciatà a fei via noes, i à fato doa “primes” coi schie sul Dürrenstein e su ra Cresta Bianches, e Degregorio l à seguità a 'sì in croda, ai tende ai prime inpiante da schie e a scrie par anes. Del '47, de sessanta ane, l ea ancora su par ra Fiames, leà con sa pare de ci che scrie, e fin i ultime dis el s à godù ra conpagnia dei amighe che i vienia vorentiera a l ciatà inze ra sò ciaseta sote ra stazion, bateada Villa Soreghina.
mercoledì 8 ottobre 2008
Quattro ragazzi e un sasso sassone
Qualche anno fa, tre o quattro di noi partirono a piedi da Cortina, equipaggiati con un’attrezzatura alpinistica primitiva e con l’idea di dare la scalata ... al Sas Peron. Questo roccione, dall’oronimo tautologico di “Sasso Sassóne”, sorge lungo la sponda destra orografica del Boite a Nighelònte, proprio di fronte alla fabbrica “Lacedelli”. Se ne lambisce la base percorrendo il sentiero che congiunge Fiames (o meglio, il Ponte de ra Sia) con Cortina (o meglio, Ciadin de Sora). La sua sommità, piatta e quasi indistinguibile dalla strada, si raggiunge in un minuto dalla carrozzabile ex militare che dal citato Ponte de ra Sia sale al Lago Ghedina. Ovviamente, la prima ascensione della parete, giallastra e forse friabile, che volevamo compiere, non andò a buon fine, e fu certamente meglio così. Quello che ricordo e quasi mi commuove, era la sfrontatezza con cui, armati di ciarpame e scarsa tecnica ma tanto entusiasmo, avremmo voluto crearci, con almeno quindici anni d’anticipo sulle scoperte di Son Pouses e dei Crepe d’Oucera, una piccola “palestra” di arrampicata abbastanza vicina a Cortina, a bassa quota, dove speravamo di riuscire a progredire nelle nostre nozioni. Esse progredirono comunque, con risultati abbastanza diseguali per ciascuno dei membri del gruppo, tramite un semplice rimedio: salire, salire montagne vere e proprie, mirare in alto senza impegolarsi su sassi e sassoni disgregati in mezzo ai boschi dove, se nessuno si era mai avventurato prima di noi, ci sarà pure stato un motivo ...
giovedì 2 ottobre 2008
75, ma non li dimostrano!
L’estate 2008 riservava tre illustri anniversari della storia dell’alpinismo, legati alla stessa persona. Il 14 agosto, infatti, sono caduti i settantacinque anni da quando il triestino Emilio Comici e gli ampezzani Angelo e Giuseppe Dimai, dopo tre giorni d'impegno, domarono la superba parete nord della Cima Grande di Lavaredo, cinquecento metri di verticale che allora rappresentarono un “salto di qualità” per l’arrampicata dolomitica, e oggi sono ancora meta di scalatori provenienti da tutto il mondo. Meno di un mese dopo, ancora Comici - con Mary Varale e Renato Zanutti - realizzò un’altra importante prima salita sulle Tre Cime: lo spigolo sud dell’Anticima della Cima Piccola, denominato “Spigolo Giallo” per il colore della roccia e anch’esso divenuto una classica, oggi quasi usurata da migliaia di passaggi. Alla fine dell’estate 1933, comunque, Comici si aggiudicò una terza nuova ascensione, meno appariscente delle altre due ma certo non meno impegnativa: lo spigolo nord del Corno d’Angolo, nel sottogruppo del Popéna. Sono duecentoventi metri di roccia giallastra e friabile, che Comici salì il 20 settembre con Sandro Del Torso, trovando anche un passaggio di VI. Riguardo a queste conquiste dell'alpinismo dolomitico, a me rimane una piccola soddisfazione: essermi trovato indirettamente a ricordare la maggiore con uno dei protagonisti, all’epoca l’ultimo ancora vivente. Il 14 agosto 1983, infatti, ero diretto al Rifugio Auronzo alle Tre Cime di Lavaredo, deciso a salire da solo la via normale della Grande, cosa che riuscii a fare con successo. Davanti a me, nell’autobus, sedeva Angelo Dimai, ottantatreenne ma sempre in gamba, che si apprestava a compiere un’escursione in quella zona, con parenti e amici (quando si dice la coincidenza…) Non osai chiedergli nulla: ero certo che si dirigesse verso la “sua” parete nord, per contemplarla e rimembrare con emozione la bella conquista di cinquant’anni prima.
domenica 28 settembre 2008
Amedeo Girardi, albergatore e scalatore
Nel camposanto di Cortina, sulla lapide che commemora i cittadini benemeriti, compare anche il nome di Amedeo Girardi (1877-1933). Conduttore dell’Hotel Vittoria, alla fine del XIX secolo - mentre svolgeva gli studi ad Innsbruck – s’impegnò in politica a favore dell’irredentismo, cosa che nel paese natale non fu molto apprezzata. In questo momento, però, Girardi interessa poiché, tra le attività svolte nella sua non lunga vita, fu anche un discreto rocciatore. Nella cronaca dell’epoca d’oro dell’alpinismo ampezzano il suo nome appare, infatti, almeno tre volte. Il 17 VIII 1910, con il compagno Leopoldo Paolazzi e le guide Angelo Dibona e Celestino de Zanna (coetaneo del Girardi, dichiarato disperso in Russia nell’estate 1915), Amedeo portò a termine la prima salita assoluta dell’arditissimo Campanile Rosà, ad oriente del Colle omonimo. Alto un centinaio di metri, il torrione fu conquistato a prezzo di grandi sforzi e con l’impiego d’alcuni chiodi. In un giorno imprecisato d’ottobre del medesimo anno, l’albergatore si aggiudicò con le stesse guide la parete nord della Torre Grande d’Averau (Cima Nord): nella prima lunghezza, verticale ed esposta, la via presenta difficoltà di 5° grado, notevoli per l’epoca e superate senza l’uso di mezzi artificiali. Nel settembre dell’anno seguente, sempre con l’amico Dibona, a Girardi riuscì la prima ascensione di ambedue le guglie (Bassa e Alta, oggi molto frequentate) che costituiscono la Torre Quarta d’Averau. I due le scalarono per itinerari di difficoltà classiche. Altre notizie certificate sull’attività in montagna dell’albergatore Girardi per il momento non ne possiedo: certamente nel primo ventennio del secolo, florido di successi per l’alpinismo ampezzano, egli portò a termine altre imprese sulle cime di casa, contribuendo a valorizzare la storia locale e a far sì che il suo nome non fosse dimenticato.
Pini, montagne e silenzio e ... una pecora
Poco più di mezz’ora sopra la trafficata Strada d’Alemagna, quello fra Cortina e San Vito, c'è un luogo quieto, che sembra quasi immobile nel tempo. Forse il posto è noto soltanto ai locali, poiché risulta che lassù, in una radura alla base della Croda Marcora, un tempo sorgesse un “cason” a servizio di un pascolo ovino. Si tratta della Baita Peniés, citata sulle carte, ma i cui ruderi sono stati sostituiti, una quindicina d’anni fa, da una mangiatoia per ungulati con una spartana stanza ad uso riparo. Oltre la mangiatoia, raggiunta da una scoscesa trattorabile che inizia dove un tempo c'era il Ponte del Venco, a 8 km. da Cortina, e s’inerpica nella magra pineta che fascia i soleggiati fianchi meridionali del Sorapis, c’è una singolare pendice d’erba costellata di massi, che termina a quota 1427. In quel punto, uno dei tanti canaloni del versante si divide in due rami, che convogliano altrove le eventuali scariche di ghiaia e sassi, lasciando così pulito il pendio verde e solitario. All'inizio di aprile del 2006, nella prima gita annuale su terreno asciutto, lassù abbiamo incontrato … una grossa pecora che, visto il folto vello, doveva essere nei paraggi da molto tempo. Dapprima l'ovino pareva impaurito, poi ci ha fatto compagnia, brucando finché non siamo scesi. Peniés è un luogo distensivo, che offre una visuale a 180 gradi dal Penna al Pelmo, le Rocchette, il Becolongo, il Becco di Mezzodì, le Cinque Torri e la Tofana de Rozes. E’ un luogo minore, traguardo di una gita nella quale difficilmente si troverà qualcuno a contenderci il passo.
sabato 27 settembre 2008
Croda de Pousa Marza, conquista di Michl Innerkofler
Quattordici anni fa, condussi l’amico Roberto in un’esplorazione davvero interessante. Da tempo, infatti, mi frullava per la testa l'idea di salire sulla Croda de Pousa Marza, elegante corno dirimpettaio del Piz Popena che si ammira dal Ponte Rudavoi, fra Tre Croci e Misurina. Conquistata da Michl Innerkofler da solo, e subito dopo ripetuta con la giovane cliente boema Mitzl Eckerth il 29 luglio 1884, in centoventicinque anni la Croda è stata scalata anche da noti alpinisti e scrittori, fra i quali Dino Buzzati, Severino Casara, Claudio Cima, Luca Visentini. Si tratta di una salita esposta di 100 metri di dislivello, su roccia abbastanza solida e divertente. Giunti all’attacco dal Ponte Rudavoi per il consueto sentiero della Sella dell'ex Rifugio Popena, salimmo come da istruzioni all’invitante cengia orizzontale chiazzata d’erba e molto esposta, che taglia a metà la parete e permette di schivare il salto iniziale, strapiombante e inaccessibile “by fair means”. Imbragatici per bene in un tratto di cengia stretto ed emozionante, tirai con entusiasmo le tre lunghezze della via, che ci riservò uno strapiombo valutato III grado superiore e una paretina di III, entrambi superati con gustosi movimenti senza l'uso di chiodi. La sommità, friabile ma sorprendentemente comoda e spaziosa, ci offrì un vasto panorama su cime vicine e lontane, e ci rallegrò il fatto di essere fra i pochi saliti su una montagna sicuramente minore, ma non priva d’attrattive. Per scendere dalla Croda, non avendo indicazioni, attrezzai tre corde doppie su altrettanti spuntoni, che ci consentirono di rimettere piede sulla cengia e rientrare ai ruderi del Rifugio Popena, dai quali la strada verso casa é più che nota. Soddisfatto per aver ripetuto uno dei tanti itinerari del pioniere Innerkofler, su una montagna che non soffrirà mai d’affollamento, rumore, sporcizia, mi ripromisi - come sempre si fa con le mete più apprezzate - di ricalcare la vetta della Croda con altri amici. Ci sono passato ancora alla base, ma i miei passi si sono sempre diretti altrove.
mercoledì 24 settembre 2008
Il Becco di Mezzodì: storia e storie di una piccola montagna
Il 5 luglio 1872 la guida ampezzana Santo Siorpaes Salvador, all’epoca quarantenne e all’apice della forma, conduceva il capitano William Emerson Utterson Kelso, uno scozzese molto interessato alle Dolomiti, su una vetta di dimensioni ridotte, ma piuttosto grintosa: il Becco di Mezzodì, fin dai tempi antichi “meridiana” dei valligiani d’Ampezzo, che l'avevano soprannominato "el Bèco de ra Zieta", ovvero della civetta. Prima della conquista, Santo aveva circuito più volte il Becco, il cui unico versante abbordabile con i mezzi di allora non guarda la valle d’Ampezzo, ma la Val Fiorentina. Ciò nonostante, durante l’ascensione, i due dovettero superare, in scarpe chiodate, un camino stretto e liscio alto una ventina di metri, le cui difficoltà rientrano oggi nell’ordine del 3° grado inferiore. La seconda salita assoluta del Becco spettò a Gottfried Merzbacher, nell’estate 1878. Lo accompagnava ancora una volta Siorpaes, che aveva trovato la chiave del mistero. Storiografi cinici affermano che il germanico si trovò abbastanza a mal partito nel superare il liscio camino centrale. Non si sa quando sia stata compiuta la prima salita d’inverno della normale, che potrebbe essere quella dell’ungherese Anton von Csaky, accompagnato dalla guida Angelo Dibona Pilato, il 4 gennaio 1913. Sappiamo invece che la prima ascensione invernale solitaria fu quella di “Bepi” Degregorio, che il 13 gennaio 1925 festeggiò sulla vetta del Becco il suo trentaseiesimo compleanno. Centotrè anni e nove giorni dopo Siorpaes e Utterson Kelso, chi scrive poneva piede sulla friabile cima, realizzando la sua prima, indimenticata salita dolomitica. Trent'anni dopo quella scriteriata avventura adolescenziale, il 14 luglio 2005 ho calcato ancora una volta, forse la sesta, la vetta del Becco, commuovendomi quasi fino alle lacrime ...
lunedì 22 settembre 2008
Popena Basso, una cima rilassante
Ieri, dopo sei anni di assenza, ho rivisto una cima dove, nonostante tutto, non bazzicano in molti. E’ il Popena Basso, storica palestra di roccia di Misurina scoperta da Severino Casara nell'agosto 1926 e oggi cosparsa di vie d’ogni grado. La “via normale” è una poco più di passeggiata lungo una mulattiera militare ben conservata, 480 metri di dislivello che richiedono un’ora e mezzo. Dal Grand Hotel Misurina si sale fra alberi e mughi sino ad un ghiaione. Qui il sentiero, in un tratto erto e piuttosto franoso, lambisce la parete e per uno stretto canale erboso esce sulla dorsale della Costa Popena. Vari ometti aiutano a districarsi fra i fitti mughi e guadagnare la larga sommità che domina il lago e la Val Popena Alta, nonché le cime che l’attorniano. Svetta, possente, il Cristallino di Misurina. Il punto sommitale non viene raggiunto da tutti: le vie di roccia finiscono sull’orlo della parete, e agli scalatori interessa forse più arrotolare le corde e tornare a valle, che non "conquistare" una vetta piatta e mansueta. In cima, c’è un grosso mucchio di sassi ed un morbido tappeto verde, fra cielo e montagne: i cacciatori e i pastori valligiani vi salirono sicuramente in epoche remote, e sorprende che la parete verso Misurina sia stata scoperta solo 82 anni fa dal vulcanico Casara, che vinse il camino all’estrema sinistra. Nel XX secolo vi si sono sbizzarriti Mazzorana, Zanutti e i lecchesi, i nostri Scoiattoli, Molin di Auronzo e altri. Il veronese Cipriani, infine, ha azzerato a spit lo spazio per altre scoperte. In vetta, una cordata era appena uscita dal "diedro a sinistra degli strapiombi gialli”, una via di Mazzorana che anni addietro ripetei diverse volte. Oltre i due ragazzi, non c’era più nessuno: così abbiamo avuto la cima, avvolta dalla nebbia e dalle nuvole, soltanto per noi.
domenica 21 settembre 2008
60 cime per 60 anni, un traguardo originale
60 cime per 60 anni: potrebbe essere lo slogan di una nuova iniziativa, e magari fondare una moda per gli appassionati di montagna. Per ora, è la meta raggiunta da Roberto Vecellio, consigliere del CAI Cortina che gira per le crode da almeno mezzo secolo. Dal 15 settembre 2007 al 17 settembre scorso, momento in cui ha festeggiato il 60° compleanno, Roberto ha salito infatti 60 cime, diligentemente registrate in un taccuino. Con i familiari o con gli amici, cime poco note o fra le più gettonate delle Dolomiti, sommità nevose o pascolive, salite d'inverno con le ciaspe e magari anche la corda o d'estate solo con gli scarponi, montagne raggiunte arrampicando o a piedi, in Italia come in Austria, Croazia, Francia, Slovenia, Spagna. Il traguardo è stato toccato con la salita della Croda Camin, nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo. Nessun primato, quindi, né concatenamenti sponsorizzati, né quote astronomiche (l'altezza massima raggiunta è quella del Grossvenediger, 3674 m.); nessuna impresa, anche se alcune cime hanno riservato passaggi delicati e d'impegno magari a quello turistico; soltanto, la grande soddisfazione per un fresco pensionato, di dedicare una montagna ad ognuno degli anni di vita che ha felicemente compiuto, sempre in forma e pieno di progetti, logicamente alpinistici, per il futuro. L'augurio è quello di ripetere l'iniziativa fra un decennio; dieci cime in più non saranno un grande impegno, ma dieci anni in più sulla gobba forse un tantino peseranno! Complimenti vivissimi a Roberto dagli amici del CAI Cortina, il sodalizio al quale dedica energie e tempo da quasi trent'anni, con la speranza che possa realizzare tante altre salite sulle nostre montagne.
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