lunedì 19 maggio 2008

Per Severino Casara, poeta delle Dolomiti

Rifugio Lavaredo, 14 agosto 1976: mentre attendiamo che cessi un improvviso temporale per dirigerci verso i rifugi Pian di Cengia e Zsgimondy-Comici, con mio fratello e mio cugino ho modo di conoscere l'alpinista vicentino Severino Casara.
Per me, che ho diciott’anni ma mangio pane e libri di montagna da un pezzo, ho già fatto qualche via intorno a Cortina e mando a memoria biografie di rocciatori, relazioni di cime e scalate, è un’emozione inaspettata poterlo conoscere e conversare con lui, figura tanto espressiva quanto discussa dell’alpinismo dolomitico.
I giorni seguenti lo accompagniamo sul Sentiero attrezzato Giovanni Barbara allo Sbarco di Fanes. Durante l’inverno ci sentiamo al telefono, e l’anno seguente ci ritroviamo a Cortina e a Vicenza, dove passo a salutarlo in autunno con un amico, discutendo per ore di cose di montagna, quelle che coltivo da sempre.
Il 29 luglio 1978 Severino Casara se ne va, settantacinquenne. Entusiasti come potevano essere tre adolescenti come noi, con Enrico e Federico (55 anni in tre...) progettammo subito di ricordare il nostro amico alpinista.
Volevamo dedicargli non solo una via nuova, ma un massiccio torrione che credevamo, e ancora oggi credo sia inviolato. Il torrione si stacca dai dirupi della Croda Rotta nel gruppo del Sorapis e domina la porzione superiore della Val Orita.
Da lontano fa una certa mostra di sé, ma - pur avendo lambito diverse volte le sue pendici - non ho mai capito se abbia una sua individualità o sia solo una quinta rocciosa della Croda Rotta. In quegli anni mi pareva di sì, quindi pensavamo di esplorarlo, provare a salirlo, in caso di successo dedicarlo al vicentino che aveva descritto così bene l’esplorazione delle Dolomiti.
Avremmo poi inviato relazioni e fotografie alle riviste e magari ci saremmo guadagnati anche noi una piazza d’onore nella storia delle crode d’Ampezzo.
Come sempre, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: forse il Torrione era troppo impegnativo, forse la qualità della roccia non meritava i nostri sforzi o forse eravamo ancora poco motivati; alla fine comunque non se ne fece niente.
Ricordando quelle fantasie adolescenziali, mi dispiace di non aver avuto il coraggio di salire (e si poteva fare in funivia!) al Rifugio Faloria con la nostra ferramenta, e andare a curiosare intorno a quel torrione, difeso sul versante che guarda la Valle del Boite da potenti colate ghiaiose, che non lasciano presagire un ambiente molto solido.
Se la nostra idea avesse avuto successo, oltre a quella in Comelico avremmo anche in Ampezzo una cima dedicata al cantore delle crode, magari abbellita da una via aperta da tre Majoni.
Forse i nostri nomi sarebbero entrati nel “Libro d’oro delle Dolomiti”, il ponderoso catalogo di cime, vie, alpinisti - utile agli storici e ai nostalgici - che Severino Casara compilò con pazienza nell’arco di decine d’anni, parlandocene ampiamente, ma non riuscì a vedere, giacché, completato da altri, vide la luce per i tipi di Longanesi nel 1980.
Lo comprai subito e lo consulto spesso anche oggi, spiaciuto di non averlo fatto autografare dal mio amico, che raccontava storie e leggende dolomitiche con grande partecipazione e poesia.

venerdì 16 maggio 2008

E' morto Valerio Quinz, guida alpina di Misurina

Dopo lunga malattia, si è spento Valerio Quinz, guida alpina di Misurina. Classe 1928, era figlio di Giuseppe (1887-1970), venuto da Sappada ad Auronzo e guida dello scrittore Dino Buzzati nella prima del Piz Sant’Angelo nei Cadini di Misurina (1930). Quinz è stato un grande alpinista, ed ha aperto numerose vie, soprattutto nei gruppi dei Cadini, Cristallo e Tre Cime, oltre ad aver ripetuto - spesso in solitaria - le vie più note delle montagne di casa e non solo. Oltre ad una prima realizzata da solo a quattordici anni, fra le sue imprese risaltano la prima salita assoluta dell'Ultimo Spirito, singolare torrione dei Cadini (1949, V-VI) e il noto Diedro Quinz sulla parete E del Pianoro dei Tocci (1951, V-VI), portate a termine col collega Armando Vecellio Galeno (1924-2004). Quinz ha accompagnato in montagna personaggi celebri, fra i quali Mario Segni e il coetaneo ex Presidente della Repubblica Cossiga, che passando ad Auronzo si fermava sempre a fargli visita nel suo ristorante, aperto dal padre già nel 1919 in riva al Lago di Misurina. «Aveva un grande passato - ha detto di lui la guida auronzana Gianni Pais Becher -, aprì numerose e importanti vie che, all’epoca furono classificate di alta difficoltà. Forte dolomitista e appassionato della montagna, lascerà un gran vuoto in tutti noi». Tra i clienti ebbe anche Angiola, una ragazza di Milano che, rapita dal suo fascino, diventò poi sua moglie.

sabato 10 maggio 2008

Basta interventi abusivi su montagne e sentieri delle Dolomiti!

Dal verbale della seduta del Consiglio Direttivo della Sezione del CAI di Cortina d'Ampezzo, 7 maggio 2008:
" ... Il segretario informa con rammarico della segnatura abusiva con minio e ometti di un sentiero militare nella zona della Croda d’Ancona, all’insaputa di tutti gli enti preposti."
P.S. Il segretario sono io.
Che tristezza!

venerdì 9 maggio 2008

Una storia dei secoli bui

Nei secoli passati, tra i marebbani e gli ampezzani vi furono lunghi ed aspri litigi per il possesso dei pascoli di Rudo de Sora (oggi Fodara Vedla) e Fosses. Né accordi pacifici né sentenze giudiziali riuscirono mai a porre fine alle contese, finché - stanchi del lungo combattere (così narra la tradizione popolare) – i marebbani accettarono una proposta formulata dagli abitanti d’Ampezzo. Quattro uomini d'Ampezzo furono incaricati di sollevare e smuovere uno smisurato sasso giacente sul loro territorio; là dove fossero stati costretti a deporlo, perché oltre non riuscivano a portarlo, sarebbe stato fissato il confine fra le due comunità. Gli abitanti di Marebbe, resisi conto che per sollevare il macigno sarebbero sicuramente occorse le forze di almeno cento uomini, ritenevano di avere perso la sfida già in partenza: ma s’ingannarono. Con indescrivibile raccapriccio, videro i quattro ampezzani che sollevavano l’immenso blocco di roccia con sforzi sovrumani e lo portavano con facilità lungo i pascoli. L’avevano ormai trascinato abbastanza lontano, quando all’improvviso una britèra di Marebbe esclamò piangendo: “Nel nome del Signore, ci prendono tutta l’alpe!” Nel medesimo istante, il macigno rovinò addosso ai portatori, che rimasero schiacciati e sepolti: di loro, inspiegabilmente, non si rinvenne più alcuna traccia. Con l’invocazione della pia donna di Marebbe era stato possibile vincere la forza degli spiriti maligni, giacché unicamente con il loro aiuto si sarebbe potuto smuovere l’enorme macigno dal luogo dove giaceva da secoli. Scrisse il sacerdote Trebo che ancora decenni dopo, venivano mostrati ai passanti quattro grandi cirmoli, cresciuti successivamente sul luogo dell’accaduto, quasi fosse un segno della Provvidenza.

martedì 6 maggio 2008

Natalino Menegus non c'è più

Natalino Menegus "Frize" non c'è più. Uomo d'ingegno, laureato in fisica e professore di liceo, imprenditore e fondatore dell'elisoccorso, è stato soprattutto un grandissimo amante della montagna, una valente guida alpina, un forte rocciatore ed uno sciatore di comprovate capacità. La storia dell'alpinismo lo ricorda per la salita invernale con Marcello Bonafede e Roberto Sorgato della Via Solleder-Lettenbauer in Civetta, conclusa in quattro giorni il 7 marzo 1963. Menegus aveva però al suo attivo numerose imprese, fra vie nuove (nei gruppi del Sorapis, Antelao, Marmarole, Tre Cime di Lavaredo, Cristallo, Croda da Lago) e ripetizioni di rilievo sulle Dolomiti. Non ultime, ricordiamo anche le spedizioni e le trasferte scialpinistiche in tutti i continenti: ultimamente aveva raggiunto un paio di vulcani dell'Ecuador e traversato con gli sci le isole Svalbard. Natalino ha arrampicato e sciato fino all'ultimo giorno, e sulle nevi della Marmolada la morte lo ha colto inaspettatamente, ma come lui stesso avrebbe desiderato. Un grato ricordo va a questo protagonista dell'alpinismo dolomitico degli anni '60 e '70, che in montagna ha vissuto e lavorato, fino alla fine.

giovedì 1 maggio 2008

Ra Ciadenes, ultima Thule

Quante volte sarò salito sui “'Suoghe”, la bonaria cupola boscosa che fa parte della dorsale de “Ra Ciadénes” e domina la Chiesa di San Nicolò, San Biagio e Sant’Antonio di Ospitale d’Ampezzo? Forse una trentina, fin dal 1° maggio 1972, quando mi ci portarono i miei genitori e io, galvanizzato della nuova scoperta, su una trave interna del bunker più elevato lasciai un’iscrizione a matita, che in seguito non sono più stato in grado di ritrovare. Eppure, anche ritenendomi ormai pratico di quella zona (che peraltro viene modificata, stagione dopo stagione, da neve e ghiaccio, pioggia e vento, sole e bufere), torno lassù sempre volentieri, minimo una o due volte l’anno. Mi piace salire sulla sommità per rivedere, come vecchi amici, l'erto sentiero militare (un po' malridotto, ma ancora ben transitabile) che risale la costa densamente alberata, le due casematte sulla sommità della cresta, tutto quello che in quell'immoto angolo del mondo si può ammirare, godere e respirare. E’ un luogo che ritengo magico: me l'ha confermato un sanvitese, che non lo conosceva e vi è salito con soddisfazione, sulla scorta delle indicazioni che diedi qualche tempo fa sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. Credo che sia uno dei rari “foresti” che ricalcano le mie orme: un altro dei pochi che incontrai lassù veniva da Treviso, e anche lui aveva letto una mia nota, uscita sull’altro semestrale di montagna, “Le Alpi Venete”, ancora nel 1991. Non che sia geloso di quei luoghi, tutt’altro: mi dispiacerebbe soltanto che, visti i tempi, anche i “'Suoghe” diventassero palestra d’ardimento esclusiva dei nuovi “cacciatori”, che setacciano monti e valli con il cercametalli, alla frenetica ricerca di reperti bellici, spesso di scarso valore! Per quanto riguarda me, credo che - finché sarà possibile – continuerò a salire sui miei “'Suoghe”. Magari nella prima e nell’ultima camminata dell’anno, giusto per testare il fiato ed i garretti: e mi auguro vivamente che l’atmosfera di quel bosco e di quelle rocce si mantenga inalterata come l’ho conosciuta e come l’apprezzo ogni volta che vi salgo, per sempre.

lunedì 28 aprile 2008

Ricordo di Claudio Cima (1949-2005)

Nel settembre 2005, sul greto di un ruscello in secca in località Scalon di Mel, venne rinvenuto il corpo dell’amico Claudio Cima, del quale nessuno aveva più notizie da diversi giorni. Cima era caduto da un dirupo, si dice mentre raccoglieva funghi, e stranamente fu recuperato soltanto otto giorni dopo la scomparsa, in seguito ad una ricerca che non fu sicuramente facile. Molto noto nell’ambiente alpinistico provinciale e non solo, aveva un carattere particolare, che lo penalizzava un po’ nei rapporti umani. Negli ultimi tempi, aveva dimostrato un autentico talento nella pittura, e con numerose guide alpinistiche ed escursionistiche aveva palesato le sue ampie conoscenze e competenze. Conoscevo Cima, che in gioventù aveva frequentato personaggi illustri, fra i quali Reinhold Messner, da circa quindici anni, da quando mi aveva contattato per lettera ed era iniziato un fitto scambio di idee e impressioni. Con lui ebbi l’occasione di compiere due escursioni: l’ascensione del Sasso del Signore dal Lago di Braies (che però Claudio non terminò, preferendo scendere in anticipo a Ferrara, dove ci attese nel pomeriggio) ed un anello invernale intorno a Ospitale di Cadore, fra Casera Tartana e Casera Valbona. Ogni qualvolta passavo a Belluno, cercavo di farmi sentire, e comunque ci scambiavamo spesso scritti e telefonate, incentrate in pratica soltanto su questioni alpinistiche, su libri del settore e sulle crescenti difficoltà che uno spirito libero come il suo trovava nell’interfacciarsi con gli ambienti provinciali che lo avevano bandito. Oltre alle chiacchiere e ad alcuni libri, anche di valore, che volle cedermi, oggi mi restano tre suoi quadri, che da qualche anno campeggiano in casa; così ho sempre davanti agli occhi un Becco di Mezzodì quasi impressionista, ma anche un Collalto color nostalgia ed un’enigmatica Torre Pian di Cengia, l’unica del trio che non conosco. Se avessi occasione di salirla, e l’ho già pensato, da lassù rivolgerò un pensiero di simpatia all’amico Claudio, che troppo presto ha abbandonato questo mondo.

venerdì 18 aprile 2008

Quasi trent'anni fa, sui monti

Frugando nei cassetti della memoria, ho scoperto che 27 anni fa come oggi, il 18 aprile 1981, ero ... ovviamente in montagna. Non ricordo se fosse la vigilia di Pasqua o Pasquetta; il fatto è che quel giorno, sullo scorcio di un inverno che non voleva finire, salimmo la via Colbertaldo-Pezzotti sullo spigolo S.E. del Sas de Stria sopra il Passo Falzarego, una scalata classica che in quegli anni ripetevamo spesso. Nella prima cordata c’erano Enrico e Cinzia; seguivo io, legato con Lorenzo. Ad attenderci sulla vetta deserta c’erano Francesco e Speranza; ricordo anche che, scivolando sui lenzuoli di neve che ricoprivano ancora a tratti la dorsale della via normale, dalla cima scendemmo velocissimi a Falzarego, per chiudere la giornata in allegria con la rituale birretta. Fu l'ennesima giornata di croda che ricordo con piacere, se non altro perché è legata alla nostra spensierata gioventù!

domenica 13 aprile 2008

Successo per le immagini del Camino de Santiago

Il Cai Cortina prende atto con soddisfazione dell’ottimo successo della serata d’immagini digitali “Il mio cammino a Santiago de Compostela - Novecento chilometri dai Pirenei all’Oceano Atlantico”, presentata da Andrea Ganz del CAI di Agordo l'11 aprile.
Nonostante l’involontaria concomitanza con un’altra importante manifestazione, la Sala Cultura “Don Pietro Alverà” si è riempita d’interessati, provenienti anche da fuori Cortina, che hanno gustato in 430 immagini la bellissima avventura escursionistico-spirituale del giovane Ganz, da Lourdes a Capo Finisterre, “la fine del mondo”.

martedì 8 aprile 2008

Edward de Trafford: chi era costui?

Un frequentatore d’Ampezzo a cavallo fra gli anni '20 e '30 dello scorso secolo, che ho incontrato spesso nelle mie ricerche, e del quale mi riprometto di cercare qualche notizia in più per dargli un contorno definitivo, è Mister Edward de Trafford. L’alpinista britannico appare per la prima volta nelle cronache alpinistiche ampezzane nel 1926. Il 29 settembre, infatti, guidato da Angelo Dibona e Luigi Apollonio, effettua la terza ripetizione dello spigolo sud-est della Punta Fiames, lungo la via aperta diciassette anni prima da Francesco Jori con Käthe Bröske. Il 19 luglio 1927 Luigi Apollonio, entrato due anni prima fra le guide alpine di Cortina, lo accompagna sulla Cima S.O. di Marcoira, in vista del Passo Tre Croci, attraverso una via nuova, la cosiddetta “Originaria”. In settembre, alcune fonti lo vedono compartecipe, ed altre no, del terzetto di guide locali (ancora Apollonio e Dibona, con Angelo Verzi) che, traversando da una torretta adiacente, raggiunge la più minuta delle Torri d’Averau. La guglia, crollata per cause naturali quasi ottant'anni dopo, sarà battezzata “Trephor”, a mio parere storpiando il nome “de Trafford”, per ricordare un appassionato dei monti d’Ampezzo. Il 7 di quello stesso mese, infine, Edward s’incontra nuovamente con le sue guide Dibona e Apollonio, e con loro si aggiudica la quarta salita assoluta della Via Miriam, sulla Torre Grande d’Averau. Le tracce documentali che ho trovato sulla presenza a Cortina di questo personaggio sono queste: poche, ma qualificate. Può darsi che in seguito sia venuto ancora a cimentarsi in salite dolomitiche di cui non c'è traccia; può anche darsi che fosse un personaggio importante e oberato d’impegni istituzionali, magari un diplomatico, che poi scelse altre mete per le sue vacanze. Comunque sia andata, Edward de Trafford rimane un protagonista delle storie alpinistiche delle Dolomiti, e come tale è degno di interesse e di menzione.