lunedì 2 giugno 2008

Molto gradita la "gita delle tartarughe" del CAI Cortina

Il coordinatore dell'escursione ringrazia di cuore Paola, Giovanni e gli amici intervenuti, domenica 1° giugno, alla tradizionale "gita delle tartarughe", che ha visto la salita della Croda de l'Arghena e dello Scoglio di San Marco:
1) per l'ottima riuscita della giornata, lungo un itinerario ancora inedito per diversi partecipanti;
2) per l'affiatata e allegra compagnia, formata da 30 persone fra grandi e piccoli;
3) per l'inattesa e gradita sorpresa dell'"ombra" e del caffé caldo in vetta.
Auspico altri gemellaggi di questo genere anche in futuro e, al riguardo, segnalo la gita di domenica 31 agosto, che prevede la salita da Malga Misurina all'ex rifugio Popena e alla vetta del Corno d'Angolo per la via normale, con l'eventuale visita delle tavole di pietra murate nel 1754 alla base della Torre N.E. di Popena, per segnare il confine fra la Serenissima e il Tirolo
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giovedì 29 maggio 2008

1908-2008: ricordo di Paul Grohmann, pioniere delle Dolomiti

Nel 2008, come in ogni anno di questo secolo e di quelli che verranno, potremmo celebrare numerosi anniversari della storia d'Ampezzo. Oltre al 125° dall’apertura sul Nuvolau del primo rifugio della valle, potremmo citare i 125 anni dalla prima disgrazia alpinistica sulle montagne di Cortina, occorsa alla guida Giuseppe Ghedina l’11 agosto, in concomitanza con l’inaugurazione del rifugio. Uno dei genetliaci, però, ha più importanza degli altri. Il 29 luglio, infatti, saranno cent’anni dalla morte di Paul Grohmann, viennese che dal 1862 al 1875 esplorò tutte le Dolomiti e, in compagnia di valligiani promossi a guide alpine, conquistò numerose importanti cime. In Ampezzo salì per primo tutte e tre le Tofane, il Cristallo e il Sorapis, e nei dintorni si aggiudicò la Cima Grande di Lavaredo, la Punta dei Tre Scarperi, la Croda dei Rondoi, il Monte Rudo, il Cristallino di Misurina e altre. L’anniversario merita di essere ricordato, e costituisce un’occasione storica, non solo per chi s’interessa di storia dell’alpinismo. Grohmann, infatti, fu l'indiscusso pioniere del turismo dolomitico. Le sue escursioni, le scalate e i suoi scritti contribuirono in maniera determinante a pubblicizzare le Dolomiti e Cortina in tutto il mondo, favorendo l'afflusso di migliaia di turisti. Nel 1963 l'Amministrazione Comunale aveva ricordato il centenario della prima salita della Tofana di Mezzo, compiuta da Grohmann il 29 agosto 1863 con il vecchio contadino Francesco Lacedelli. Fu pubblicato un opuscolo, e dedicata al pioniere una targa all'inizio della via cittadina fra Corso Italia e Via Cesare Battisti, che recita: "NEL I° CENTENARIO DELLA FONDAZIONE DEL CLUB ALPINO ITALIANO CORTINA RICORDA L’ALPINISTA PIONIERE DOTT. PAUL GROHMANN CHE PER PRIMO SALÌ CON CHECCO DA MELÈRES LA TOFANA DI MEZZO IL 29 AGOSTO 1863 INIZIANDO L’ERA DELL’ALPINISMO DOLOMITICO NELLA VALLE D’AMPEZZO". Sarebbe auspicabile che neppure quest’anno il viennese fosse dimenticato. Grohmann merita riconoscenza dai locali e dai forestieri, poiché quel lontano giorno d'agosto, con l'indomito “Checo”, - forse senza rendersene neppure conto – dischiuse il luminoso futuro della conca ampezzana.

venerdì 23 maggio 2008

22 maggio: Everest!

22 maggio, 5.15 ora italiana: "Tuze", "Peliza" e "Calisto" sono in vetta alla montagna più alta del mondo! Dopo tanti giorni di trepidazione, Marco Sala, Renato Sottsass e Cristian Corazza, componenti insieme a Marco Garbin della spedizione organizzata dai Caprioli di San Vito di Cadore e dagli Scoiattoli di Cortina, finalmente ce l'hanno fatta. Superando mille difficoltà, dovute alla concomitanza della spedizione con il progetto cinese di portare in vetta la fiaccola delle Olimpiadi di Pechino 2008, anche i nostri hanno calcato la cima più alta del globo, con il vessillo delle loro associazioni alpinistiche. Siamo emozionati e commossi per il successo degli amici, che torneranno a casa ai primi di giugno, e ai quali sicuramente saranno tributati i festeggiamenti che meritano. E' la prima squadra alto-bellunese (ampezzana, cadorina e zoldana) che scala l'Everest, e ne siamo fieri. Per ora non abbiamo altro da dire: attendiamo d'incontrarli, sapere "in diretta" i particolari dell'impresa, e soprattutto stringere loro la mano!

lunedì 19 maggio 2008

Per Severino Casara, poeta delle Dolomiti

Rifugio Lavaredo, 14 agosto 1976: mentre attendiamo che cessi un improvviso temporale per dirigerci verso i rifugi Pian di Cengia e Zsgimondy-Comici, con mio fratello e mio cugino ho modo di conoscere l'alpinista vicentino Severino Casara.
Per me, che ho diciott’anni ma mangio pane e libri di montagna da un pezzo, ho già fatto qualche via intorno a Cortina e mando a memoria biografie di rocciatori, relazioni di cime e scalate, è un’emozione inaspettata poterlo conoscere e conversare con lui, figura tanto espressiva quanto discussa dell’alpinismo dolomitico.
I giorni seguenti lo accompagniamo sul Sentiero attrezzato Giovanni Barbara allo Sbarco di Fanes. Durante l’inverno ci sentiamo al telefono, e l’anno seguente ci ritroviamo a Cortina e a Vicenza, dove passo a salutarlo in autunno con un amico, discutendo per ore di cose di montagna, quelle che coltivo da sempre.
Il 29 luglio 1978 Severino Casara se ne va, settantacinquenne. Entusiasti come potevano essere tre adolescenti come noi, con Enrico e Federico (55 anni in tre...) progettammo subito di ricordare il nostro amico alpinista.
Volevamo dedicargli non solo una via nuova, ma un massiccio torrione che credevamo, e ancora oggi credo sia inviolato. Il torrione si stacca dai dirupi della Croda Rotta nel gruppo del Sorapis e domina la porzione superiore della Val Orita.
Da lontano fa una certa mostra di sé, ma - pur avendo lambito diverse volte le sue pendici - non ho mai capito se abbia una sua individualità o sia solo una quinta rocciosa della Croda Rotta. In quegli anni mi pareva di sì, quindi pensavamo di esplorarlo, provare a salirlo, in caso di successo dedicarlo al vicentino che aveva descritto così bene l’esplorazione delle Dolomiti.
Avremmo poi inviato relazioni e fotografie alle riviste e magari ci saremmo guadagnati anche noi una piazza d’onore nella storia delle crode d’Ampezzo.
Come sempre, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: forse il Torrione era troppo impegnativo, forse la qualità della roccia non meritava i nostri sforzi o forse eravamo ancora poco motivati; alla fine comunque non se ne fece niente.
Ricordando quelle fantasie adolescenziali, mi dispiace di non aver avuto il coraggio di salire (e si poteva fare in funivia!) al Rifugio Faloria con la nostra ferramenta, e andare a curiosare intorno a quel torrione, difeso sul versante che guarda la Valle del Boite da potenti colate ghiaiose, che non lasciano presagire un ambiente molto solido.
Se la nostra idea avesse avuto successo, oltre a quella in Comelico avremmo anche in Ampezzo una cima dedicata al cantore delle crode, magari abbellita da una via aperta da tre Majoni.
Forse i nostri nomi sarebbero entrati nel “Libro d’oro delle Dolomiti”, il ponderoso catalogo di cime, vie, alpinisti - utile agli storici e ai nostalgici - che Severino Casara compilò con pazienza nell’arco di decine d’anni, parlandocene ampiamente, ma non riuscì a vedere, giacché, completato da altri, vide la luce per i tipi di Longanesi nel 1980.
Lo comprai subito e lo consulto spesso anche oggi, spiaciuto di non averlo fatto autografare dal mio amico, che raccontava storie e leggende dolomitiche con grande partecipazione e poesia.

venerdì 16 maggio 2008

E' morto Valerio Quinz, guida alpina di Misurina

Dopo lunga malattia, si è spento Valerio Quinz, guida alpina di Misurina. Classe 1928, era figlio di Giuseppe (1887-1970), venuto da Sappada ad Auronzo e guida dello scrittore Dino Buzzati nella prima del Piz Sant’Angelo nei Cadini di Misurina (1930). Quinz è stato un grande alpinista, ed ha aperto numerose vie, soprattutto nei gruppi dei Cadini, Cristallo e Tre Cime, oltre ad aver ripetuto - spesso in solitaria - le vie più note delle montagne di casa e non solo. Oltre ad una prima realizzata da solo a quattordici anni, fra le sue imprese risaltano la prima salita assoluta dell'Ultimo Spirito, singolare torrione dei Cadini (1949, V-VI) e il noto Diedro Quinz sulla parete E del Pianoro dei Tocci (1951, V-VI), portate a termine col collega Armando Vecellio Galeno (1924-2004). Quinz ha accompagnato in montagna personaggi celebri, fra i quali Mario Segni e il coetaneo ex Presidente della Repubblica Cossiga, che passando ad Auronzo si fermava sempre a fargli visita nel suo ristorante, aperto dal padre già nel 1919 in riva al Lago di Misurina. «Aveva un grande passato - ha detto di lui la guida auronzana Gianni Pais Becher -, aprì numerose e importanti vie che, all’epoca furono classificate di alta difficoltà. Forte dolomitista e appassionato della montagna, lascerà un gran vuoto in tutti noi». Tra i clienti ebbe anche Angiola, una ragazza di Milano che, rapita dal suo fascino, diventò poi sua moglie.

sabato 10 maggio 2008

Basta interventi abusivi su montagne e sentieri delle Dolomiti!

Dal verbale della seduta del Consiglio Direttivo della Sezione del CAI di Cortina d'Ampezzo, 7 maggio 2008:
" ... Il segretario informa con rammarico della segnatura abusiva con minio e ometti di un sentiero militare nella zona della Croda d’Ancona, all’insaputa di tutti gli enti preposti."
P.S. Il segretario sono io.
Che tristezza!

venerdì 9 maggio 2008

Una storia dei secoli bui

Nei secoli passati, tra i marebbani e gli ampezzani vi furono lunghi ed aspri litigi per il possesso dei pascoli di Rudo de Sora (oggi Fodara Vedla) e Fosses. Né accordi pacifici né sentenze giudiziali riuscirono mai a porre fine alle contese, finché - stanchi del lungo combattere (così narra la tradizione popolare) – i marebbani accettarono una proposta formulata dagli abitanti d’Ampezzo. Quattro uomini d'Ampezzo furono incaricati di sollevare e smuovere uno smisurato sasso giacente sul loro territorio; là dove fossero stati costretti a deporlo, perché oltre non riuscivano a portarlo, sarebbe stato fissato il confine fra le due comunità. Gli abitanti di Marebbe, resisi conto che per sollevare il macigno sarebbero sicuramente occorse le forze di almeno cento uomini, ritenevano di avere perso la sfida già in partenza: ma s’ingannarono. Con indescrivibile raccapriccio, videro i quattro ampezzani che sollevavano l’immenso blocco di roccia con sforzi sovrumani e lo portavano con facilità lungo i pascoli. L’avevano ormai trascinato abbastanza lontano, quando all’improvviso una britèra di Marebbe esclamò piangendo: “Nel nome del Signore, ci prendono tutta l’alpe!” Nel medesimo istante, il macigno rovinò addosso ai portatori, che rimasero schiacciati e sepolti: di loro, inspiegabilmente, non si rinvenne più alcuna traccia. Con l’invocazione della pia donna di Marebbe era stato possibile vincere la forza degli spiriti maligni, giacché unicamente con il loro aiuto si sarebbe potuto smuovere l’enorme macigno dal luogo dove giaceva da secoli. Scrisse il sacerdote Trebo che ancora decenni dopo, venivano mostrati ai passanti quattro grandi cirmoli, cresciuti successivamente sul luogo dell’accaduto, quasi fosse un segno della Provvidenza.

martedì 6 maggio 2008

Natalino Menegus non c'è più

Natalino Menegus "Frize" non c'è più. Uomo d'ingegno, laureato in fisica e professore di liceo, imprenditore e fondatore dell'elisoccorso, è stato soprattutto un grandissimo amante della montagna, una valente guida alpina, un forte rocciatore ed uno sciatore di comprovate capacità. La storia dell'alpinismo lo ricorda per la salita invernale con Marcello Bonafede e Roberto Sorgato della Via Solleder-Lettenbauer in Civetta, conclusa in quattro giorni il 7 marzo 1963. Menegus aveva però al suo attivo numerose imprese, fra vie nuove (nei gruppi del Sorapis, Antelao, Marmarole, Tre Cime di Lavaredo, Cristallo, Croda da Lago) e ripetizioni di rilievo sulle Dolomiti. Non ultime, ricordiamo anche le spedizioni e le trasferte scialpinistiche in tutti i continenti: ultimamente aveva raggiunto un paio di vulcani dell'Ecuador e traversato con gli sci le isole Svalbard. Natalino ha arrampicato e sciato fino all'ultimo giorno, e sulle nevi della Marmolada la morte lo ha colto inaspettatamente, ma come lui stesso avrebbe desiderato. Un grato ricordo va a questo protagonista dell'alpinismo dolomitico degli anni '60 e '70, che in montagna ha vissuto e lavorato, fino alla fine.

giovedì 1 maggio 2008

Ra Ciadenes, ultima Thule

Quante volte sarò salito sui “'Suoghe”, la bonaria cupola boscosa che fa parte della dorsale de “Ra Ciadénes” e domina la Chiesa di San Nicolò, San Biagio e Sant’Antonio di Ospitale d’Ampezzo? Forse una trentina, fin dal 1° maggio 1972, quando mi ci portarono i miei genitori e io, galvanizzato della nuova scoperta, su una trave interna del bunker più elevato lasciai un’iscrizione a matita, che in seguito non sono più stato in grado di ritrovare. Eppure, anche ritenendomi ormai pratico di quella zona (che peraltro viene modificata, stagione dopo stagione, da neve e ghiaccio, pioggia e vento, sole e bufere), torno lassù sempre volentieri, minimo una o due volte l’anno. Mi piace salire sulla sommità per rivedere, come vecchi amici, l'erto sentiero militare (un po' malridotto, ma ancora ben transitabile) che risale la costa densamente alberata, le due casematte sulla sommità della cresta, tutto quello che in quell'immoto angolo del mondo si può ammirare, godere e respirare. E’ un luogo che ritengo magico: me l'ha confermato un sanvitese, che non lo conosceva e vi è salito con soddisfazione, sulla scorta delle indicazioni che diedi qualche tempo fa sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. Credo che sia uno dei rari “foresti” che ricalcano le mie orme: un altro dei pochi che incontrai lassù veniva da Treviso, e anche lui aveva letto una mia nota, uscita sull’altro semestrale di montagna, “Le Alpi Venete”, ancora nel 1991. Non che sia geloso di quei luoghi, tutt’altro: mi dispiacerebbe soltanto che, visti i tempi, anche i “'Suoghe” diventassero palestra d’ardimento esclusiva dei nuovi “cacciatori”, che setacciano monti e valli con il cercametalli, alla frenetica ricerca di reperti bellici, spesso di scarso valore! Per quanto riguarda me, credo che - finché sarà possibile – continuerò a salire sui miei “'Suoghe”. Magari nella prima e nell’ultima camminata dell’anno, giusto per testare il fiato ed i garretti: e mi auguro vivamente che l’atmosfera di quel bosco e di quelle rocce si mantenga inalterata come l’ho conosciuta e come l’apprezzo ogni volta che vi salgo, per sempre.

lunedì 28 aprile 2008

Ricordo di Claudio Cima (1949-2005)

Nel settembre 2005, sul greto di un ruscello in secca in località Scalon di Mel, venne rinvenuto il corpo dell’amico Claudio Cima, del quale nessuno aveva più notizie da diversi giorni. Cima era caduto da un dirupo, si dice mentre raccoglieva funghi, e stranamente fu recuperato soltanto otto giorni dopo la scomparsa, in seguito ad una ricerca che non fu sicuramente facile. Molto noto nell’ambiente alpinistico provinciale e non solo, aveva un carattere particolare, che lo penalizzava un po’ nei rapporti umani. Negli ultimi tempi, aveva dimostrato un autentico talento nella pittura, e con numerose guide alpinistiche ed escursionistiche aveva palesato le sue ampie conoscenze e competenze. Conoscevo Cima, che in gioventù aveva frequentato personaggi illustri, fra i quali Reinhold Messner, da circa quindici anni, da quando mi aveva contattato per lettera ed era iniziato un fitto scambio di idee e impressioni. Con lui ebbi l’occasione di compiere due escursioni: l’ascensione del Sasso del Signore dal Lago di Braies (che però Claudio non terminò, preferendo scendere in anticipo a Ferrara, dove ci attese nel pomeriggio) ed un anello invernale intorno a Ospitale di Cadore, fra Casera Tartana e Casera Valbona. Ogni qualvolta passavo a Belluno, cercavo di farmi sentire, e comunque ci scambiavamo spesso scritti e telefonate, incentrate in pratica soltanto su questioni alpinistiche, su libri del settore e sulle crescenti difficoltà che uno spirito libero come il suo trovava nell’interfacciarsi con gli ambienti provinciali che lo avevano bandito. Oltre alle chiacchiere e ad alcuni libri, anche di valore, che volle cedermi, oggi mi restano tre suoi quadri, che da qualche anno campeggiano in casa; così ho sempre davanti agli occhi un Becco di Mezzodì quasi impressionista, ma anche un Collalto color nostalgia ed un’enigmatica Torre Pian di Cengia, l’unica del trio che non conosco. Se avessi occasione di salirla, e l’ho già pensato, da lassù rivolgerò un pensiero di simpatia all’amico Claudio, che troppo presto ha abbandonato questo mondo.