sabato 8 novembre 2008

Passeggiando in Val Popena Alta, prima che l'inverno sia qui

Nella porzione orientale del gruppo dolomitico del Cristallo, sul versante sud-est della Val Popena Alta, alla base del costone che degrada dal Corno d’Angolo, a 2214 metri di quota si apre una larga ed agevole insellatura, che pone in comunicazione la valle con il Passo Tre Croci e Misurina. La sella è incoronata da vette maestose, fra le quali risalta il Piz Popena, uno dei “Tremila” più grandiosi e meno frequentati delle Dolomiti, salito per la prima volta nel giugno 1870 delle guide Santo Siorpaes e Christian Lauener con Edward R. Whitwell.
Ai suoi piedi, il bonario Corno d’Angolo, che espone verso sud un caratteristico spigolo giallastro; seguono la Croda di Pousa Marza, le Torri Sud-Ovest e Nord-Est di Popena e poi la Punta Michele, dove nel 1944 Dibona realizzò la sua ultima via nuova con Casara, Cavallini, Menardi e Trenker. Seguono il Cristallino di Misurina, visitato già nel 1864 da Paul Grohmann, ignorato nell’epoca d’oro dell’alpinismo e trasformatosi in sanguinoso campo di battaglia durante la I Guerra Mondiale; il trittico formato dal Campanile Dibona, Guglia di Val Popena Alta e 3a Punta di Val Popena Alta; le Pale Sud-Ovest e Nord-Est di Misurina, con itinerari quasi “di palestra” aperti da Del Torso, Quinz e ancora da Molin.
Oggi ci ripromettiamo di raggiungere la panoramica insellatura, che dista pochi passi dal confine fra Auronzo e Cortina e dal limite orientale del Parco Naturale delle Dolomiti Ampezzane, e sulla quale campeggiano da anni i ruderi di un piccolo rifugio, costruito nel 1938 e battezzato semplicemente Rifugio Popena, con cui s’intendeva arricchire la valle (che dalla sella si ammira in tutta la sua austera bellezza) di un punto d’appoggio per scalatori ed escursionisti, e promuoverne anche la frequentazione invernale. Il rifugio non ebbe fortuna, perché un incendio lo rese completamente inutilizzabile negli anni della II Guerra Mondiale, e fino ad oggi nessuno ha deciso di ricostruirlo. Le macerie sulla Sella non servono nemmeno come bivacco di fortuna, e non fanno certamente onore al valico, un belvedere dolomitico naturalisticamente prezioso e ricco di storia. La sella, inoltre, costituisce un crocevia di importanza fondamentale per alpinisti e per escursionisti; forse lassù una struttura potrebbe anche starci bene, pur dovendo sempre fare i conti con la mancanza d’acqua. Seppure il Lago di Misurina si stenda soltanto a poco più di un’ora di distanza, l’ambiente intorno all’ex Rifugio non ha mai subito pesanti invasioni, pur trovandosi molto vicino ad un circondario amato dal turismo di massa. Se il valico e le superbe e silenziose cime che l’incoronano saranno risparmiate da valorizzazioni artificiali, chi le frequenta potrà godere sempre del piacere di aprire da lassù la miglior porta d’ingresso al grande gruppo dolomitico del Popena.
Per visitare la zona, possiamo partire dal Ponte sul Rudavoi o da quello sul Ruvieta, che incontriamo salendo lungo la strada 48bis delle Dolomiti fra il Passo Tre Croci e Misurina, oppure dall’agriturismo di Malga Misurina. Noi vogliamo invece consigliare l’accesso classico alla valle, dal tornante posto a quota 1659 sulla strada che risale la Val Popena Bassa, fra Carbonin e Misurina. All’interno del tornante, imbocchiamo subito la traccia (il segnavia bianco e rosso del CAI è il n. 222) che rimonta un prato e, di fianco alle acque solitamente tranquille del Rio Popena, inizia a risalire la valle. A destra incombe il grandioso castello del Cristallino di Misurina, a sinistra la Costa Popena, coperta di boschi. Ben presto la traccia si perde un po’, a causa dell’acqua del torrente che spesso esce dalla sua sede: poi d’improvviso ricompare, rassicurandoci con segni rossi e ometti. Man mano che si sale, l'ambiente si fa via via più selvaggio e solitario, anche se siamo ancora abbastanza vicini al fondovalle. Superato un tratto sassoso in cui il sentiero sparisce, giungiamo ad una zona di mughi, presso una forra: il sentiero rimonta con qualche svolta il fianco destro della valle, in vista delle
Pale di Misurina, che su questo lato mostrano due belle pareti. Dopo aver tagliato un canale e lo sbocco basale della Val delle Baracche, che sale a destra verso il Cristallino, giungiamo alla base del circo terminale della valle: in fondo si eleva il Piz Popena, di fronte le Torri di Popena chiudono la testata. Ignorato il sentierino che, oltre il torrente, porterebbe a Forcella delle Pale di Misurina per poi scendere al Lago, seguiamo ancorala nostra traccia, che per prati e mughi supera una bella conca. Rimontato a sinistra l’ultimo ripido pendio, arriviamo infine alla Sella e ai ruderi del rifugio. La salita ci ha richiesto poco meno di due ore; non è molto faticosa ed è molto frequentata anche d’inverno, con gli sci o le racchette. Da quassù, il panorama che possiamo godere è semplicemente straordinario, e chi lo desidera potrà esercitarsi a riconoscere, vicine o più in lontananza, alcune delle più famose vette delle Dolomiti Orientali. Se non siamo troppo stanchi e vogliamo vedere cosa c’è “al di là” della sella, potremmo avventurarci alla scoperta del Corno d’Angolo, una cima panoramica che richiede una salita breve e non troppo impegnativa, in una zona incontaminata con poche tracce. La salita è alla portata di quegli escursionisti che sono in grado di procedere su terreno non segnato e un po’ friabile; se però ci dà fastidio l’esposizione, forse il Corno non fa per noi. Dalla sella ci inoltriamo nel silenzioso circo sulla destra orografica della testata di Val Popena Alta. Lo rimontiamo sul fondo, affiancando a destra le Torri di Popena e scegliendoci il percorso più comodo fra erba, ghiaie e grossi massi, fino a raggiungere una caratteristica, piccola forcella della cresta, che sul versante opposto sprofonda inaccessibile verso il Rudavoi, fra il nostro Corno a sinistra e la Croda di Pousa Marza a destra. Dall’erbosa selletta, seguendo tracce sulle ghiaie ed alcuni ometti verso sinistra, saliamo per una cinquantina di metri di dislivello, con qualche breve e facile passaggio su roccia (possiamo restare in cresta o anche sotto cresta, verso la valle), fino all’esposto mucchio di blocchi che costituisce la cima del Corno, segnalata da un bastone. Quando torneremo sui nostri passi, seguiremo attentamente la via di salita, cercando di non smuovere sassi su chi ci sta davanti, e in pochi minuti riguadagneremo il circo sassoso, dal quale potremo tornare alla base soddisfatti per aver conquistato una bella cima dolomitica. Chi è rimasto ad aspettarci alla Sella, se ne ha voglia, in una mezz’oretta può salire ai piedi della Torre Nord-Est di Popena, per vedere le tavole di pietra recanti gli stemmi del Tirolo e della Repubblica Veneta, sistemate lassù nel 1754 dagli incaricati dei due governi per marcare il confine fra gli imperi.
Pur essendoci, come detto, anche percorsi alternativi, per il ritorno seguiremo in senso inverso l’itinerario di salita, ed in circa un’ora e mezza raggiungeremo nuovamente le nostre vetture.

Il "sentiero selvaggio" del Busc de r'Ancona

Nell'agosto 1977 per la prima volta, e poi in altre occasioni, scesi con gli amici l'imbuto roccioso nel quale scorre il Ru de r’Ancona, che dall'omonimo Busc (luogo della leggenda ampezzana del diavolo, che sarebbe scappato dalla valle forando la parete a cornate, perché non era stato capace di convertire a suo vantaggio gli abitanti) scende a incrociare la strada d’Alemagna all’altezza del Ponte de r’Ancona. L’imbuto caratterizza un bell'angolo del Gruppo della Croda Rossa, e scende per circa 500 metri di dislivello. Con un po' di disinvoltura, dato che il letto detritico è sconnesso e non ci sono tracce, è tutto transitabile, a parte un breve tratto. Abbastanza in basso, infatti, il torrente si espande in una piccola pozza, oltre la quale uno strapiombo di almeno 15 metri, percorso da una cascata, blocca l’ulteriore discesa. La chiave del problema risiede sul versante destro del canale. Tracce nel bosco raggiungono un vecchio cippo forestale e poi scendono nel solco sassoso del Ru, permettendo di scansare comodamente l’ostacolo e riprendere il percorso. Il canale, risalito da pochi anche perché è piuttosto franoso e faticoso, fu sceso con gli sci intorno al 1984 da Nina Ford, sola: l’avventura scialpinistica fu descritta sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. Tra le escursioni selvagge ancora possibili a Cortina, questa è consigliabile a persone esperte e disincantate, munite di buoni garretti e robuste calzature. Salire al Busc per la traccia militare che fiancheggia il canale a sinistra (qualche segno rosso), traversare il singolare arco roccioso e poi destreggiarsi tra i massi e le ghiaie fino alla strada: è un grande “sentiero selvaggio”, che non compare nei libri e permette di vivere un'esperienza di wilderness altrove ormai sparita.

lunedì 3 novembre 2008

Croda d'Ancona, cronaca della posa di due libri di vetta

Sapendo che mancava, il 22 agosto 2002 portai un libro di vetta sulla Croda de r’Ancona, il “fosco baluardo” nel gruppo della Croda Rossa che domina la Strada d’Alemagna - tra Fiames ed Ospitale - con canali franosi, cenge spioventi su cui regnano i camosci, rocce friabili, mughi e zolle erbose, ed offre una istruttiva escursione, con base di partenza a Ra Stua o in Val de Gotres.
Teatro di scontri durante la Grande Guerra, tracce dei quali sono ancora visibili sulle sue pendici, fino a qualche anno fa la cima non era molto visitata. Oggi, anche se - fortunatamente - non rientra fra le più gettonate delle Dolomiti, conta molte visite in più. Molti salitori sono locali e veneti - che scelgono la Croda anche come destinazione per gite sociali -, mentre sono rari gli stranieri.
Non è una meta per rocciatori, perché non ha pareti o spigoli degni di considerazione, né vie di scalata. La “via normale” è una camminata mediamente lunga, in cui si alternano fasce detritiche, erbose e sassose. Non esposta né difficile, l’ascensione, specie nelle stagioni intermedie, va comunque affrontata con l’attenzione richiesta da escursioni in quota.
Il 15 ottobre 2006, su segnalazione dell’amico guardaparco Giordano, tornai in vetta con un’amica per sostituire il libretto, già logorato dalle intemperie e quasi esaurito. Il nuovo quaderno, che spero duri a lungo senza essere imbrattato da troppe stupidaggini e volgarità, è posto in una scatola impermeabile a fianco della croce, protetto da alcuni sassi, e ben visibile per chi giunge in cima.
Ho sfogliato il ”vecchio” libretto, ma non proporrò statistiche né giudizi sui suoi contenuti. Mancano le firme d’alpinisti famosi e non ci sono grandi imprese, ma solo i segni discreti del passaggio di chi è arrivato fin lassù spesso con fatica e sudore, per godersi il panorama sulle Dolomiti, fino alla Val Badia e ai ghiacciai sudtirolesi. Estrarre un nome o una frase piuttosto che altri non avrebbe scopo. Noto invece che diverse persone sono state colpite dalla bellezza di quei luoghi; molte si affezionano alla cima e vi salgono più volte, anche nella stessa stagione, magari venendo da lontano. La Croda è meta anche di alpinisti in erba, indotti a conoscere la montagna con una salita che fa da efficace banco di prova (fu così anche per me, salitovi per la prima volta coi miei genitori a circa dieci anni di età).
Non mi avventuro quindi in deduzioni storiche o di altro tipo dai contenuti del libro di vetta, oggi custodito nell’archivio della Sezione CAI di Cortina. Auspico che la cima, nota ab antiquo ai cacciatori per la ricchezza d’ungulati della zona, e ai pastori, poiché domina la Monte de Lerosa, costituisca una piacevole meta per un momento di svago.
Per alcuni sarà un traguardo sofferto e importante, per altri un tirocinio in vista di altri cimenti, ma dovrebbe conservare sempre integro il fascino di cima selvaggia, teatro di cruenti episodi in guerra ed oggi simbolo di pace alpinistica. Sarebbe bello che la Croda restasse sempre fuori da iniziative di valorizzazione, e si mantenesse come la conosciamo: una vetta facile, praticabile fino a stagione inoltrata, che offre un gran panorama e vari motivi d’interesse, anche non atletico, per essere conosciuta.
Coloro che sceglieranno la Croda de r’Ancona per una salita dolomitica, potranno apporre con piacere il loro nome sul libretto di vetta, lasciando un segno della presenza su una cima interessante per il panorama che offre, le testimonianze storiche che custodisce e l’atmosfera di solitudine che avvolge i suoi versanti.

domenica 2 novembre 2008

Ra mè Ponta Fiames - 21 anni dopo una delle tante ripetizioni, 2 novembre 1987

Avrò salito la Punta Fiames almeno 70 volte, circa 50 per la ferrata Albino Michielli Strobel e una ventina per la via Dimai della parete sud-est. Alla fine degli anni ’80, giunsi al punto di battezzare la cima “ra mè Ponta Fiames” e citarla sempre e dovunque come una montagna amica e confidente. Fino all’8 maggio 1988. Quel giorno, infatti, stavo salendo con un amico la via Dimai. Giunti alla penultima lunghezza (la più delicata, caratterizzata da una parete con piccoli appigli, che permette di uscire fra i tetti visibili anche dal basso), mi stavo impegnando sul passaggio più duro quando fui impaurito dagli schiamazzi provenienti da una cordata che sopra di noi stava smuovendo alcuni sassi. Scivolai indietro sulla roccia, sbattendo un piede sul terrazzino dove l'amico faceva sicura, e mi procurai - per fortuna - una distorsione ad una caviglia. Fui costretto a risalire comunque la parete, superare l’ultimo tiro e mezzo con un piede solo, uscire in vetta, traversare in Forcella e scendere il ghiaione. Giunto nel bosco ai piedi del Pomagagnon, ottenni un passaggio da due ragazzi saliti con noi che mi avevano aiutato a togliermi da quella situazione, e giunsi a casa con loro. L’incauto incidente mi costò 35 giorni di gesso e un bel po’ di riabilitazione. Mi rimisi in piedi in fretta, tanto che a fine giugno feci già un'altra salita, ma per un lungo periodo della Fiames non volli più sentir parlare. Dopo d’allora ho salito ancora la Dimai e la Ferrata ma, chissà perché, il ricordo del malaugurato incidente che poteva avere conseguenze molto serie, cancellò per sempre dal vocabolario l'espressione “ra mè Ponta Fiames”.

lunedì 27 ottobre 2008

Per gli amici di montagna che sono andati avanti

Credo che nessuno possa dimenticare gli amici, i compagni, i paesani con i quali ha frequentato le montagne e che non ci sono più, soprattutto quando sono scomparsi in tragiche circostanze. Ricordo spesso forcelle, ghiacciai, montagne, traversate, vie in cui sono stato al fianco di amici che sono "andati avanti", e questi ricordi m'intristiscono sempre un po’. Da Angelo, mito dell'alpinismo dolomitico degli anni '30 che mi condusse su un sentiero attrezzato in Tofana ancor prima che fosse aperto, a Luciano che fu il mio primo capocordata sulla Torre Inglese; e poi Orazio e la lieta traversata ai piedi della Marmolada; Luigi, col quale salii il Teston di Monte Rudo e la Rocchetta di Campolongo; Claudio, compagno di cordata sul II Campanile di Popera, sul Catinaccio e a Forcella Fanis, caduto in montagna; da Alfonso, col quale divisi decine di escursioni e di scalate, a Luciano, che arrampicava meglio di me, ma ebbi l’onore di portare da capocordata sulla "rampa" del Ciavazes. Per non dimenticare mio Padre, che mi ha iniziato alla via dei monti, insegnandomi un cammino che dopo quarant'anni e più continuo ancora a percorrere. Forse le mie constatazioni sono ovvie, ma pensando a queste cose è inevitabile considerare la fragilità della vita e la pregnanza di certi momenti passati, che ci rimarranno vividamente impressi per sempre. Il mondo va avanti, e noi continueremo a frequentare la montagna finché ci sarà possibile, ma ripercorrendo passi già seguiti con gli amici che non ci sono più, sicuramente ci sarà sempre un pensiero anche per loro.

domenica 19 ottobre 2008

Il Santobua non era Santo, ma suo figlio ...

Lo spunto per questa nota è nato da un'immagine, pubblicata su “Wanderungen in den Dolomiten” di T. von Wundt, tradotto da P. Berti De Nat in “Sulle Dolomiti d’Ampezzo” (Cooperativa di Cortina, 1996). Nel capitolo dedicato alla traversata del Rauhkofel, si vede un gradone roccioso dal quale scende a corda doppia un alpinista: a destra, un compagno l’osserva. Secondo chi scrive l’immagine, scattata nel 1893, è al centro di un “qui pro quo”. In alcuni testi, i cui autori forse non lessero o capirono bene tutto il capitolo del testo originale, l’alpinista a destra è Mansueto Barbaria, guida ampezzana (e su questo concordo). Quello che scende a corda doppia, invece, sarebbe Santo Siorpaes, uno dei padri delle guide di Cortina e delle Dolomiti. Wundt però non parla di Santo, ma di “Santobua”. “Bua” è che la pronuncia tirolese di “Bube”, e significa “ragazzo, moccioso”: la traduttrice ha reso il termine con “il giovane Santo”. Al tempo, Siorpaes aveva 61 anni e si era ritirato dalle montagne, quindi il giovane Santo potrebbe essere stato suo figlio Pietro, classe 1868, o il fratello Giovanni, più giovane di un anno, entrambi valenti guide. La precisazione non toglie a Santo il gusto di un’eventuale impresa senile, che si sommerebbe a quelle compiute nel periodo migliore. Vuol significare che spesso. nella ricerca storica, una parola mal compresa può travisare elementi che agli appassionati interessano dappresso. La traversata del Rauhkofel o Monte Fumo (la cui conquista fu compiuta da W. Eckerth e M. Innerkofler il 2/VII/1883) dalla Val di San Sigismondo verso Valfonda, non la fa forse nessuno, anche se l’ambiente è affascinante. Nel 1891, Eckerth la suggeriva nel suo libro “Il Gruppo del Cristallo”: Wundt raccolse la sfida e realizzò la traversata con successo, ma quasi certamente uno dei suoi compagni non era quello che, leggendo male il tedesco, si è sempre supposto.

mercoledì 15 ottobre 2008

Mille e più pecore: uno spettacolo antico e sempre nuovo

Ai primi di giugno, tornando a Cortina, lo trovammo all'uscita dall'autostrada vicino a Pian di Vedoia; stava risalendo il Canal del Piave, verso i pascoli più alti. Doenica scorsa l'abbiamo ritrovato a Castellavazzo (era quasi sicuramente lo stesso), mentre scendeva in pianura. In ambedue le occasioni, un oceano lanoso, un migliaio e più di batuffoli bianchi con qualche isolata macchia marrone invadeva la trafficata Strada d'Alemagna, costringendo autobus, automobili, biciclette, camion, motociclette a rallentare, a fermarsi, dapprima a brontolare e poi magari a sporgersi dai finestrini per fotografarli e fissare un attimo di vita inusuale. Siamo nel 2000, e lo spettacolo cui possiamo ancora assistere in occasione della transumanza di dannunziana memoria ha un gusto d'antico, primordiale, vero. Aprono la sfilata cavalli ed asinelli trotterellanti (se ne vedono ancora, oggi, liberi come loro?); segue una coorte chilometrica di pecore ed agnelli bianchi e marroni, a fianco dei quali latrano i cani fieri del loro ruolo di guardiani, ed i pastori col viso cotto da sole lanciano stentorei fischi e richiami per controllare quel mare bianco. Ringalluzzito dall'erba e dai fiori brucati sulle nostre montagne, il gregge quasi si precipita, allegro ed impaziente, verso gli stazzi della pianura, dove aspetterà al chiuso un altro inverno, prima di riprendere (forse, chissà ...) la lunga, faticosa anche se asfaltata strada della montagna. E noi, costretti a sostare solo per qualche minuto sull'asfalto spesso scivoloso in attesa che mille pecore passino con la loro andatura, ancora una volta rimarremo a bocca aperta, davanti ad una processione antica, rumorosa, quasi commovente, che si ripete immutata da secoli e sembra sempre nuova.

martedì 14 ottobre 2008

34 escursionisti al "Giro de le casere de Ospedal"

Domenica 12 ottobre il CAI Cortina ha chiuso la stagione escursionistica 2008, organizzando insieme agli amici di San Vito di Cadore il “Giro de le casere de Ospedal”, un'escursione di mezza montagna alla scoperta degli antichi alpeggi del Canal del Piave, non più utilizzati ma ristrutturati e lodevolmente mantenuti in efficienza dal Comune di Ospitale di Cadore e dai volontari. All’appuntamento alle falde del Bosconero hanno partecipato 34 persone, che in una splendida giornata autunnale rallegrata da una temperatura molto gradevole, hanno compiuto l’anello delle tre casere, sostando brevemente in ognuna e pranzando al sacco presso la Casera Pra de Bosch. L’appuntamento, primo organizzato in sinergia con la Sezione del CAI più vicina a Cortina, ha conseguito un lusinghiero successo, e già si pensa all’organizzazione d’iniziative per l’anno prossimo.

sabato 11 ottobre 2008

Bepi Degregorio (1889-1978) e le sue montagne (in ladino ampezzano)

Ai 4 de noenbre del '78 - inze un dì che l fejea lujì ra crodes come l oro – moria Bepi Degregorio, del 1889, ruà da Predazo a Cortina poco dapò ra Prima Guera a fei l Maestro de Posta e 'sì in croda, epò restà ca. Par Anpezo, Degregorio l a fato tropo: dal '24, par cuarantasié ane, l é stà Presidente del CAI; l à scrito un grun de articole e doi libre, “Cortina e le sue montagne” e “Andar per Dolomiti”; l à fato l cronometrista, e soralduto l i à vorù ben a ra val che ra l aea azetà. Dal '24 al ’32, con Fritz Terschak e outre l à zarpì duta ra crodes d Anpezo e ciatà fora via noes. Ra prima, ai 8 de 'sugno del ’24, su ra Tore Anbrizora, un spizon outo solo cuaranta metre ma catio. Ai 13 de jenaro del an dapò, par el sò dì natalizio, l à darsonto da solo (fosc par prin) el Bèco de Mesodì. Senpre in chel an, Bepi e Fritz i s à ranpinà su par un camin del Aerou e una su par el paré est del Popena. Del 1926, con Erwin Merlet da Bolsan, el s à ranpinà su par el paré del Cianpanin de Federa che varda 'sò ra Val Formin. Del ’27, Degregorio e Merlet i à daèrto ra “Direttissima” su par el spigo sud-est de ra Còsta del Bartoldo; del ’31, Bepi e outre i à daerto na via duta al incontrare sul Sorapisc, e de setenbre del an dapò ancora una sul paré de ra Zima d Anbrizora che varda i Lastoi del Formin. Dapò d incraota, Bepi e Terschak i no s à pì ciatà a fei via noes, i à fato doa “primes” coi schie sul Dürrenstein e su ra Cresta Bianches, e Degregorio l à seguità a 'sì in croda, ai tende ai prime inpiante da schie e a scrie par anes. Del '47, de sessanta ane, l ea ancora su par ra Fiames, leà con sa pare de ci che scrie, e fin i ultime dis el s à godù ra conpagnia dei amighe che i vienia vorentiera a l ciatà inze ra sò ciaseta sote ra stazion, bateada Villa Soreghina.

mercoledì 8 ottobre 2008

Quattro ragazzi e un sasso sassone

Qualche anno fa, tre o quattro di noi partirono a piedi da Cortina, equipaggiati con un’attrezzatura alpinistica primitiva e con l’idea di dare la scalata ... al Sas Peron. Questo roccione, dall’oronimo tautologico di “Sasso Sassóne”, sorge lungo la sponda destra orografica del Boite a Nighelònte, proprio di fronte alla fabbrica “Lacedelli”. Se ne lambisce la base percorrendo il sentiero che congiunge Fiames (o meglio, il Ponte de ra Sia) con Cortina (o meglio, Ciadin de Sora). La sua sommità, piatta e quasi indistinguibile dalla strada, si raggiunge in un minuto dalla carrozzabile ex militare che dal citato Ponte de ra Sia sale al Lago Ghedina. Ovviamente, la prima ascensione della parete, giallastra e forse friabile, che volevamo compiere, non andò a buon fine, e fu certamente meglio così. Quello che ricordo e quasi mi commuove, era la sfrontatezza con cui, armati di ciarpame e scarsa tecnica ma tanto entusiasmo, avremmo voluto crearci, con almeno quindici anni d’anticipo sulle scoperte di Son Pouses e dei Crepe d’Oucera, una piccola “palestra” di arrampicata abbastanza vicina a Cortina, a bassa quota, dove speravamo di riuscire a progredire nelle nostre nozioni. Esse progredirono comunque, con risultati abbastanza diseguali per ciascuno dei membri del gruppo, tramite un semplice rimedio: salire, salire montagne vere e proprie, mirare in alto senza impegolarsi su sassi e sassoni disgregati in mezzo ai boschi dove, se nessuno si era mai avventurato prima di noi, ci sarà pure stato un motivo ...