lunedì 11 febbraio 2008

Presentato a Fornesighe il volume sui 150 anni della conquista del Pelmo

Mi pare abbia riscosso un buon interesse, la serata di presentazione del mio libro “Da John Ball al 7°grado. Note di storia alpinistica del Pelmo a 150 anni dalla prima ascensione”, tenuta sabato 9 febbraio a Fornesighe di Zoldo, nella nuova sede del “Piodech Zoldan” ancora odorosa di legno. Davanti ad una quarantina di persone, tutte della zona, dopo il saluto di Maurizio De Pellegrin a nome del Comune ospitante, il Presidente del CAI di San Vito Aldo Menegus ha introdotto la serata, ricordando l’anniversario per il quale la Sezione cadorina ha voluto il libro e proponendo una breve considerazione sull’alpinismo odierno. A mia volta, ho presentato il lavoro proponendo una chiacchierata sulle persone più che sugli itinerari e cercando – come faccio sempre - di essere il meno accademico possibile non "raccontare" il libro, per non privare i presenti del gusto di leggerlo. Nel dibattito seguito alla presentazione, sono stati toccati alcuni aspetti legati alla montagna, come lo scarso spazio lasciato, secondo alcuni, alle donne nella storia dell’alpinismo, e la sicurezza degli alpinisti. La serata ha concluso il “tour” nelle valli intorno al Pelmo: ora l’appuntamento è stato rinnovato, verso fine marzo, a Treviso. Dopodiché … saremo ormai giunti al 151° anniversario della salita di John Ball, e bisognerà cercarsi un nuovo compleanno!

sabato 9 febbraio 2008

Notizie sulla statua che sorge davanti al Rifugio Nuvolau

Nel 1975, Riccardo Dalla Favera di Alano di Piave volle installare presso il Rifugio Nuvolau una scultura di bronzo, opera dell’amico Natalino Sammartin di Montecchio Maggiore, con l’iscrizione “Per la 800^ salita al Nuvolau – “Non fatica ma gioia” 1975”, che donò in ricordo della sua ottocentesima ascensione alla panoramica vetta ampezzana. Dopo la posa della scultura, Dalla Favera salì sul Nuvolau ancora per molti anni, giungendo al primato, forse ineguagliato, di 1.129 presenze in vetta. Il munifico donatore era giunto per la prima volta lassù negli anni '30, quando prestava servizio militare volontario con i bersaglieri, ed era salito al Rifugio (riaperto nel 1930 dopo le devastazioni del primo conflitto mondiale) in bicicletta da Cortina per il Passo Giau, scendendo poi a Caprile. Prigioniero in India per sei anni, al rilascio, ridotto quasi cadavere, fu ospite per due mesi del medico condotto di Colle S. Lucia. Dal 1946 passò ogni anno le vacanze nel piccolo paese bellunese, scegliendo il Nuvolau come cima preferita. Laureato in agraria e veterinaria, appassionato ciclista, corse anche con Gino Bartali. A Colle soggiornò all’Albergo Posta fino al 1976, quando volle costruirsi una casa molto originale, ornata con numerose statue dell'artista Sammartin. Si stabilì definitivamente nel paese bellunese nel 2000, perché era suo desiderio terminare la vita in quel luogo, e lì morì nel giugno 2002. Ora riposa nel cimitero in cima al colle, e solo la chiesa gli toglie la vista del suo amato monte. In occasione dell’800^ salita al Nuvolau, festeggiò con i gestori e gli amici, e donò un contributo per la ristrutturazione del rifugio. Persona atletica, saliva sempre in calzoni corti, amava bere grappa con zucchero e pranzare sempre allo stesso tavolo: i clienti del rifugio lo riconoscevano spesso, per averlo visto scalare in bicicletta i passi dolomitici. I libri del rifugio riportano tutti i suoi passaggi, e a Colle molti lo ricordano ancora con simpatia ed ammirazione.

lunedì 4 febbraio 2008

Che cosa succede nella grotta sui Tonde de Cianderou?

A queste righe, potrebbero seguire varie risposte: oltre ad una interpretazione scientifica, che certamente è a portata di mano, anche spiegazioni più fantasiose, come quelle di coloro cui ho chiesto un parere sul fenomeno. Sulla quota 2273, la più elevata dei Tonde de Cianderou, cupola tondeggiante che spicca anche da Cortina centro, posta lungo le balze che da Tofana III digradano su Fiames e ricca di resti militari poiché durante la Grande Guerra lassù si combatté aspramente, c’è una bella cosa. Una grotta dal soffitto piuttosto alto, che fino a poco tempo fa (mi dicono però che l'estate scorsa la situazione era un po' mutata) era occupata da una profonda pozza d’acqua trasparente e calma, un autentico, cristallino laghetto a 2300 metri d’altezza. Sul soffitto della cavità, anni fa l’alpinista Renato Schiavon aveva collocato anche una statuina della Madonna, a protezione degli escursionisti. Scusando il gioco di parole, la pozza non dovrebbe essere stata un pozzo, e sembra che non abbia immissari, emissari o fattori che la intorbidiscono. D’inverno gela, creando uno specchio ghiacciato dalle tinte bellissime, e tanti non hanno capito come si possa trovare lassù, se ci sia sempre stata, sia un fenomeno naturale od opera dell’uomo. Oltretutto, il fondo di una cavità adattata a postazione, deposito di munizioni o ricovero, se non impermeabile, doveva essere almeno asciutto abbastanza da sistemarvi uomini e materiali, altrimenti sarebbe stato inutile. Oltre al valore paesaggistico e ambientale del luogo, dove molti calano comodamente dall’alto (da Ra Vales), ma che io ritengo più bello, per quanto più faticoso, guadagnarsi dal basso (dal Lago Ghedina), i Tonde de Cianderou riservano una domanda: quale sarà l’origine dell’affascinante, traslucido, silenzioso laghetto della “Grotta della Madonna”? Lascio a chi lo volesse, dipanare il piccolo interrogativo, prospettatomi per primo quest’inverno dall’amico Ennio, ed al quale finora io non saprei fornire una risposta.

mercoledì 30 gennaio 2008

i 70 anni dell'ex Rifugio Popena

Nel settore orientale della catena montuosa dolomitica del Cristallo, sul versante sud-est della Val Popena Alta, a 2214 metri di quota la cresta è incisa da una sella abbastanza ampia ed agevole, che pone in comunicazione la valle con il Passo Tre Croci e la zona di Misurina. Dalla forcella, sita a pochi metri di distanza dal confine fra Auronzo ed Ampezzo, si dirama in direzione nordest la modesta dorsale delle Pale di Misurina, che incombono sulla valle sottostante con pareti d’altezza più che onorevole. Presso il valico, sui resti delle capanne utilizzate per decenni dai pastori auronzani come ricovero delle greggi, nel 1937 o 1938 un privato fabbricò un piccolo rifugio alpino, denominato semplicemente “Rifugio Popena”. Si ha la conferma fotografica che la struttura funzionava già durante quell’inverno: nel 1941, il rifugio offriva “servizio d’alberghetto” in entrambe le stagioni turistiche e consentiva la sosta notturna a quattro persone. Da quel periodo l’insellatura, che la toponomastica ampezzana nomina “Forzela de Popena” (da non confondere con il vicino e più elevato “Passo Popena”, un valico roccioso fra le pendici orientali del Piz Popena e la Croda de Pousa Marza, oggi trascurato per l’ormai quasi impossibile agibilità del versante sud) è conosciuta come “Sella del Rifugio Popena”. Sicuramente il progetto dell’ignoto costruttore mirava a riempire un vuoto, dotando la zona di un punto d’appoggio per scalate ed escursioni, e promuovendo anche la frequentazione invernale della Val Popena Alta, che anni dopo sarebbe divenuta una pregevole meta per gli scialpinisti. L’insellatura, alla quale si può salire dal ponte sul torrente Rudavoi, da quello sul torrente Ruvieta, da Malga Misurina e dal tornante a 1659 metri di quota sulla strada che collega Misurina con Carbonin, è attorniata da una dozzina di vette del sottogruppo del Popena. In mezzo a loro, emerge in primo luogo il Piz Popena. Uno dei “Tremila” più imponenti e meno frequentati delle Dolomiti, incornicia idealmente la Sella, fu conquistato già nel 1870 da Santo Siorpaes e conta itinerari di Antonio Dimai, Angelo Dibona, Federico Terschak, Emilio Comici, Alziro Molin, Enzo Cozzolino ed altri. Seguono il bonario Corno d’Angolo, che espone verso meridione un rispettabile spigolo, scalato da Comici; il Cristallino di Misurina, conquistato nel 1864 da Paul Grohmann e trasformato in cruento campo di battaglia durante la Grande Guerra; la Croda di Pousa Marza, salita in solitaria da Michl Innerkofler e visitata poi, fra gli altri, da Severino Casara, Dino Buzzati e anche dagli Scoiattoli di Cortina; le tre appuntite Guglie di Val Popena Alta, dove Angelo Dibona prima e Hans Dülfer poi realizzarono “quinti gradi” storicamente rilevanti, ma oggi misconosciuti; le Torri di Popena, sulle quali si sbizzarrirono Innerkofler, Piero Mazzorana e Molin; le Pale di Misurina, scalate da Sandro del Torso, Valerio Quinz e Molin; la scorbutica Punta Michele, dove nel 1944 l’anziano Angelo Dibona aprì con Casara, Walter Cavallini, Otto Menardi e Luis Trenker la sua ultima via nuova. Il Rifugio Popena, probabilmente visitato da diversi fra gli alpinisti sopra citati, non ebbe una vita molto lunga. Fu raso al suolo, infatti, da un incendio, nel corso della Seconda Guerra Mondiale in base ad alcune fonti, nel 1947 o 1948 in base ad altre, e - seppure, verso la fine degli anni Quaranta, la sua riedificazione fosse ritenuta prossima - non fu mai ripristinato. L’idea di rifare qualche cosa sulla Sella del Rifugio Popena riemerge talvolta nelle cronache, ed ogni stagione potrebbe essere utile per rialzare le macerie, ormai settantennali, che non fanno bella mostra di sé sul valico, un luogo panoramico e piuttosto pregiato dal punto di vista naturalistico. La sella costituisce uno snodo di grande importanza per l’alpinista e l’escursionista, e forse lassù una struttura ci potrebbe anche stare, pur dovendo combattere in primo luogo con una scarsità idrica difficilmente risolvibile. L’ex Rifugio, in ogni caso, dista poco più di un’ora dal Lago di Misurina e l’ambiente in cui si trova non ha subito finora radicali manomissioni, pur essendo piuttosto vicino a zone assai frequentate dal turismo di massa. Se chi scrive potesse scegliere, al posto di un alberghetto, sulla sella in questione preferirebbe piuttosto veder sorgere – al massimo - un baitello incustodito, utile come ricovero d’emergenza. Questo potrebbe rivelarsi un vantaggio per gli amanti dell’alpinismo, specie invernale, e della natura, non certo un affare per il trend economico del territorio. In questa maniera, però, la Val Popena Alta - penalizzata di recente da ruscellamenti, che hanno quasi sepolto sotto le ghiaie il piacevole sentiero che l’attraversava - non rischierebbe di subire anch’essa la banalizzazione inevitabile di tante località dolomitiche, magari aprendosi all’accesso di mezzi a motore, e potrebbe starsene ancora per un po’ fuori dei successi e gli eccessi di un turismo sempre più edonistico e divoratore. Anche se lassù tutto rimanesse com’è ormai dagli anni ’40 del secolo scorso, chi scrive pensa di continuare a dirigere ugualmente i propri passi, quasi in ogni stagione, verso la Sella del Rifugio Popena e alcune delle cime che l’attorniano, mantenendo immutati la passione ed il piacere.

sabato 26 gennaio 2008

Ricordo di mio padre, a dieci anni dalla scomparsa

Quest'estate saranno dieci anni che mio padre Giuseppe Majoni non c'è più. Vorrei dedicargli queste righe, a ricordo delle poche salite che gli fu possibile compiere in gioventù. Si destreggiò in roccia per un breve periodo e, visti i tempi, anche con onesti risultati. Conoscente ed amico di “Scoiattoli” e guide, non ebbe l'occasione prima e il tempo poi di fare di più in parete, giacché cinque anni della sua vita volarono via con la divisa addosso. Non si dispiacque comunque mai di non aver salito grandi vie, e andò in montagna per tutta la vita, amando i sentieri e i rifugi, soprattutto del gruppo della Croda Rossa, e comunicando a noi, prima piccoli incantati e poi più grandi saputelli, tante emozioni e scoperte giovanili. Anni fa trovai in casa varie immagini, risalenti ad escursioni degli anni a cavallo del 2° conflitto: d’inverno ai rifugi Sennes, Fodara e Fanes, d’estate sulle vie normali del Cristallo e della Marmolada, sulla Via Dimai-Verzi della Fiames, sulla Via Inglese della Tofana di Mezzo, sulla Via Miriam della Torre Grande. Mancavano quelle, se ce n’erano, di un’altra via nota ai pionieri e poi dimenticata, dove mi disse di aver provato a salire nel 1942: il “Camino Barbaria” sul Becco di Mezzodì. Il freddo e l’umidità dell'autunno, la stanchezza o chissà cos'altro, obbligarono i due giovani a desistere, e mio padre non tornò più sul Becco, all’epoca ricercato per alcune vie che offriva ed oggi messo da parte. Intorno al 1985, il nostro miglior periodo di roccia, a me e mio fratello era balenata l'idea di salire insieme la “paré” della Fiames, che, secondo il libro di vetta, mio padre aveva salito quattro volte tra il 1940 e il 1947, lasciandoci alcune fotografie risalenti al 1941. Chissà come sarebbe andata: sento che fu un vero peccato non aver realizzato la salita, nota ed amata da decine d’ampezzani, tra cui anche Giuseppe Majoni!

lunedì 21 gennaio 2008

Nel ventre del Castello: ipotesi archeologiche a Cortina

Da un amico studioso, ho saputo che a San Vito di Cadore si sta scavando per riportare alla luce i resti di una chiesa antica a Chiapuzza, dedicata a San Floriano. I risultati delle ricerche sembrano soddisfacenti, in questi anni in cui da Auronzo a Calalzo, da Pieve a San Vito, il Cadore sta schiudendo numerose finestre sul passato delle nostre comunità. Lo studioso si chiedeva però perché nessuno abbia mai pensato di avviare una campagna di studi archeologici anche sul nostro Castello di Botestagno. Edificato intorno al 1100 dal Patriarca d’Aquileia sulla rocca che strapiomba per un centinaio di metri verso il Ru Felizon, e cancellato definitivamente dalla topografia nel 1865, il Castello è un monumento fondamentale di storia ampezzana. Di esso sono già state scritte numerose e interessanti pagine, e lassù forse sarebbe utile avviare i primi studi archeologici su Cortina. Di fatto, escludendo le due monete trovate nel 1914 a Cadin, delle quali si ha solo una vaga notizia, finora la conca ampezzana non ha mai fornito grandi attrattive agli studiosi del passato remoto. Non potremmo includere anche l’archeologia, nei futuri programmi culturali da avviare in Ampezzo? Forse la rocca di Botestagno, che oggi svela solo scarsi e muti ruderi, avrebbe molto da raccontare sul tempo che fu.

1985: con Gianni e Paolo sulle Crode dei Longerin

(Ricordi della Via Bulfoni-D’Eredità sul Torrione Ezio Culino, 8.9.1985)

Accadde tanto tempo fa, una domenica di settembre. Ero arrivato ad A. da poco, non conoscevo quasi nessuno e mi fu consigliato di fare visita a Gianni che, come me, era un grande appassionato di montagna. Detto e fatto: recuperai uno zaino e un imbraco e l’indomani Gianni, Paolo ed io eravamo già in marcia … per tentare una via nuova. Avevo fatto molte salite, ma la via nuova era un’esperienza che ancora mi mancava. Ogni perplessità si sciolse, pensando che ero abbastanza allenato, che sette giorni prima avevo salito il famoso “Spigolo Dibona” delle Tre Cime di Lavaredo, e soprattutto che mi stavo affidando a due rocciatori navigati ed entusiasti. La via nuova non ci riuscì: dopo un paio di lunghezze, fummo bloccati da una parete così marcia che avrebbe richiesto fittoni più che chiodi, e a malincuore dovemmo rientrare alla base. Non era però tutto perduto: l’instancabile Gianni propose di consolarci, ripetendo una via del suo amico Marcello, su un torrione lì vicino. Dopo tanto cammino non potevamo certo sprecare la domenica, e quella via doveva essere piuttosto simpatica. La parete costituì un’esperienza senza infamia né lode: dopo quattro cordate ci slegammo, ed ognuno salì per suo conto sull’aguzzo torrione, che sorge al centro di un anfiteatro delizioso, al tempo a me ancora ignoto. Per alcuni minuti respirai a pieni polmoni la gioia della scalata, dell’ottima compagnia, del fatto che il mio “battesimo” alpinistico con gli amici di pianura si era svolto così in fretta e felicemente. La discesa fu quasi più complessa della salita, ma tutto andò come doveva e nel pomeriggio rientrammo allegri alla malga per il “tai” di rito. Ero al settimo cielo: avevo ripetuto una via di Marcello e proprio nel suo regno, le solitarie Crode dei Longerin. Sono tornato lassù diciassette anni dopo: il torrione sul quale Gianni e Paolo mi offrirono la loro corda e la loro amicizia per una bella salita in compagnia, mi è parso quasi familiare. Da allora sono trascorse molte stagioni, ma tutto sommato mi pare ancora ieri!

sabato 19 gennaio 2008

Doro Pear, un on che i piajea 'sì in croda (in ampezzano)

Desseguro calchedun se pensarà ancora del Pear, un anpezan che i piajea 'sì in croda e l à lascià l so gnon inze "Il libro d'oro delle Dolomiti", betuda aduna da Severino Casara e stanpada del 1980. El soragnon “Pear” l i ea stà betù a un Godini - almoto pien de forza e duto fó - e l i é ruà da sa mare a chesto anpezan, che l aea gnon Isidoro Siorpaes, l ea nasciù de l 1883 e l é morto iusto 'sà zincuanta ane. Dapò ra Prima Guera, Doro l aea scomenzà a ‘sì in croda, e inze i libre se ciata l so gnon ai 10 de agosto del '19, canche - con Fritz Terschak - l à darsonto ra Ponta Negra par ra cresta che vien 'sò ves Dogana, sul vecio confin d Anpezo. Sete ores intrà barance, jera e croda mesa marza, 1700 metre dal stradon, na “arrampicata lunga e faticosa” disc el Berti, che inze deboto nonanta ane fosc negun à mai pi fato. Un an dapò, ai 9 de setenbre del '20, con Terschak, Anjelo Dibona Pilato e Julio Apollonio de Varentin, el Pear l é stà un dei prime dapò ra guera a tornà su par ra sud de Tofana de Rozes, inalora un dei parés pi nomade d Anpezo. No sei pi agnó, ma in calche luó ei lieto che in chi anes Doro el fejea anche nafré ra guida. El no n aea l parmesso, ma desseguro l aea na gran pratega e l arae podù deentà un brao maestro, par ci che vorea conosce ra Dolomites. El no n é 'sù drio i Dee, i Pilate e trope outre, ma l sò gnon el resta inze ra storia, parceche in chi anes, canche ra 'sente no pensaa de zerto a ‘sì a spasso (del '19 l ea outro da fei!), inze un dei ciantoi manco conosciude d Anpezo, el Pear e Fritz Terschak i à ciatà fora ra via fosc pi longa de ra val, che ancuoi no se sà pi gnanche agnoche r é, ma ra l recorda inze ra bela storia de ra Dolomites.

giovedì 17 gennaio 2008

Salviamo i libri di vetta sui monti!

Lasciare la propria firma in vetta ai monti che si salgono, è un'usanza antica. Nell’800, i pionieri dell’alpinismo lasciavano i loro biglietti da visita in bottiglie di vetro sotto i sassi delle cime; più tardi, i Club Alpini iniziarono a collocare sulle vette scatole di metallo, con “libri di vetta” che duravano anni. Oggi molte scatole sono ancora metalliche, ma sempre più di frequente se ne trovano di vetro o di plastica, con eleganti quaderni rilegati o normali agende scadute, talvolta colme delle futilità che lascia chi non comprende il valore di un nome, una data, un pensiero per chi sale le montagne. Il nostro Becco di Mezzodì vantava un libro di vetta già nel 1901; quello del Piz Popena, rimpiazzato nel 1981, dopo settant'anni era riempito solo a metà; sulla Torre Grande d'Averau, fra il 1927 e il 1948, ne furono lasciati tre, mentre sulla Punta Fiames dal 1926 al 1958 gli scalatori ne trovarono due; un’agenda è stata posta sulla Punta Nera nel settembre 2000, e dalla primavera 2007 anche sulla piccola Pala Perosego c'è una bella scatola, con un quaderno nuovo. Tempo fa, alcuni alpinisti notarono che qualche contenitore sulle cime ampezzane era stato rovinato, spesso addirittura smembrato da temporali, nevicate, fulmini. Si profilava quindi la necessità di trovare una soluzione a questa situazione, in modo che i libretti non ammuffissero per le infiltrazioni d’acqua, le scatole non fossero più bersagliate da scariche elettriche, per garantire che le fonti di storia alpinistica che giacciono sulle cime abbiano lunga vita. Franco Gaspari, guida alpina, propose di adottare un cilindro artigianale di plastica con un tappo a vite: impermeabile, inalterabile dai fulmini e dall’umidità, il cilindro è adatto ad accogliere un quaderno e qualche matita. Gaspari ha mostrato il prototipo al CAI di Cortina, che l’ha subito apprezzato. Su alcune vette ampezzane si possno già trovare sotto l’ometto i nuovi cilindri con i libretti che venivano spesso danneggiati da fulmini e intemperie. Resta sempre aperta la questione di chi oltraggia intenzionalmente i libri di vetta, forse perché non crede utile che sui nostri monti si trovino quaderni, in cui gli alpinisti appongono con piacere la propria firma e qualche pensiero, contribuendo così a stendere una pagina originale della storia dolomitica.

lunedì 14 gennaio 2008

I ghiaioni non sono più quelli di una volta!

Un tempo, sui nostri monti esisteva un buon numero di canaloni detritici e ghiaiosi, lungo i quali si doveva, o si poteva scendere nel corso di una gita, di solito divertendosi un mondo. Per fermarci a Cortina, da Forcella Pomagagnon, Forcella Ra Ola o dal Monte Valon Bianco, vuoi per l’inclinazione, vuoi per le ghiaie quasi polverose, si calava velocemente e comodamente (sempre con le dovute attenzioni), si copriva mezzo chilometro e più di dislivello in un quarto d’ora, e le camminate in quelle zone avevano nella discesa un elemento d’interesse in più. Anche altri canali, magari meno gustosi, erano ugualmente degni di visita: il Canalon del Pesc sul Pomagagnon, quello fra le Lavinores e Antruiles ecc.. I dissesti idrogeologici di questi anni hanno purtroppo modificato molti canali, e pochi sono ancora gradevoli da percorrere. Uno che lo è ancora, non molto noto, scende da una forcella di cresta senza nome alla testata del Cadin di Croda Rossa, e s’innesta in quello molto ampio che da Forcella Colfiedo scende al Passo Cimabanche. A noi il canalone, oggetto anche di una bella gita scialpinistica, offrì una lunga e divertente discesa, in un ambiente quasi lunare. Passammo ai piedi del Torrione Lorenzi, lo spuntone a prua di nave che caratterizza il versante sud della Croda Rossa, ma in basso dovemmo comunque fare i conti con l’intricata parte finale del vallone di Colfiedo, uno degli ultimi luoghi d’Ampezzo in cui manca un sentiero definito. Sul canalone di Forcella Pomagagnon sono tornato due anni fa: con un po’ di abilità, ma senza gran piacere, qualche scivolata si riesce ancora a fare. Il Valon de ra Ola ormai è sconsigliabile d’estate, poiché è così eroso dalle acque da aver persino cambiato colore: quello del Valon Bianco, quando scesi per l’ultima volta, era così indurito nella parte alta che un amico si fece assicurare con la corda per scendere più tranquillo. Sarà un luogo comune, ma lo ripeto: oggi neppure i ghiaioni sono più quelli di una volta!