Cento e tre anni fa, il 22 agosto 1905, le guide alpine ampezzane Antonio Dimai Deo e Agostino Verzi Sceco salivano con le sorelle ungheresi Ilona e Rolanda von Eotvos la parete sud del Teston del Pomagagnon, terza elevazione del settore O dell'omonima dorsale a N di Cortina (650 m. con due lunghezze di V o V+). Dopo quella salita, il Teston fu battezzato "Campanile Dimai", in ricordo della forte guida che per primo ne conquistò la parete, scomparsa a 82 anni nell'autunno 1948 e della quale ritengo non sia stato scritto ancora a sufficienza.
Cronache, curiosità, racconti, recensioni, ricordi, segnalazioni e altro sulla Montagna, in primo luogo le Dolomiti d'Ampezzo, ma non soltanto quelle
venerdì 22 agosto 2008
mercoledì 20 agosto 2008
La Punta Nera ha fatto una vittima
La Punta Nera ha fatto una vittima. Una delle cime a me più care, che penso di conoscere ormai abbastanza bene e sulla quale sono salito 25 giorni fa con un nuovo libro di vetta, ha voluto anch'essa una vita. Il 19 agosto Mauro Baldassarini, 56 anni, piccolo imprenditore di Senigallia, è caduto scendendo da solo lungo il tratto iniziale della via comune, non molto difficile ma con una "pecca": il fatto che strapiomba per una quindicina di metri sul sottostante sentiero n. 215, poco lontano dalla Sella di Punta Nera. Non so se questa sia la prima disgrazia sulla via, aperta dalla guida ampezzana Alessandro Lacedelli "Sandro da Meleres" già nel 1876, che - pur richiedendo le debite precauzioni - alla fin fine si risolve in 125 metri friabili di 1° grado. "La montagna non fa sconti", è lo slogan coniato dai soliti soloni per quest'estate funestata da tante, troppe disgrazie sulle rocce. Così, ora anche la solitaria Punta Nera è entrata nella schiera delle montagne che non hanno "fatto lo sconto" ad una distrazione, un attimo di leggerezza, forse alla poca preparazione o alla sfortuna di un solitario. Chissà quanto il povero Baldassarini avrà goduto la salita su quella cima, pilastro solitario che svetta contro il cielo tra Ampezzo e Cadore!
martedì 19 agosto 2008
Due ricorrenze del 19 agosto
19 agosto 1908: Bortolo Barbaria "Zuchin" e Giuseppe Menardi "Berto" scalano per primi, con Francesco Berti e Ludovico Miari, il camino nord del Becco di Mezzodì (IV), che in onore del capocordata si chiamerà "Camino Barbaria". Dopo la prima ripetizione (Ilona e Rolanda von Eotvos con Antonio Dimai "Deo" e Agostino Verzi "Sceco" , 31 luglio 1909), il camino conoscerà momenti di notorietà nell'epoca aurea dell'alpinismo; oggi è praticamente dimenticato. A causa di un probabile errore di trascrizione, fin dalla prima uscita delle guida di Antonio Berti "Dolomiti Orientali" (1928), la conquista del "Camino Barbaria" viene datata al 2 settembre 1908, mentre il libro di vetta del Becco di Mezzodì conferma che avvenne il 19 agosto.
19 agosto 1909: Francesco Jori, guida fassana, e la boema Kathe Broske scalano per primi l'inconfondibile spigolo sud-est della Punta Fiames (V), all'epoca la via più impegnativa d'Ampezzo. Ripetuto per la prima volta soltanto nel 1922 da Angelo Dibona "Pilato" ed Enrico Gaspari "Bechereto" con Giulio Apollonio "Varentin" e Agostino Cancider, lo spigolo è ancora oggi una delle scalate più amate e frequentate delle Dolomiti.
mercoledì 13 agosto 2008
In montagna d'agosto: il cartello di Roberto Belli
«Signori dei funghi, chiedo un po' più di rispetto per la proprietà privata». E’ l'invito che l’amico sanvitese Roberto Belli Codan ha rivolto in modo visibile, con un cartello, a tutti coloro che sui prati e nei boschi delle nostre montagne entrano, calpestano, frugano creando vere e proprie corsie, dove tutto o quasi viene distrutto. Ai bordi di un terreno di sua proprietà non recintato, a Tiera de Sora in quel di Borca, nei giorni scorsi Roberto ha piazzato un cartello, che oltre alle classiche e ormai ignorate prescrizioni ("proprietà privata", "divieto d’accesso"), richiama un'altra questione: «Su questo terreno Madre Natura ha impiegato millenni per creare un ecosistema perfetto, adatto alla crescita dei funghi, delle zolle, delle specie rare di fiori, fragole e lamponi. Il proprietario, che potreste incontrare contravvenendo a questo divieto, gradirebbe non venissero calpestati o raccolti» L'invito, ovviamente, è indirizzato sia ai turisti sia ai residenti, e riguarda l'"assalto" indiscriminato ai frutti della natura, ma in particolare ai funghi. «Qualcuno - dice Roberto - dovrebbe spiegarmi perché la tassa sulla raccolta va solo a vantaggio dei Comuni e della Regione, anziché dei legittimi proprietari dei terreni». C'è poi la questione della sporcizia che lascia chi usa le aree private per pic-nic, giochi e altro. «Per questioni d’estetica e di rispetto, spesso devo raccoglierla io e portarla a valle», ha raccontato Roberto, deluso che le campagne avviate per l'utilizzo corretto dell'ecosistema montano siano spesso impunemente ignorate. «Tanto da costringermi a ricorrere ad un vistoso cartello e alla stampa, per ricordare che la tutela dell'ambiente la garantiamo soprattutto noi proprietari, regolieri e non, con fatica, dispendio di mezzi e di denaro».
(dal "Gazzettino" – edizione di Belluno, 13.8.2008, articolo di Bortolo De Vido. che ringrazio!)
31 anni fa, il camino Casara sulla Torre Toblin
Sull'onda dei ricordi ... Esattamente trentun anni fa, con mio cugino Enrico, salii la Via Casara-Meneghello-Baldi-Rosenberg (aperta il 12 VIII 1923), lungo il camino nord della Torre Toblin, il monolito celebre in guerra, che si eleva alle spalle del Rifugio Locatelli alle Tre Cime. La via ce l’aveva suggerita il primo salitore, al tempo ancora vivente; sono soltanto 100 metri di III grado, su roccia umida e spesso instabile (una “cloaca di corvi”, secondo l'alpinista germanico Richard Goedeke), che sicuramente non fanno storia. Per noi però (19 anni io, 17 Enrico) fu una delle prime vere arrampicate in ambiente; la facemmo in alternata, e nel camino piantai uno dei pochi chiodi della mia carriera. In discesa seguimmo l’avventurosa via di guerra, allora ridotta ad una serie di putride scale di legno e chiodoni di ferro, che due anni dopo divenne il famoso, e faticoso, ”Sentiero delle scalette”. Per venire a capo della nostra impresa impiegammo quasi una giornata, e - avendo perso la corriera - alla fine ci toccò anche scendere a Misurina a piedi … Come non potrei conservare un ricordo indelebile della Via Casara sulla Torre Toblin?
martedì 12 agosto 2008
“150 anni di alpinismo”. Mostra fotografica sugli uomini che hanno segnato la storia alpinistica di San Vito di Cadore
Il CAI di San Vito di Cadore ha ideato la mostra (curata da Ernesto Majoni, Alberto Bonafede e Aldo Menegus e con allestimento e grafica di Giuseppe Ghedina), a seguito delle ricerche svolte per la stesura del volume “Da John Ball al 7° grado” di Ernesto Majoni, edito nel 2007 per il 150° anniversario della prima salita ufficiale del Pelmo. L’occasione ha permesso di individuare numerosi personaggi ed episodi legati a quella parte della storia sanvitese che concerne l’alpinismo. Le Dolomiti conseguirono fama internazionale grazie a studiosi ed esploratori provenienti in gran parte d’Oltralpe, da Ball a Grohmann e altri, che al rientro dai loro viaggi documentavano con fotografie, relazioni e schizzi le esplorazioni compiute. Furono quindi gli stranieri ad avviare la scoperta e la conquista delle Dolomiti; certo è che, accanto a loro, anche in Oltrechiusa compaiono preziose guide locali, che conoscevano a menadito ogni cengia, forcella, passaggio delle loro montagne. Costoro scoprirono che le cime – giudicate di scarso interesse dai valligiani, poiché prive di vegetazione e ricche soltanto di rocce e ghiaioni - potevano rivestire un ruolo nuovo, che migliorò l’economia e le condizioni di vita dei paesi dando inizio al turismo alpino.
Con la mostra si è voluto riscoprire e riordinare - per quanto possibile - questi personaggi ed eventi, in modo semplice e chiaro, rivalutando il ruolo d’ogni pioniere nell’ambito paesano, con l’intenzione di far conoscere i protagonisti dell’alpinismo sanvitese, di parte dei quali purtroppo sta svanendo la memoria. I pionieri erano perlopiù boscaioli e cacciatori, esperti del territorio in cui vivevano. Molti si valsero delle proprie conoscenze intraprendendo il nuovo mestiere di guida alpina, ben più vantaggioso delle professioni fino allora esercitate, legate in prevalenza a campi, boschi e pascoli. Intorno al 1860, a San Vito alcuni valligiani iniziarono a guidare turisti sull’Antelao e sul Pelmo, e poi manmano su vette sempre più difficili, spingendosi anche nelle valli limitrofe, dove strinsero amicizia e collaborazione con i colleghi locali. Da Matteo Ossi, cacciatore che toccò l’Antelao già nel 1851, a con Giobatta Giacin “Sgrinfa”, che nel 1857 condusse Ball alla conquista del Pelmo, e poi Luigi Cesaletti, Giobatta Zanucco, Giuseppe e Arcangelo Pordon, le guide di San Vito richiamarono alpinisti italiani e stranieri, che si servirono della loro esperienza e audacia per imprese di rilievo. Fino al termine della fase “storica”, San Vito ha dato i natali a una ventina di guide e portatori, che hanno felicemente contribuito alla redazione del “libro d’oro” dell’alpinismo dolomitico. Uomini e imprese sono stati catalogati con un approfondito lavoro di ricerca; si tratta perlopiù di nomi ignoti al vasto pubblico, che si prestarono come portatori e guide senza clamori, favorendo comunque l’esplorazione e la conoscenza della valle del Boite. Con questo lavoro, il CAI intende rivalutare e ufficializzare il ruolo che le guide e i portatori locali meritano, definendoli “pionieri dell’alpinismo sanvitese”. La ricostruzione storica è stata compiuta con la speranza di non aver tralasciato alcuno degli antesignani, sinora forse mai considerati e studiati nella dovuta maniera, che rivestono un ruolo importante nelle vicende della valle.
La seconda parte della mostra descrive l’evoluzione dell’andar per montagne a San Vito dopo la 2^ Guerra Mondiale. Si è ritenuto di far coincidere l’avvio dell’alpinismo moderno col secondo dopoguerra poiché, dopo l’uscita di scena degli ultimi pionieri, nel 1947 San Vito fu scosso da una novità. Sull’esempio degli Scoiattoli ampezzani, dei Ragni di Lecco e Pieve di Cadore, dei Pell e Oss di Monza, sorse, infatti, l’Associazione Caprioli, che ancora oggi personifica l'attività sportiva locale. Nata da un sodalizio fra compaesani ("… i più giovani avevano appena 15 anni, e il più vecchio 25 e si era appena rimesso da un tremendo congelamento che lo aveva colpito nella ritirata dalla Russia …"), l’associazione – in cui, all’inizio, si praticavano soltanto la scalata e lo sci - è cresciuta coltivando numerosi sport e facendo crescere l'intero paese. Fra i soci fondatori, dai quali sono usciti ottimi scalatori, risaltano Marcellino Fiori, per anni responsabile della stazione locale del Soccorso Alpino; Gianni Bonafede, guida con numerose vie all’attivo; Nicolò De Sandre, che nel 1997 - con Bortolo De Vido - dedicò ai “Caprioli” un volume celebrativo; Angelo Galeazzi, Giulio e Tomaso Menegus, Gianni Palatini, Giulio De Lucia e “Gigi” Colli, prima guida patentata a San Vito nel dopoguerra, scomparso appena trentenne. Dalla fine degli anni ’50, fra chi arrampica a San Vito s’impongono due ragazzi molto dotati. Natalino Menegus, che ci ha lasciato lo scorso 3 maggio, realizzò numerosi itinerari di grande difficoltà, sia sui monti di casa che altrove; fu fra i protagonisti della prima invernale della Via Solleder sulla parete N.O. della Civetta, guida alpina e pioniere dell’elisoccorso. Marcello Bonafede, rocciatore altrettanto forte ed umile, compagno dell’ampezzano Ivano Dibona in varie imprese ed oggi ancora attivo, ha ripetuto – molto spesso in cordata con Menegus - le maggiori vie dolomitiche e alpine, aprendone molte di nuove. Vanno poi ricordati almeno Emilio Menegus “Longo”, spesso in cordata con Natalino e Marcello, Marino Ossi, guida alpina e gestore da un ventennio del Rifugio San Marco, Arnaldo Pordon, Gianluigi De Sandre, Ivo Pordon.
Oggi l’alpinismo si è notevolmente modernizzato, dal vestiario ai materiali, dai metodi di preparazione alla scelta di cime, pareti e vie su cui divertirsi. Sono state scoperte ed attrezzate palestre di roccia per l’allenamento, sulle cui difficoltà si destreggiano giovani sanvitesi, che iniziano a scalare ben oltre il limite con il quale la precedente generazione spesso ha coronato la carriera. Negli anni ’80 è rinato il Gruppo Rocciatori Caprioli, per merito di valenti appassionati che hanno riportato il nome del paese alla ribalta dell’alpinismo: fra loro risaltano Mauro Olivotto, Alberto Bonafede e la scrittrice Antonella Fornari. Numerosi giovani abbracciano l’arrampicata libera, spesso con risultati d’alto livello (qui vanno citati soprattutto Michele Ossi e Alessandro Fiori), e – dopo sporadiche, quasi pionieristiche esperienze - ha preso piede anche in Oltrechiusa la voglia di cimentarsi sulle cime più alte ed impegnative del pianeta. Di recente, soprattutto con Marco Sala, il nome di San Vito è salito sul Cho Oyu, sullo Shisha Pangma, sull’Everest, e poi in Africa, sulle Ande, sull’Himalaya, in Karakorum; dovunque ci siano terreni da scoprire e sui quali l’uomo possa confrontarsi con la natura.
Con la mostra si è voluto riscoprire e riordinare - per quanto possibile - questi personaggi ed eventi, in modo semplice e chiaro, rivalutando il ruolo d’ogni pioniere nell’ambito paesano, con l’intenzione di far conoscere i protagonisti dell’alpinismo sanvitese, di parte dei quali purtroppo sta svanendo la memoria. I pionieri erano perlopiù boscaioli e cacciatori, esperti del territorio in cui vivevano. Molti si valsero delle proprie conoscenze intraprendendo il nuovo mestiere di guida alpina, ben più vantaggioso delle professioni fino allora esercitate, legate in prevalenza a campi, boschi e pascoli. Intorno al 1860, a San Vito alcuni valligiani iniziarono a guidare turisti sull’Antelao e sul Pelmo, e poi manmano su vette sempre più difficili, spingendosi anche nelle valli limitrofe, dove strinsero amicizia e collaborazione con i colleghi locali. Da Matteo Ossi, cacciatore che toccò l’Antelao già nel 1851, a con Giobatta Giacin “Sgrinfa”, che nel 1857 condusse Ball alla conquista del Pelmo, e poi Luigi Cesaletti, Giobatta Zanucco, Giuseppe e Arcangelo Pordon, le guide di San Vito richiamarono alpinisti italiani e stranieri, che si servirono della loro esperienza e audacia per imprese di rilievo. Fino al termine della fase “storica”, San Vito ha dato i natali a una ventina di guide e portatori, che hanno felicemente contribuito alla redazione del “libro d’oro” dell’alpinismo dolomitico. Uomini e imprese sono stati catalogati con un approfondito lavoro di ricerca; si tratta perlopiù di nomi ignoti al vasto pubblico, che si prestarono come portatori e guide senza clamori, favorendo comunque l’esplorazione e la conoscenza della valle del Boite. Con questo lavoro, il CAI intende rivalutare e ufficializzare il ruolo che le guide e i portatori locali meritano, definendoli “pionieri dell’alpinismo sanvitese”. La ricostruzione storica è stata compiuta con la speranza di non aver tralasciato alcuno degli antesignani, sinora forse mai considerati e studiati nella dovuta maniera, che rivestono un ruolo importante nelle vicende della valle.
La seconda parte della mostra descrive l’evoluzione dell’andar per montagne a San Vito dopo la 2^ Guerra Mondiale. Si è ritenuto di far coincidere l’avvio dell’alpinismo moderno col secondo dopoguerra poiché, dopo l’uscita di scena degli ultimi pionieri, nel 1947 San Vito fu scosso da una novità. Sull’esempio degli Scoiattoli ampezzani, dei Ragni di Lecco e Pieve di Cadore, dei Pell e Oss di Monza, sorse, infatti, l’Associazione Caprioli, che ancora oggi personifica l'attività sportiva locale. Nata da un sodalizio fra compaesani ("… i più giovani avevano appena 15 anni, e il più vecchio 25 e si era appena rimesso da un tremendo congelamento che lo aveva colpito nella ritirata dalla Russia …"), l’associazione – in cui, all’inizio, si praticavano soltanto la scalata e lo sci - è cresciuta coltivando numerosi sport e facendo crescere l'intero paese. Fra i soci fondatori, dai quali sono usciti ottimi scalatori, risaltano Marcellino Fiori, per anni responsabile della stazione locale del Soccorso Alpino; Gianni Bonafede, guida con numerose vie all’attivo; Nicolò De Sandre, che nel 1997 - con Bortolo De Vido - dedicò ai “Caprioli” un volume celebrativo; Angelo Galeazzi, Giulio e Tomaso Menegus, Gianni Palatini, Giulio De Lucia e “Gigi” Colli, prima guida patentata a San Vito nel dopoguerra, scomparso appena trentenne. Dalla fine degli anni ’50, fra chi arrampica a San Vito s’impongono due ragazzi molto dotati. Natalino Menegus, che ci ha lasciato lo scorso 3 maggio, realizzò numerosi itinerari di grande difficoltà, sia sui monti di casa che altrove; fu fra i protagonisti della prima invernale della Via Solleder sulla parete N.O. della Civetta, guida alpina e pioniere dell’elisoccorso. Marcello Bonafede, rocciatore altrettanto forte ed umile, compagno dell’ampezzano Ivano Dibona in varie imprese ed oggi ancora attivo, ha ripetuto – molto spesso in cordata con Menegus - le maggiori vie dolomitiche e alpine, aprendone molte di nuove. Vanno poi ricordati almeno Emilio Menegus “Longo”, spesso in cordata con Natalino e Marcello, Marino Ossi, guida alpina e gestore da un ventennio del Rifugio San Marco, Arnaldo Pordon, Gianluigi De Sandre, Ivo Pordon.
Oggi l’alpinismo si è notevolmente modernizzato, dal vestiario ai materiali, dai metodi di preparazione alla scelta di cime, pareti e vie su cui divertirsi. Sono state scoperte ed attrezzate palestre di roccia per l’allenamento, sulle cui difficoltà si destreggiano giovani sanvitesi, che iniziano a scalare ben oltre il limite con il quale la precedente generazione spesso ha coronato la carriera. Negli anni ’80 è rinato il Gruppo Rocciatori Caprioli, per merito di valenti appassionati che hanno riportato il nome del paese alla ribalta dell’alpinismo: fra loro risaltano Mauro Olivotto, Alberto Bonafede e la scrittrice Antonella Fornari. Numerosi giovani abbracciano l’arrampicata libera, spesso con risultati d’alto livello (qui vanno citati soprattutto Michele Ossi e Alessandro Fiori), e – dopo sporadiche, quasi pionieristiche esperienze - ha preso piede anche in Oltrechiusa la voglia di cimentarsi sulle cime più alte ed impegnative del pianeta. Di recente, soprattutto con Marco Sala, il nome di San Vito è salito sul Cho Oyu, sullo Shisha Pangma, sull’Everest, e poi in Africa, sulle Ande, sull’Himalaya, in Karakorum; dovunque ci siano terreni da scoprire e sui quali l’uomo possa confrontarsi con la natura.
Quale futuro si può immaginare ora, per l’alpinismo di San Vito? Senza dubbio, quello comune a tante zone alpine: finché ci saranno montagne e uomini che le abitano, qualcuno avrà sempre voglia di salire più in alto, sfidare le difficoltà, misurarsi sulla roccia, sul ghiaccio, nel sole e nel vento, divertirsi sui sassi a fondovalle così come dare il massimo sulle cime più alte. È quanto il CAI di San Vito auspica, con l’aiuto della mostra: un godimento della montagna duraturo, appassionato e rispettoso dei valori storici e delle ricchezze che rendono le Dolomiti un “unicum” irripetibile.
***
“150 anni di alpinismo”. Mostra fotografica sugli uomini che hanno segnato la storia alpinistica sanvitese, da Matteo Ossi al Gruppo Rocciatori Caprioli. San Vito di Cadore, Sala esposizioni dell’Asilio Vecchio, 8 agosto - 21 settembre 2008. Aperta tutti i giorni dalle ore 18.00 alle ore 21.00, ingresso libero.
venerdì 8 agosto 2008
Ivano Dibona 1943 - 1968
Oggi, 8 agosto, ricorre il 4o° anniversario della caduta dallo "spigolo Dibona" della Cima Grande di Lavaredo, dove stava salendo con un cliente, di Ivano Dibona, Scoiattolo, guida ed esponente di punta dell'alpinismo dolomitico nei primi anni '60. Nipote di Angelo, simbolo delle guide alpine ampezzane, Ivano era nato il 1° giugno 1943, era guida da cinque anni; in quel lustro aveva ripetuto innumerevoli vie sulle Dolomiti, e tracciato nuovi itinerari di grande difficoltà, sia in libera che con l'uso massiccio di chiodi (Cima Belprà, Taburlo, Torrione Salvella, Cima Piccola di Lavaredo, Torre Romana, Col Rosà, Taé, Tofana di Mezzo, Punta Giovannina), Si era distinto in numerose operazioni di soccorso alpino, ed aveva espresso il desiderio di ripetere tutte le 70 vie aperte dal nonno. Il suo nome non è stato dimenticato dai compaesani, che gli hanno dedicato dapprima la "Direttissima" sulla Cima Scotoni (Diego Valleferro, Franz Dallago e Bruno Menardi, 10-13.3.1969), e nel 1970 il sentiero che segue il percorso di arroccamento utilizzato durante la Grande Guerra delle truppe italiane sul Cristallo, da Forcella Grande al Col dei Stonbe. Percorso ancora oggi da migliaia di persone, il "Sentiero Dibona" è ritenuto uno dei più begli itinerari escursionistici delle Dolomiti.
giovedì 7 agosto 2008
Una via ferrata sulla Croda Rossa d'Ampezzo?
Ha destato un certo stupore la proposta di un noto Accademico del CAI, di progettare l'installazione di una via ferrata sulla Croda Rossa d'Ampezzo, lungo la cresta incombente su Forcella Colfiedo, salita il 4.8.1913 da F. Terschak e H. Kees e ripetuta forse un'unica volta in quasi un secolo (400 m, III/IV secondo Berti, roccia molto friabile). La proposta si reggerebbe sul fatto che la Croda Rossa è una montagna che meriterebbe maggiore frequentazione; la cima potrebbe essere svelata anche al "ferratista"; attrezzandola, si "riqualificherebbe" la sconosciuta via Terschak; una ferrata consentirebbe ai salitori di altre vie un rientro più veloce a valle. A parte il problema della qualità della roccia lungo la cresta, ben visibile dal Passo Cimabanche; a parte la profanazione irrimediabile di una cima maestosa e severa, che dal 1870 seleziona i visitatori con itinerari di livello e di grande interesse alpinistico ed ambientale, nutriamo molte perplessità. Avrebbe senso una nuova via ferrata in un gruppo montuoso ancora vergine da tali iniziative e perdipiù nel cuore di un Parco Naturale? La ferrata richiederebbe circa tre ore e mezzo soltanto per l'avvicinamento, lungo un ghiaione privo di tracce e per più di 1000 metri complessivi di dislivello. Una volta eventualmente realizzata, chi si assumerebbe la manutenzione di tale ferrata? Ci auguriamo che l'idea rimanga confinata nella telefonata ricevuta dal CAI, e la Croda Rossa resti immune da un'iniziativa abnorme e assolutamente inopportuna, continuando a selezionare gli
alpinisti che ne toccano la cima con preparazione e rispetto.
mercoledì 6 agosto 2008
Severino Casara, poeta della montagna (1903-1978)
Nel vortice delle ricorrenze di questo periodo, sarebbe rientrato anche il trentennale della morte di Severino Casara, alpinista, scrittore e regista che tanto ha dato alla storia dolomitica. Casara scomparve a 75 anni, alla fine di luglio del 1978. Lo avevamo conosciuto alle Tre Cime di Lavaredo, la vigilia di Ferragosto di due anni prima, e ci incontrammo per l'ultima volta nella sua casa, nell'ottobre 1977. Di Casara conservo la memoria di una escursione in compagnia alle Cascate di Fanes, numerosi aneddoti delle sue esperienze alpinistiche, le copie di gran parte dei libri che scrisse ed una cartolina del Rifugio Staulanza, giuntami per il suo ultimo Natale. Con noi non parlò mai della discussa questione degli "Strapiombi Nord" del Montanaia, che gli rovinò la vita. Ci portò invece a visitare il piccolo camposanto di San Vito di Braies, dominato dalla Torre del Signore, sulla quale aveva tracciato una via nuova nel 1943. Proprio là annunciò che avrebbe voluto esservi sepolto, vicino ad un grande pioniere della montagna, Viktor Wolf von Glanvell. Il suo desiderio è stato esaudito, e così oggi per noi è facile fargli una visita e rivolgergli un grato pensiero.
lunedì 4 agosto 2008
125 anni della via Innerkofler sulla Croda Rossa d'Ampezzo
Chi ama le scalate invernali di cime d’alta quota, per vie a settentrione, con difficoltà non eccezionali ma – in stagioni normali – impiastrate di neve e ghiaccio come si conviene, qui da noi avrebbe diverse possibilità di assurgere alle cronache, ripetendo percorsi che sino a oggi (salvo smentite), attendono ancora di essere seguiti nella stagione fredda. Tra i più noti, lo spigolo Dibona sulla Grande di Lavaredo (500 m, IV), battutissimo d’estate ma posto proprio a nord-est, e in particolare la via Schlögel Ehrenkreuz-Innerkofler sulla Croda Rossa d’Ampezzo (550 m, III), aspettano ancora qualche volonteroso! Per quanto riguarda quest’ultima, credo che in 125 anni (tanto è passato, infatti, dalla prima salita, opera della guida di Sesto Michele Innerkofler con un nobile cliente) il lungo avvicinamento sulla morena di un antico ghiacciaio, il versante di salita con poco sole, l’andamento complicato della via per camini, canali e cenge, la discesa lunga e laboriosa nonostante alcune attrezzature, abbiano dissuaso molti dal mettervi mano. Agli inizi del XXI secolo, il versante nord della Croda Rossa è stato fatto oggetto di due invernali del Canalone Winkler, salito nel 1887 a destra della via Schlögel, per merito di guide alpine sudtirolesi e poi di alpinisti cadorini. Può darsi che l’interesse invernale per questa cima (dove c’è un’altra via dei pionieri che conta una presunta ripetizione estiva e nessuna con la neve) si vada risvegliando.
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