lunedì 21 luglio 2008

Stories curtes curtes (par anpezan, da "Bestiario d'Aial" di L. Russo e E. Majoni, Cortina d'Ampezzo 2003)

Inze l spigo de ra val d Anpezo betù a mesodì, intrà un troi e l outro, vive in pasc un grun de besties. De alcuantes vorasson ve contà algo.

I touroi
I stà su par chera bances sote ra Rejina Rocheta, ma i è tropo pi grei de chi che conoscion: ra 'sente disc che l é colpa de duto l zigar che i roseea. Inze i sasc i à jaà buje grei come zuches e là inze i sin và a sosta canche scomenza a gneegà. A chi crepe, agnoche i à ciasa soa, i disc Crepe dei Touroi. Nosoutre i touroi no i on mai vedude, ma i sò buje scì, alora vo dì che i é.

I moscite
Canche sora Posuogo rua neola negres da tenporal, l è senpre da sperà che see neoles de moscite che i và d amor. Solo che de ra otes sperà no 'soa e scomenza a pioe dassen.

Ra jarines
Ra jarines es a ra piuma bianches come el gnee e es stà su sun chel col cuerto da l bosco daante l Bèco de Mesodì, che da eres l à ciapà gnon Col Jarinei.
Canche ra notes es é pi scures, es sin stà de fora, sul pra daante l cason, mucete intrà i brascioi negre, e es somea tante lumis inze l scuro. Coscita ra vecia acuila de Sonforcia, oramai deboto orba, canche ra torna da ra caza, ra no se perde.

Ra orties
Ra orties es se sfrea ra foies che beca una su r outra, e coscita es à inparà a ciantà. Ra Val d Ortié, ra sò val, ades r é manco pascionada.
Grazie a Lorenza per il lavoro fatto insieme!

125° del Rifugio Nuvolau: ce ne parla il Presidente del CAI Cortina

Anche nel 2008, Cortina potrebbe festeggiare diverse ricorrenze storiche. Chi segue le vicende legate all’alpinismo, non può ignorare che l’11 agosto cadrà il 125° dell’inaugurazione del primo rifugio alpino della conca, costruito nel 1883 in cima al Nuvolau. Il Presidente pro tempore della Sezione del CAI di Cortina Federico Majoni, ricorda l’avvenimento. “All’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, il colonnello Richard von Meerheimb di Dresda, guarito da una maligna infermità dopo essersi trasferito in Ampezzo, volle tramandare ai posteri la sua riconoscenza alla valle che l’aveva ospitato, e la cui salubre aria aveva respirato per lunghi mesi. Meerheimb elargì alla Sezione locale del Club Alpino Tedesco e Austriaco, sorta appena da un anno ma già dedita con fervore alla valorizzazione del territorio di competenza, una somma di denaro, fissando l’obbligo d’impiegarla per la costruzione di un ricovero alpino. Sotto la presidenza di Giuseppe Ghedina Tomasc, pittore di soggetti storici e autore della prima cartina dei sentieri della valle, sorse così la Sachsendankhütte, il “rifugio del ringraziamento del sassone”, un vero nido d’aquila su una vetta senza difficoltà alpinistiche, già famosa per lo sconfinato panorama che offre: il Nuvolau.“ Qual è il significato del giubileo, e che cosa intende fare il CAI Cortina per ricordarlo? “Domenica 14 settembre la nostra Sezione, che ne è proprietaria da sempre, festeggerà con una sobria celebrazione il compleanno del Nuvolau, primo ricovero alpino sul nostro territorio se si eccettua il più antico Ospizio Falzarego, eretto nel 1868 presso il Passo omonimo. Dopo la S. Messa, officiata al Rifugio alle ore 11.00, presenteremo una cartolina celebrativa con un bozzetto realizzato per noi dal pittore Emilio Bassanin, che durante la giornata si potrà personalizzare con l'apposito annullo postale. Tutti coloro che saliranno al Nuvolau tramite i vari accessi, potranno poi gustare i piatti tipici cucinati da Giovanna e Mansueto Siorpaes, che gestiscono il rifugio fin dal 1973. In questa lieta occasione, la Sezione del CAI sarà lieta di accogliere al Nuvolau un gran numero di amanti della montagna.” Grazie, Presidente, per questa breve intervista. Giriamo a tutti gli appassionati l’invito ad onorare il genetliaco con la salita sulla cima che già nel 1877, nel volume “Wanderungen in den Dolomiten”, il pioniere Paul Grohmann magnificava con queste parole “… Un mare di montagne è davanti a noi, e sarebbe inutile volerle elencare o descrivere. Soltanto la macchina fotografica potrebbe fissare le nostre impressioni. Alla nostra destra e sinistra abbiamo, ben nitide, le due cime del Nuvolau (Averau e Gusela). Imponente e grandiosa, davanti, la vedretta della Marmolada, tutta intera, ed i selvaggi contrafforti di Serauta e del Vernel. Più a destra, il gruppo del Catinaccio, il Sella col Boè, la Gardenaccia e la Croda Rossa. Altre montagne si levano davanti a questa cerchia possente, la catena del Monte Cappello (Sas Ciapel) fra Fedaia e Livinallongo, il verde Passo del Pordoi, il Sasso di Stria, i Settsass, il Col di Lana ecc. … A sinistra, oltre la Marmolada, il gruppo delle Pale di San Martino con un piccolo ghiacciaio, poi il Pelmo, e via via l’Antelao, il Sorapiss, la Punta (Cima) Bel Pra, i Cadini, il Cristallo, le tre Tofane. In fondo, lontano, il Duranno e cime nevose a intervalli. E questi ora citati non sono che i giganti che ci circondano …”

Un ricordo di Alo, Vecio e Zesta

Se fossero ancora tra noi, avrebbero 87 anni. Sto parlando dei giovani ampezzani dai quali, il 1° luglio 1939, scaturì l’idea di fondare la “Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo”, oggi nota come “Scoiattoli di Cortina”. I tre ragazzi del 1921 che nell’ultima estate d’anteguerra, sfidando la diffidenza delle guide, ruppero gli schemi e si riunirono in un nuovo gruppo, erano: Angelo Bernardi Agnel detto Alo; Ettore Costantini Cuzo detto Vecio e Mario Zardini Zesta. Alo, che ricordo con piacere di aver intervistato per la RAI3 nell’autunno 1998, lasciò presto la roccia per dedicarsi all’hockey, al lavoro e alla famiglia: è scomparso, ultimo della cordata, nel settembre 2000. Il Vecio continuò con successo la carriera alpinistica, divenendo guida nel ‘46 ed esercitando la professione fino agli anni ’70. Non ha fatto purtroppo in tempo a festeggiare con gli altri il sessantesimo della Società, essendo scomparso nel giugno ‘98. Lo aveva preceduto di tre anni il Zesta, attivo nella Società per un breve periodo e protagonista della 100^ ripetizione della Via Miriam sullaTorre Grande d'Averau, nel 1940. Ai fondatori si aggregarono subito molti amici, alcuni dei quali sono ancora viventi, talché nel primo periodo la Società contava oltre tre dozzine di soci, che si dedicarono alla meticolosa esplorazione dei monti d’Ampezzo, risolvendo svariati problemi alpinistici. Simbolo monumentale del primo decennio del sodalizio è senz’altro il Pilastro de Rozes, salito per la parete sud-est dal Vecio e Romano Apollonio Nano il 14-15 luglio 1944: 21 ore d’arrampicata, 105 chiodi piantati per superare cinquecento metri di parete di VI+, che hanno costituito, e costituiscono ancora, un banco di prova per almeno tre generazioni di arrampicatori. Mi è gradito, accomunandoli con tutti gli altri scomparsi, ricordare in quest'occasione i tre fondatori del Gruppo Scoiattoli. Sicuramente essi gradirebbero festeggiare il loro 87° compleanno tutti insieme, magari sulla terrazza del Rifugio a loro intitolato, ammirando il tramonto sulle Cinque Torri, che li videro nascere e spiccare il volo verso le grandi montagne.

sabato 19 luglio 2008

Alla ricerca della falesia perduta

Di recente, abbiamo visto un’immagine in bianco e nero, risalente ad almeno ottant’anni fa, con la guida Angelo Dibona ritratta sul Sas da Pera, un macigno ai piedi del Pomagagnon che pare fosse la sua "palestra" preferita. Oltre a confermare che anche gli scalatori dei tempi andati usavano tenersi in forma salendo montagne in miniatura, magari vicine al fondovalle (Dibona proveniva da Chiave, quindi non abitava molto distante dal Sas), la presunta “palestra” mi aveva incuriosito molto prima della divulgazione della fotografia. Ero stato in zona tanti anni fa, ma ormai il ricordo di quel vagabondaggio era del tutto sbiadito. Vi sono ritornato un giorno di settembre, risalendo dapprima il tracciato dell’ex skilift fin sul colle di Pierosà, traversando poi nel bosco sopra Staulin, passando ai piedi del Sas e concludendo la passeggiata a Col Tondo. Solo che il Sas da Pera dei tempi di Dibona, non l'ho visto. Pare sia stato ridimensionato già in tempi lontani, sbancando parte della roccia per la costruzione nell’Hotel Savoia (mi è stato detto), e quanto ne rimane è ormai soffocato da alberi, vincastri, erbe alte. L’impressione che se ne ricava oggi è ben distante da quella di una comoda palestra di roccia a due passi dalle case. La zona fra Verocai e Chiave oggi è comunque piacevole per camminarci, perché il “Picheto”, dove generazioni di locali hanno imparato a sciare, oggi è praticamente abbandonato. Basi e tralicci dello skilift sono stati recentemente asportati, e la natura si sta riappropriando con rapidità del terreno che anni fa fu preso in prestito. La Essa si è ripresa anche la possibilità di capire come fosse la palestra di gioco della nostra guida, dove il “Pilato” usava scaldare i muscoli in vista di mitiche imprese.

venerdì 18 luglio 2008

18 luglio 1941: sessantasette anni fa, la prima via nuova degli Scoiattoli di Cortina

67 anni fa, il 18 luglio 1941, sulle cime ampezzane veniva aperta la prima via nuova degli Scoiattoli, il gruppo di rocciatori fondato nel 1939, che tanto avrebbe dato alla storia dell'alpinismo e di Cortina. Luigi Menardi Amanaco "Iji", classe 1925, saliva infatti con Camillo Crico di Venezia la parete est della Tofana Terza o de Inze. Nulla di strabiliante, secondo i canoni alpinistici: 600 metri di II e III grado, superati in sei ore con l'ausilio di un chiodo, ma - considerando la lontananza della parete, che allora si avvicinava a piedi e non in funivia da Ra Vales, la quota e anche l'età del capocordata - fu sicuramente una discreta impresa. Camillo Crico tornò lassù un mese dopo con l'amico Muller, per aprire accanto alla prima un'altra via, di uguale lunghezza ma giudicata più facile. Nell'inverno 1976-1977 la parete fu scesa con gli sci da Don Claudio Sacco e poi da Tone Valeruz; su quella pala inclinata, il 15 febbraio 1981, Mario Lacedelli, Enrico Maioni, Rolando Menardi (figlio di Iji) e Mario Siorpaes tracciarono poi un'altra via ("... soltanto una lunga sgambata su neve ,,,", ricorda Enrico), battezzata "Sgamala Hala". L'avventura degli Scoiattoli continuò il 10-11 settembre del '41, con la variante di Carlo Alverà Lete e Ettore Costantini Vecio alla via Dimai-Comici sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo, per fiorire definitivamente dal 1942 in avanti. Iji è scomparso trent'anni fa, e non so se la via Menardi-Crico sia mai stata ripresa. Certo è che quel paretone inclinato, in parte nevoso e non appetibilissimo, rimane il primo angolo d'Ampezzo sul quale gli Scoiattoli si sono sbizzarriti a inventare itinerari da iscrivere nel "libro d'oro" delle Dolomiti.

lunedì 14 luglio 2008

Una proposta per l'estate: il Corno d'Angolo

L’ho nominato ormai varie volte nei miei scritti: del resto, le esperienze piacevoli si ricordano volentieri. Traggo quindi dal cassetto dei ricordi il Corno d’Angolo, perché ho deciso di farlo conoscere anche ai soci del CAI Cortina, proponendo insieme all'amico Carlo la salita alla cima domenica 31 agosto 2008. Il Corno si riconosce già da lontano per la sua forma slanciata, e spicca soprattutto dalla strada fra il Passo Tre Croci e Misurina. Mentre lo spalto esterno, che precipita verticalmente per oltre duecento metri su uno zoccolo detritico, settantacinque anni fa offrì a Emilio Comici e Sandro Del Torso l'occasione di tracciare un itinerario impegnativo e poco ripetuto, verso l’interno il Corno emerge appena leggermente dalla conca di blocchi e detriti che s’insinua fin sotto l’adiacente Croda di Pousa Marza. Proprio lassù si rivela, con passi pressoché elementari, la via più semplice per accedere alla sommità. Dalla sella dove campeggiano i ruderi del Rifugio Popena, distrutto negli anni Quaranta del ‘900 e mai riedificato, ci si porta su una sottile cresta fra le due cime. La si asseconda, obliquando man mano verso sinistra su detriti e roccette, e con poca difficoltà ma sempre un minimo d’attenzione, ci si spinge fin sugli esposti e malfermi blocchi che costituiscono la panoramica sommità. Considerata la relativa facilità dell’accesso, non si sa chi sia stato il primo salitore della cima, sicuramente raggiunta da cacciatori e pastori prima dello studio ottocentesco di Wenzel Eckerth sulle crode del Cristallo. A chi decide di fare visita al Corno, sapere chi ne sia stato il primo salitore non cambia certamente la vita; basta giungere, con un’escursione fuori delle tracce battute, su una sommità non troppo impegnativa, poco battuta e tranquilla, dove solo un bastone infisso fra due blocchi ci accoglie e al cospetto di tante montagne è facile rievocare ricordi o ideare progetti.

domenica 13 luglio 2008

Guardando la Punta Nera, in una domenica di pioggia

La Punta Nera domina la conca di Cortina e si vede bene dal Corso Italia, ma non è una meta troppo frequentata. La via normale, breve e tutto sommato non difficile, si svolge su roccia un po' malsicura. Dal libro di vetta, che un benemerito appassionato ampezzano portò lassù nel settembre 2000 e che nell'autunno 2007 versava in cattive condizioni, si poteva dedurre che ogni stagione non più di una trentina di persone calchi l’angusta cima, sbrecciata dalle intemperie e dai fulmini. Il primo a raggiungere la Punta fu Alessandro Lacedelli (Sandro da Meleres, 1836-1918), cacciatore e guida alpina capitatovi un giorno dell’estate 1876, forse inseguendo un camoscio ferito. Il primo turista a salire in vetta fu, invece, Emerich Benke di Vienna, accompagnato dalla guida Arcangelo Dimai Deo (1853-1941), il 27 agosto 1879. Per l’ascensione, il cliente e la guida impiegarono cinque ore e un quarto da Cortina e, al ritorno, scesero lungo la Val Orita ad Acquabona, ultima borgata sul confine fra il Tirolo e l’Italia. Il primo a scalare la Punta d’inverno fu Giorgio Brunner (1897-1966), solo, il 27 febbraio 1941. Valendosi della nuova funivia del Faloria e degli sci, il triestino partì da Cortina alle dieci del mattino e alle quattro e mezzo del pomeriggio era già di ritorno in Alverà, dove al tempo alloggiava. Dev’essere un destino: la Punta attrae in modo particolare i solitari, e lo ha fatto anche con me. Infatti, l’ho salita sei volte, di cui tre da solo, godendomi sempre con soddisfazione l'ambiente e il panorama che offre su Cortina e l’Oltrechiusa, distesi quasi due chilometri più in basso.

sabato 12 luglio 2008

Mille guglie di pietra e una piramide con le facce muschiate

“Mille guglie di pietra e una piramide con le facce muschiate” lo ha definito l'amica Lorenza. E io aggiungo: un microcosmo straordinario, cupo ma non troppo, pervaso da un’immobilità inquietante e fonte di belle vedute su Cortina. E’ il Beco d’Aial, piramide di roccia scura che emerge con altri satelliti, come un enorme dente canino, dalle selve di Federa e batte un record: toccando la quota di 1880 metri, dovrebbe essere la cima meno elevata della conca d’Ampezzo. Noto nella Grande Guerra, perché ospitava una piccola postazione antiaerea, di cui rimangono le mura sbrecciate e una galleria, quasi cinquant’anni fa fu scoperto dai rocciatori. Solo la fantasia dello Scoiattolo Albino Michielli Strobel poteva immaginare un tracciato sulla parete nord del Beco, visibile da Cortina e riparata dal sole. Michielli la salì con l'amico Arturo Zardini Tamps nell’estate 1962, tracciando una via impegnativa, ripetuta almeno due volte da ampezzani. Sullo stesso versante, oltre vent’anni dopo, scalatori locali e cadorini trovarono altre vie, e più di recente, sul Beco e le guglie che lo circondano è comparsa l’arrampicata sportiva. Quella di cui pochi sanno è la breve e piacevole “via normale” da SE, un sentierino che, biforcandosi dal tracciato CAI 431 fra il Lago d’Aial e quello di Federa, s’infila nel bosco e tra i sassi, e tocca la vetta mediante una esposta cengetta e alcune rocce. Negli anni '80 e '90, ogni estate alcuni amici salivano sul Beco per accendervi il rituale falò di Ferragosto con una grigliata, alla quale ebbi il piacere di partecipare per due volte. Oggi lassù tutto tace: è sempre raro incrociare curiosi, inerpicatisi per abbracciare con lo sguardo la conca di Cortina o, più vicino, i misteriosi boschi di Federa.

Sfogliando il libro di vetta della Punta Fiames

Nell’archivio del CAI Cortina, fra numerosi altri interessanti documenti, è conservato un quaderno di 22 cm per 15, rilegato con una robusta tela verde che lo ha preservato dal logorio degli anni.
In terza pagina, vergata con l’elegante grafia che troviamo anche in altri libri, si legge l’intestazione: “Club Alpino Italiano Cortina – Punta Fiames”: ogni facciata reca una griglia con tre colonne, “Data”, “Cognome e nome” e “Provenienza”. È il libro di vetta della Punta Fiames, prima cima del Pomagagnon, che sovrasta e prende il nome dall’omonima località a nord di Cortina.
Da oltre un secolo, la Punta è nota per le possibilità di scalate che offre sul versante meridionale; negli anni ’60 la sua fama crebbe con l’apertura della via ferrata dedicata alla guida Albino Michielli Strobel, che ne risale il fianco ovest.
Prima di analizzare il libro di vetta, s’impone una premessa. La Punta si raggiunge senza difficoltà, seguendo il comodo e non lungo sentiero che da Forcella Pomagagnon attraversa le ghiaie dello schienale.
Dato il facile approccio, essa fu sicuramente nota fin dall’antichità ai pastori che portavano gli ovini sui sottostanti “Prade del Pomagagnon”, dai cacciatori che battevano i recessi più nascosti della zona e dai topografi che misurarono le cime incuranti della toponomastica, confusa fino all’inizio del secolo scorso.
Il libro di vetta documenta una trentina di stagioni di storia della Fiames, o più esattamente della via aperta sulla parete sud il 7 luglio 1901 dall’inglese J. L. Heath con le guide ampezzane Antonio Dimai e Agostino Verzi.
Le prime note risalgono all’autunno del 1926, ma forse già in precedenza la Punta aveva un libro, che sarebbe interessante poter consultare, per delineare con completezza la storia della parete.
Seconda premessa: all’inizio del secolo scorso firmavano il libro anche molti salitori di altre vie della Fiames, che poi - per tornare all’attacco – scendevano lungo la “variante” della parete sud. Negli anni ‘40, il libro si trovava trenta metri prima dell’uscita della Via Dimai: nella primavera 1952, ormai esaurito, fu sostituito da un altro, che raccolse le firme dei passanti fino all’11 agosto 1958.
Qualche anno fa, un appassionato ha rinverdito la tradizione, e sale ogni anno sulla Punta con nuovi quaderni, che ritira in autunno, colmi di firme, dediche e scemenze nelle lingue di tutto il globo. Oggi lasciano i loro nomi in vetta soprattutto i salitori della ferrata, perché i rocciatori che passano per la cima sono molti meno di un tempo.
Il libro si apre il 23 settembre 1926 con due illustri esponenti dell’alpinismo dolomitico: la baronessa ungherese Rolanda von Eötvös, riapparsa a Cortina dopo la pausa della Grande Guerra, e la guida Antonio Dimai, ormai sessantenne, che aveva aperto l’itinerario un quarto di secolo prima.
Le ultime firme, il 2 marzo 1952, appartengono a Guido Lorenzi, Scoiattolo e guida alpina salito con Alfredo Zardini, poi scomparso tragicamente, e Lino Lacedelli.
Fra gli estremi, si leggono centinaia di nomi famosi e sconosciuti, guide locali e forestiere, alpinisti d’ogni età e nazione, che per ventisette stagioni salirono la cima che domina Fiames lungo una via di roccia molto amata e frequentata.
Il 17 agosto 1927, firma il libro lo studente Edoardo Amaldi, divenuto un fisico del gruppo dei “ragazzi di Via Panisperna”. Una settimana dopo, troviamo Ludwig Gillarduzzi Zandeaco, giovane sacerdote nato ad Innsbruck da famiglia ampezzana, che si avventura sulla Dimai in solitaria.
Il 3 settembre la guida Angelo Dibona Pilato, che sulla via ha fatto il tirocinio e la ripeterà ancora cinquanta volte, vi porta i figli Ignazio, sedicenne, e Fausto di soli quattordici anni: nel 1945 la ripeterà con le figlie Giulia e Antonia.
Il 7 settembre compare il pittore e alpinista Erwin Merlet, e il 25 - con Otto Menardi, Antonio e Giuseppe Dimai – sale di nuovo Rolanda von Eötvös (secondo le testimonianze, una persona alla mano, che d’estate alloggiava con la sorella Ilona all’Hotel Cortina e, sfidando le convenzioni, aveva sempre la sigaretta in bocca).
11 ottobre: la guida Simone Lacedelli porta in vetta un personaggio interessante per Cortina. È Giuseppe Venturoli, dottore in agraria di Bologna, che nel 1929 pubblicherà la sua tesi di laurea “Cortina d’Ampezzo nei primi dieci anni di regime italiano 1918-1928”, assai interessante per la storia locale.
Il 10 giugno 1928, con Luigi Apollonio Longo, sale Rinaldo Zardini Foloin, fotografo e alpinista che diventerà un’eminente personalità in campo scientifico, vantata da Cortina a livello internazionale.
18 settembre 1929: Angelo Dibona guida in vetta Lucien Devies, salitore della parete E del Monte Rosa, con la quale si laureerà fra i migliori alpinisti francesi del ‘900. Nove giorni dopo, tornano ancora le Eötvös, con Angelo e Giuseppe Dimai.
Fra gli anni Venti e Trenta, scalano spesso la Punta tre guide già mature, ma energiche e ancora desiderose di cimentarsi nella salita: Bortolo Barbaria Zuchin, Antonio Dimai Deo (salito lassù fino al 20 agosto 1930, anche se la storia gli accredita un’ultima scalata nel 1932) e Agostino Verzi Sceco, presente ufficiosamente fino al 27 agosto 1933.
La “paré” s’impone come una delle salite più rinomate d’Ampezzo. Le guide vi portano clienti quasi quotidianamente, d’estate e fuori stagione, in virtù dell’ottima esposizione del versante, che spesso si trova in buone condizioni anche d’inverno.
Il 29 agosto 1930, dopo aver superato lo spigolo Jori con Giuseppe Dimai, scende per la parete Maria Pellegrino (nota come Mary Varale), la forte alpinista che tre anni dopo - con Comici e Zanutti – vincerà lo “Spigolo Giallo” in Lavaredo.
Il 9 luglio 1931, in cordata con Luigi Apollonio, sale Dino Buzzati: chissà se l’ascensione fu mai “trasfigurata” dallo scrittore bellunese in qualche suo scritto!
Il 18 gennaio 1932 Angelo Dibona scala la Dimai con il cliente Paul Leroy Edwards. in quel periodo Edwards ritorna spesso sulla Punta, e nella stagione 1932 addirittura tre volte, di cui una in solitaria.
Troviamo poi ancora Rolanda Eötvös con Giuseppe Dimai, e il 24 novembre chiudono la stagione Dibona, Leroy Edwards e Bepi Degregorio. Nel mezzo, un’altra firma celebre: Emilio Comici, salito il 2 settembre con clienti.
Il 17 luglio 1933 Giuseppe Dimai, Ignazio Dibona e Celso Degasper aprono la “Via Centrale”, tra la Dimai e lo spigolo. “Straordinariamente difficile, V grado superiore”, la nuova via non riscuoterà lo stesso favore della “paré”.
Compaiono numerosi locali, che lasciano sul libro commenti favorevoli (“ce bel! “, “magnifico”), e iniziano la carriera le guide della seconda generazione. Le salite della “paré” sono continue, anche se non eccessive: nel 1934 se ne contano trentanove, per un totale di cento persone.
Le ultime due cordate del 1935 sono formate ancora dalle Eötvös con Giuseppe Dimai e Celso Degasper, saliti l’8 ottobre. Dovrebbe essere l’ultima volta in cui le alpiniste ungheresi raggiungeranno le crode ampezzane.
Il sempre attivo Angelo Dibona, che se ne infischia degli anni che avanzano, compirà il canto del cigno sulla “paré” il 24 agosto 1949, quando – a settant’anni, col figlio Dino e Luigi Apollonio – porterà in vetta i clienti Anna e Cyril Escher.
In questo periodo, uno dei più fedeli ripetitori della Fiames è Celso Degasper, che al termine della carriera, vanterà il primato di aver salito la parete oltre 300 volte.
Il 26 luglio 1939 Emilio Comici e Osiride Brovedani stanno scendendo da Forcella Pomagagnon dopo aver raggiunto la Fiames. Sfuggono per un pelo al crollo di un lungo tratto di cresta fra la Croda Longes e la Croda del Pomagagnon, notato fin da Cortina. Il fatto ispirerà a Comici il celebre racconto “La falciata della morte”.
Il 26 maggio 1940 un altro scalatore illustre, Ettore Castiglioni, porta sulla Dimai il Commissario Prefettizio Alberto Brissa. Tornerà ancora nel luglio-agosto 1943, con il 7° corso d’addestramento alpinistico della Scuola Militare d’Alpinismo d’Aosta - Divisione Tridentina, di stanza al Passo Tre Croci.
Si vedono sulla “paré” i primi Scoiattoli, che rifiutano le vie facili e con la serenità e la disinvoltura tipiche della gioventù, iniziano dove i più anziani hanno coronato la carriera: la “Miriam”, il “Riss”, lo spigolo Jori. Il gruppo manovra abilmente le corde, rifiutando i maestri e ponendosi spesso in contrasto con loro, imparando il ”mestiere” a proprie spese, ribelle alle imposizioni ed in piena libertà.
L’11 agosto 1940 firma per la prima volta il libro, con gli amici Giuseppe Serafini e Valentino Vecellio, il ventenne Giuseppe Majoni, padre di chi scrive, che ripeterà la Via Dimai altre volte, il 15 e il 24 agosto 1941 e il 13 luglio 1947.
In quel periodo frequenta la Punta, con compagni diversi anche Alma Bevilacqua, nota al pubblico come Giovanna Zangrandi, scrittrice bolognese di talento ed autrice d’interessanti opere narrative.
Nel 1942 spunta Bruno Verzi Sceco: ha solo sedici anni, si qualifica guida ed è figlio di Angelo e nipote di Agostino, guide illustri. Salirà ancora la “paré” nel 1945, prima di cadere dalla Fessura Dimai sulla Torre Grande.
Il 16 maggio 1943, scrive per la prima volta il suo nome sul libro di vetta un ragazzo che diventerà celebre: Lino Lacedelli, classe 1925, entrato poco dopo negli Scoiattoli, guida dal 1950 e conquistatore del K2.
Il 12 giugno, passa un bellunese che sulle Dolomiti è di casa: Attilio Tissi, salito con la moglie, un amico e Piero Apollonio “Longo”. Tissi tornerà sulla Fiames nel 1947, e morirà in un incidente sulle Tre Cime di Lavaredo nell’agosto 1959.
Il 17 gennaio 1944, inaugurano la stagione Maurizio De Zanna “Toto” (poi Scoiattolo e guida), e Attilio Menardi “Hababi”, capo di un gruppo di giovani che si firmano “Diavoli Cortina” o con altre sigle, “Gatto”, “C.R.C.”, “D.A.G.”, “S.R.C.”.
In questi anni, la “paré” è animata quasi soltanto da ampezzani. Sulla Fiames, quasi come in un’isola dispersa nel tempo e nello spazio, gli echi del conflitto giungono attutiti: valgono solo i camini, i diedri e gli spigoli di una delle più belle cime di Cortina. Nonostante la guerra, nel 1944 vi saliranno settantasei scalatori.
La Punta è sempre una buona fonte di guadagno per le guide: nell’estate ’44 vi sale tre volte Dibona, che il 28 luglio apre anche l’ultima via nuova sulla Punta Michele, con Casara, Cavallini, Otto Menardi e Trenker.
L’attività non cessa neppure nell’oscuro periodo della fine delle ostilità. Nel 1945, richiesto da clienti, Angelo Dibona sale altre tre volte. Sono sempre affezionati alla Via Dimai anche gli Accademici del CAI Otto Menardi e Bepi Degregorio, Presidente per mezzo secolo della Sezione del CAI di Cortina. La ventiseienne Anna Caldart, brava scalatrice che conosce molte vie dolomitiche, sale la parete da sola il 26 luglio: forse è la prima solitaria femminile.
10 agosto 1946: “Marco caro, 28 giorni or sono tu tentavi di scalare questa cima con audacia e indicibile coraggio ma la montagna ti volle per sé e tu lasciasti la tua vita. Qui tra queste roccie io ti ricordo con animo commosso. Luisa”. La frase, scritta da Luisa Aliprandi di Oderzo che è salita con la guida Dino Dibona Pilato, si riferisce alla caduta del sedicenne Marco Dalla Valle, ricordato nel cimitero di Cortina.
Appaiono le guide nate dagli Scoiattoli: i fratelli Alverà, Costantini, Ghedina, Ugo Pompanin, e poi Bianchi e Zardini. Gli “anziani” Apollonio, Barbaria, Degasper, Dibona, Franceschi, Lacedelli, Pompanin, sono sempre sulla breccia.
Sale il “Rosso Volante” Eugenio Monti, che prima di eccellere nel bob fu sciatore e rocciatore; si affacciano i “Ragni” di Pieve, omologhi degli Scoiattoli, e molti compaesani scelgono la Fiames per passarvi una domenica in compagnia.
Passa il francese Pierre Allain, noto per le sue imprese sul Monte Bianco; sale la guida di Misurina Valerio Quinz; lo Scoiattolo Albino Michielli Strobel corre sulla parete da solo in cinquanta minuti; Dino Dibona vi riporta i clienti del padre Angelo.
Il 7 giugno 1951, Ettore Costantini Vecio guida in vetta Giuseppe Richebuono, già cappellano a Cortina e buon alpinista, che quarantanove anni dopo salirà la vicina Costa del Bartoldo, per rivisitare la cima e la croce che la caratterizza.
Il libro finisce il 2 marzo 1952. Si chiude così l’epoca eroica della “paré”, delle guide dell’epoca classica, delle scanzonate compagnie di “Diavoli” e “Scoiattoli”.
La Via Dimai, ripulita dai continui passaggi e resa più sicura da una serie chiodi fissi, continuerà comunque ad essere molto frequentata. Vi saliranno migliaia d’alpinisti, fra cui anche chi scrive, giunto in vetta per la prima volta il 27 maggio 1976 con l’amico Ivo Zardini Laresc, e ritornatovi poi in molte altre occasioni.
Alla fine di questo viaggio nella storia di una via alpinistica, spero che la “paré” non passi mai di moda e veda ancora tante cordate all’opera, con la stessa passione che la Dimai ha sicuramente comunicato agli alpinisti che la scalano dal 1901!

giovedì 10 luglio 2008

“Sentieri d’arte” sul territorio ampezzano

Nell’ambito del CAI Cortina, che istituzionalmente – in sinergia con le Regole e il Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo – cura la conservazione dei sentieri che avvolgono la conca ampezzana, si sta prendendo atto con perplessità di un fenomeno, non nuovo ma ora quantomeno da arginare. Si tratta della segnalatura abusiva di un crescente numero di sentieri, poco frequentati o svolgentisi in zone di elevato valore florofaunistico e per questo particolarmente delicate (guarda caso, sempre nella medesima zona, intorno alla Croda Rossa). Dopo la coloritura dell’accesso alla Croda de r’Ancona dal versante dei Ciadis e del sentiero militare che dalla Strada d’Alemagna raggiunge la cresta delle Ciadenes stando in sinistra orografica del Ru de r’Ancona, è ora la volta di un sentiero più noto. Risulta, infatti, che siano riapparsi i bolli di vernice sul “Sentiero Zero”, tracciato nel 1964 per unire l’altopiano di Fosses con il nuovo Bivacco fisso P. Helbig Dall’Oglio e cancellato una trentina d’anni dopo, per preservare la fragilità dell’ambiente e la predilezione della zona da parte dei selvatici. Pur non essendo di facile soluzione, la questione meriterebbe più attenzione da parte delle autorità preposte, e magari un tentativo bonario di arginatura. Basterebbe individuare i “generosi” artisti e invitarli a canalizzare il loro altruismo nelle iniziative del CAI, che tendono a mantenere i sentieri esistenti, già segnalati e battuti, più che ad aprire alla folla angoli ancora fortunatamente vergini o protetti del nostro territorio.