venerdì 27 agosto 2010

Cianpolongo e Salvaniera, un caso della storia

Il 16/10/1999 Mara Apollonio e Ivano Pasutto, appassionati escursionisti di Cortina che escono spesso dalle piste battute, fecero una scoperta, tanto più interessante poiché totalmente casuale, in una remota plaga del territorio ampezzano.
Salendo verso la Rocheta de Cianpolòngo, una cima posta sul crinale fra Cortina e San Vito, dopo aver visitato il cippo “numero 1” del confine fra le due comunità, a pochi passi dalla vetta gli escursionisti s’imbatterono … in un altro cippo “numero 1”.
Su un lastrone roccioso apparve, infatti, ai loro occhi stupefatti una croce incisa, con la data 1779 e il numero 1, che fa esattamente il paio con quella presente circa 250 metri più in basso, ai piedi del Zigar, piramide visibile anche da Cortina che ebbe un peso di rilievo per definire i confini del territorio, al tempo anche confini fra l’Impero d’Austria e la Repubblica Serenissima.
Di questa duplice pietra di confine è probabile che fino allora nessuno sapesse alcunché. Non fu citata nei suoi pregevoli studi da Giuseppe Richebuono, storico d’Ampezzo; non la trovò né ne fece menzione Illuminato de Zanna, il ricercatore che negli anni ’60 aveva scandagliato per primo i 75 km del perimetro confinario ampezzano; non lo conoscevano i cultori di storia e d’alpinismo che chi scrive volle interpellare.
Il secondo confine “numero 1”, ripassato in vernice e copiosamente fotografato dagli “scopritori” (che l’autore di queste righe ha visitato nel 2000, 2003 e 2004), è andato ad inserirsi come tessera preziosa nel mosaico dell’esplorazione del territorio d’Ampezzo, del quale sovente anche gli stessi residenti sanno poco o nulla.
Pur essendo raggiungibile con fatica ma senza difficoltà di roccia, giacché si mimetizza bene sulla dolomia, evidentemente l’iscrizione sfuggì a coloro che toccarono la vetta dopo il 1779. Non lo notarono, o non ne fecero parola, i cacciatori, i contrabbandieri, i pastori, i rari rocciatori che salirono la cima da S, e gli alpinisti che salgono sulla Rocheta da quando nell’estate 1986, alcuni amici segnarono a minio la via d’accesso e posero in cima una croce e un quaderno per le firme.
Resta ancora da decifrare, e non pare del tutto intuitivo, il motivo di una duplice confinazione. Ad onore del vero, in ogni modo, una citazione illuminante sull’argomento c’è.
Leggendo il “Protocollo” del 20 agosto 1779, che descriveva l’andamento dei confini, i cippi e le distanze intermedie fra di loro espresse in pertiche viennesi (m 1,896), il primo termine del confine Ampezzo - San Vito, quindi Tirolo – Cadore, avrebbe dovuto trovarsi in vetta ad una montagna, la cosiddetta “Rocchetta di Selvaniera”. Il testo originale recita così: “… la linea prosegue per la sommità delle più alte crode fino alla Rocchetta di Selvaniera rupe di grande estensione in continuazione delle crode di Ambrizzola.Ora a fianco detta cima, non potendo arrivare alla sommità, guardando verso Ampezzo fu scolpito il primo termine principale n. 1 ed una croce col millesimo 1779, in distanza dal Sasso di Mezzodì pertiche 1000.” Non è la stessa cosa, ma giacché nella fascia boschiva ai piedi delle Rochetes, sul lato di San Vito, oltre al toponimo “Ciampolongo” si rinviene anche un “Taulà Salvaniera”, il parallelo Salvaniéra – Cianpolòngo pare facile e remunerativo.
Azzardo l’ipotesi che, in prima battuta, i topografi del 1779 avessero iniziato a demarcare i confini sul terreno dal visibile “Zigar”, dopo aver giudicato la Rocheta inaccessibile. Analogo sistema fu poi seguito al termine dei lavori sulla sponda opposta della Valle del Boite. Non riuscendo a salire il fianco meridionale della Croda Marcora (affrontato soltanto nel 1927), gli agrimensori incisero, accanto al cippo numero 10, la nota manina, che traccia una linea di confine immaginaria verso i 3154 m della soprastante Croda.
Considerata in seguito la facilità, in senso alpinistico, della cresta che dalla Rochéta scende verso il Boite, probabilmente già nel medesimo anno i mappatori ritornarono in vetta, dove incisero la “nuova” croce con il numero 1.
L’ipotesi, più che logica, sembra probabile. La pietra di confine della vetta poi, a differenza di quella alla base del “Zigar”, non fu fatta oggetto di ricognizione nel 1852, data della seconda mappatura, e nemmeno nel 1964, da parte di Illuminato de Zanna e amici. I topografi la dimenticarono, o non la conoscevano per niente?
Non essendo citato nel “Protocollo” né in altri documenti, il cippo “ritrovato” undici anni fa pare sia rimasto ignoto e invisibile per oltre duecento anni. Altra soluzione possibile non ho saputo fornire a questo piccolo “giallo” della storia ampezzana, il quale attende ancora una risposta definitiva.

"Antelao in punta di piedi", un libro di Marcello Mason (Idea Montagna, 2010)

... Come cultore delle vicende dell’alpinismo dolomitico, sono lieto di premettere qualche riga a questo libro, che narra un secolo e mezzo di storia della vetta che domina il Cadore.
Il lavoro sarebbe in ritardo, se diamo per assodato che l'Antelao fu salito nel 1851, perché il 150° ufficiale della conquista si doveva ricordare qualche anno fa. Esso giunge comunque a fagiolo, poiché fa da complemento ideale alla storia dell’altro gigante cadorino, il Pelmo, edita nel 2007 dal CAI di San Vito a ricordo di John Ball, che il 19/9/1857 sul “Caregon” aprì le danze per la conquista delle Dolomiti.
In “Antelao in punta di piedi” l’autore, che “il Re” lo conosce bene, disegna un excursus storico, alpinistico e sentimentale sulla massima vetta cadorina, che odora di vita e di passione. Una storia di rocce e ghiacci, ma non solo; soprattutto una storia dedicata a chi visse, lavorò e soffrì ed ancora oggi popola le pendici del monte, in passato ne ebbe sventure (la frana di Taulen e Marceana!), ma anche selvaggina per integrare i magri bilanci familiari, guadagno nel calcarne i versanti guidando clienti facoltosi, ambizione e un po' di gloria per aver legato nomi di cadorini a canaloni, pareti e spigoli della montagna.
Ovviamente oggi, l'Antelao custodisce ancora una risorsa per il turismo cadorino, essendo uno dei “3000” dolomitici più ambiti e frequentati; arricchito da rifugi, bivacchi, falesie e da qualche fune metallica, ma severo e degno di rispetto come oltre un secolo fa.
"Al Nantelou" è una montagna del Cadore; come ampezzano e cultore della storia di Cortina, mi sia concesso però pensarla anche un po’ “nostra”, giacché la prima salita turistica di Paul Grohmann, pioniere della rivelazione dolomitica (18/9/1863), riuscì anche grazie a due eccellenti guide d'Ampezzo: il vecchio Checo e il nipote Sandro Lacedelli da Meleres! La IV salita della Via Ossi-Grohmann (1868) si deve anch'essa ad un ampezzano: quel Santo Siorpaes da Sorabances, che fu per primo su almeno trenta vette delle Alpi Orientali. Un paio di recenti, dure vie nuove sull’Antelao e i suoi satelliti, infine, è ancora merito d’ampezzani. E anche chi scrive annovera la cima fra quelle salite in gioventù ...
Le crode però non dovrebbero avere confini né padroni; sono comunque patrimonio di tutti, e a tutti i lettori che s’immergeranno in questo libro, da cui traspare un amore autentico per una cima che non è solo pietre e non può mancare nel carnet d’ogni alpinista, auguro di ripercorrere con piacere decenni di storia di crode e di uomini.
Marcello ha scritto la biografia di un colosso sul quale si sono misurati audaci cacciatori nell’800, arditi sestogradisti nel '900, atletici freeclimbers nel 2000, ma allo stesso tempo anche migliaia di persone comuni d’ogni dove che, molto spesso con grande fatica, hanno toccato l’alto culmine elevando un pensiero di lode a Chi ha creato il mondo, le montagne e ci concede la possibilità di “andare per esse”.

(dalla Presentazione del libro)

martedì 24 agosto 2010

Chiodi

Nel mio modesto ma appagante curriculum, ho sempre preferito affrontare vie attrezzate: se ne ho percorse di poco chiodate, ho sempre utilizzato quelle diavolerie moderne denominate “nuts” e “friends”, che a prima vista paiono a prova di bomba, ma su molte delle quali comunque non avrei mai voluto volarci … Salvo errori ed omissioni, in vent’anni ho piantato col martello (così si usava, nella preistoria ...) due chiodi: il primo il 14/8/1977, per trovare una sicurezza accettabile in quel tubo ghiaioso senza luce né particolari pregi alpinistici che si chiama “Camino Casara” sulla Torre Toblin in Tre Cime. Il secondo e ultimo il 27/8/1981: si trattava di un chiodo ad anello, che pochi anni fa mi dicono fosse ancora al suo posto, all’inizio della prima lunghezza impegnativa del diedro Consiglio sulla Cima del Lago in Fanes. Come ho detto, nell’arco della nostra attività abbiamo sempre scelto vie con qualche chiodo (Cinque Torri, Col dei Bos, Piz Ciavazes, Popena Basso, Punta Fiames, Sas de Stria, Sas Pordoi, Torre Falzarego, Torri del Sella), vie attrezzate prima con chiodi normali, poi spesso cementati, ma dove più di tanti non ne servivano (Becco di Mezzodì, Cima Grande, Piccola e Piccolissima di Lavaredo, Cinque Dita, Croda da Lago, Gran Campanile del Murfreid, Torre Wundt), oppure ancora vie attrezzate poco, ma a sufficienza (Cima Cason de Formin, Cima del Lago, Cima Piccola della Scala, Creta Cacciatori, Gusela, Punta Col de Varda), oppure vie poco e male attrezzate, dove fu giocoforza integrare le scarse protezioni esistenti con le citate, leggere macchinette anglosassoni (Campanile Dimai, Lagazuoi Ovest, Piz dles Cunturines, Sas da les Nu, Torre Comici, Torre Fanes, Torre Lagazuoi). Forse però è un peccato che in tanti anni non abbia piantato altri chiodi: sicuramente avrei percorso più vie “fuori mano” e, se non pratica di martello, avrei sviluppato almeno un’eccellente muscolatura sugli avambracci, che non sono mai stati il mio forte!

Ernesto Majoni

lunedì 23 agosto 2010

400° post: sul Col de Bocia

Ieri, in una splendida domenica estiva, abbiamo salito una cima senz'altro minore dal punto di vista alpinistico, ma di grande interesse per noi, che cerchiamo cime il più solitarie e tranquille possibile. Se poi sono erbose e offrono anche la possibilità di sdraiarsi e prendere un po' di sole, tanto meglio. La montagna in questione si chiama Col de Bocia, o Col Bocià (2405 m). E' un testone erboso dalla sommità molto ampia ma poco appariscente, e si eleva nel mezzo della Monte de Lagazuoi, percorsa in sinistra orografica dalla pista di sci dell'"Armentarola" che dal Lagazuoi scende a Capanna Alpina. Mentre verso Armentarola il Col presenta una parete percorsa da alcune vie di arrampicata, verso la Monte de Lagazuoi degrada in grandi valloni di magro pascolo e sassi, costellati di tracce belliche, per i quali si vagabonda senza difficoltà in ambiente bucolico. Per salire sul Col, siamo partiti da un piccolo slargo all'interno del primo tornante della strada Valparola - San Cassiano (cartello "Lagazuoi - Rifugio Scotoni"). Per il sentiero 18, in pratica la vecchia strada asfaltata oggi impraticabile, dopo qualche centinaio di metri abbiamo imboccato il 20a per Lagazuoi - Rifugio Scotoni. Dapprima in piano e poi costeggiando le pareti dello Spinarac´ siamo saliti verso Forcella Salares, rimontando a tornanti una stretta gola detritica e arrivando in 3/4 d'ora alla Forcella, piccolo gioiello per l'ambiente e il panorama. Proseguendo per il sentiero verso destra, siamo saliti per balze prative e sassose, aperte verso il Settsass e i monti agordini, fino ad incrociare la pista di sci. Salendo un tratto per le ghiaie di questa, brutta ma non più di tanto fastidiosa, abbiamo incontrato un traliccio metallico, presumo per l´innevamento artificiale. Uscendo dal sentiero battuto, abbiamo deviato a sinistra, traversando prima un valloncello sassoso e intercettando quindi una debole traccia militare verso sinistra, che affianca una modesta parete rocciosa. Aiutandoci con questa e altre tracce ci siamo portati sotto il culmine del Col de Bocia (che non è, come credevamo, quello che si protende verso il Rifugio Scotoni, dove c'è un ometto sul bordo della parete). Guardando in alto, da qui si vede la piccola croce di vetta ormai abbastanza vicina, che abbiamo raggiunto senza via obbligata attraverso balze prative e sassose con numerosi resti di baracche, muriccioli e caverne. Ritengo che il Col de Bocia, pur evidente, abbia poco interesse per gli escursionisti che ne sfiorano le pendici scendendo o salendo tra il Lagazuoi e l´Armentarola, in una zona molto battuta. I vasti pianori e le doline della vetta, pascolo di pecore, sono solitarie e tranquille, e poi Forcella Salares merita una sosta. Dal Col abbiamo goduto di un grandioso panorama sul Piz dles Cunturines e sulle vette del gruppo di Fanes, in primis la Cima e la Torre del Lago e la Cima Scotoni, che sembra quasi di toccare. Dunque, una bella scoperta escursionistica, senza difficoltà e immersa totalmente nella pace e nel silenzio.

sabato 21 agosto 2010

Proposta libraria: "Natura in Valle del Boite - Itinerari", a cura di M. Cassol

Vent'anni dopo “Itinerari naturalistici in Valle del Boite”, la Comunità Montana della Valle del Boite ripropone un manualetto di taglio naturalistico sulla zona di competenza, nell’ambito di un progetto cofinanziato dalla Fondazione Cariverona, per tutelare alcuni biotopi lungo la vallata.
Dopo un’esauriente sezione introduttiva sul territorio e l’ambiente della Valle del Boite, alla quale hanno messo mano Martina Siorpaes per la geografia, Michele Da Pozzo per la geografia, la flora e la vegetazione, Daniele Ebo per il clima, Ivano Caviola per la selvicoltura e Michele Cassol per la fauna, Siorpaes, Da Pozzo, Cassol e Simonetta Vettorel presentano i 9 biotopi, rispettivamente torbiere, laghetti e zone umide, interessati dal progetto di salvaguardia.
Il volume, arricchito da numerose immagini e cartine topografiche, conduce per mano i lettori alla scoperta di una serie di percorsi di valore non solo escursionistico, ma anche paesaggistico, e soprattutto naturalistico-ambientale. Si passa così dal “tesoro d’alta quota” del Lago de Lìmedes nei pressi del Passo Falzarego alla flora del Col de la Sentinela sopra San Vito, per scendere poi alla cascata del Ru de Assola a Borca e proseguire lungo boschi e paludi ai piedi del Pelmo, fra Vodo e Zoppè di Cadore. Le proposte, elaborate da Martina Siorpaes e Simonetta Vettorel, si concludono infine sulle tracce della Grande Guerra nei boschi del Beco de Cuze sopra Vodo.
Il volume, completato da vari box esplicativi sulla flora, fauna, gestione regoliera del territorio, leggende e altro ancora, può fungere da stimolo per chi non cammina tra gli alberi e tra le montagne a testa bassa, ma rivolge anche un’occhiata attenta ai poliedrici e sempre mutevoli fenomeni della natura. Può essere utile al turista che frequenta la valle del Boite tra Cortina e Vodo, ma anche ai valligiani, che spesso conoscono poco l’ambiente fuori degli stretti confini paesani.
“Natura in Valle del Boite” è distribuito dalla Comunità Montana della Valle del Boite, a Borca di Cadore.

Fuori dal circuito: la Cima NE di Marcoira

Andiamo oggi a scoprire una cima che si vede già da una strada trafficata come quella fra il Passo Tre Croci e il Lago di Misurina. Alle sue pendici, molti saranno passati almeno una volta, ma pochi hanno calcato la vetta: è la Cima NE di Marcoira, o Malquoira. Quotata 2422 m, è l´ultimo risalto del ramo "ampezzano" del Sorapis. Verso Tre Croci presenta canaloni, pareti e spigoli, invece verso S scivola con un pendio erboso nell'avvallamento del Ciadin del Loudo, antico pascolo solcato dal sentiero che unisce Faloria con il Lago del Sorapis. Caratterizzata da alcune vie sulle pareti N, aperte da Casara e Castiglioni, la cima ha una "via comune", breve e di poco impegno interessante per il contesto ed il panorama. Come si raggiunge la cima? Da Tre Croci, presso la chiesetta, s'infila la strada sterrata n. 213, lungo la quale corre una nuova pista di fondo. Dopo un tratto pianeggiante, si sale per il bosco, finché la strada, ex militare, termina in uno slargo. Si prosegue per sentiero fino ad un vasto pianoro dominato dalla Zesta, caratteristica per le strane stratificazioni rocciose. Ancora un tratto in salita e poi, seguendo le indicazioni, si imbocca a sinistra il sentiero n. 216, e si risale per una mezz'ora un erto canale roccioso sistemato con travi di legno. Il canale sbocca in Forcella Marcoira (2307 m), fra la Cima SO di Marcoira, gemella della nostra, e le Cime del Laudo. Dalla forcella inizia la via normale, che impegnerà per circa mezz’ora. Seguendo tracce sui pendii si piega a destra, si passano con un po' di attenzione alcuni canalini ghiaiosi che ogni anno cambiano forma e profondità e si mira ad una sella senza nome, dalla quale scende un canalone che divide le due Cime. Proseguendo prima in obliquo e poi diritti scegliendo la linea migliore lungo il pendio erboso, erto ma non difficile, dopo due ore e mezzo scarse da Tre Croci si giunge in vetta. Lassù attendono una rozza croce e un ometto di sassi, sotto il quale c'è un piccolo il libro di vetta. Seduti sul morbido prato, abbiamo davanti i Cadini, il Cristallo, il Lago di Misurina, le Marmarole, il Popena, il Sorapis, le Tre Cime. Per tornare, si rifà al contrario la via di salita. Se a qualcuno il pendio sembrasse troppo ripido, si potrà tenere sul lato destro orografico (verso la Forcella), dove alcune rocce aguzze e un ghiaione agevolano un po' la breve discesa. Da Forcella Marcoira si torna sui passi della salita oppure, se c’è voglia e tempo, attraverso il Ciadin del Loudo si aggirano le cime omonime e fra ghiaie e mughi si raggiunge il Rifugio Vandelli, tornando poi a Tre Croci con un anello di circa 5 ore. Un consiglio se sull’ultimo tratto di salita, dove una scivolata potrebbe dare molto fastidio, si dovesse trovare l'erba bagnata, è più salutare tornare indietro e guardare la cima dal Ciadin del Loudo.

venerdì 20 agosto 2010

Simone Lacedelli, una lunga esistenza interamente dedicata alla montagna

L’unica prima salita nelle Dolomiti legata al nome della guida Simone Lacedelli, noto a Cortina come Scimon Juscia, concerne la Torre Esperia, strambo monolito alto una quarantina di metri nel gruppo del Nuvolao, alle falde del Coston d’Averau. Lacedelli giunse in cima alla torretta l’8/8/1928, con il collega Celso Degasper Meneguto (1903-1984) e le sorelle Apollonio, Emma (1893-1983) legata a lui, e Giovanna (1897-1975), futura consorte del Degasper. Ci risulta che la Torre, battezzata con il nome della villa delle sorelle alpiniste nel centro di Cortina e la cui salita presentò ai quattro una certa difficoltà, non abbia mai riscosso favori fra gli scalatori. Di recente, le vicine pareti della Croda Negra sono state riscoperte e valorizzate dai rocciatori, con numerose vie moderne, divenute in breve abbastanza popolari. Simone Lacedelli, primogenito di Antonio detto Tone d'Arone (1852-1909), guida dal 1893 al 1905, era nato nel 1887, e divenne guida nel 1912. Arrampicò e camminò sui monti fino a tarda età, promuovendo negli anni '50 del secolo scorso le escursioni con guide per valligiani e turisti: a settant’anni, aveva ancora clienti da accompagnare su vie di scarsa difficoltà, come la normale della Torre Grande di Averau. Morì quarant'anni fa, il giorno di San Silvestro del 1970, travolto da un’automobile che non lo aveva visto mentre camminava sotto una nevicata lungo la caotica Via Cesare Battisti a Cortina. Un ricordo di Giovanna Orzes Costa sul numero di Natale 1988 del semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”, ripropose con garbo al pubblico una figura di vecchio alpigiano, mirabile esempio di una lunga esistenza interamente dedicata alla montagna.

giovedì 19 agosto 2010

Spigolo Jori 101

Lo spigolo SE della Punta Fiames, una delle strutture rocciose più caratteristiche valle d’Ampezzo, fu superato 101 anni fa, il 19/8/1909 da Miss Kathe Bröske con la guida Francesco Jori, di Alba di Canazei. Complice soprattutto la sospensione di ogni attività alpinistica a causa della Grande Guerra, sullo spigolo non si avventurò poi nessuno per oltre una dozzina d’anni. Il 3/8/1922 la guida Angelo Dibona Pilato (ormai ultra quarantenne, che aveva ripreso l’attività alla grande, dopo aver svolto il servizio militare su metà dell’arco alpino) si aggiudicò la seconda salita dell’itinerario. Gli erano compagni Enrico Gaspari Becheréto, guida da un anno, e due buoni alpinisti: l'ingegner Giulio Apollonio, che negli anni seguenti conseguì varie benemerenze in campo alpinistico come progettista di bivacchi fissi, e Agostino Cancider. Ai quattro occorsero 7 ore dall’attacco per ripercorrere il tracciato, che stranamente non era stato appannaggio di alpinisti ampezzani. La terza salita spettò ancora ad Angelo Dibona, che la portò a compimento il 6/9/1926 con due clienti, uno dei quali era il Re Alberto del Belgio. Il 29/9/1926 Dibona si aggiudicò poi anche la quarta salita, con il compagno Luigi Apollonio Longo e il britannico Edward de Trafford, mentre la quinta fu anche la prima femminile. Il 15/5/1927, infatti, Marianna Dimai, figlia della guida Antonio (Tone Deo), superò brillantemente lo spigolo in compagnia del fratello Giuseppe, guida da due anni, e del collega Celso Degasper Meneguto, patentato dal 1922. Da allora le ripetizioni della Via Jori non si contarono più, ed essa passa ancora oggi - specialmente nell’ambiente alpinistico tedesco - come una delle più remunerative arrampicate delle Dolomiti.

mercoledì 18 agosto 2010

I due poeti di pietra

Lo sapevate che anche le Dolomiti rendono imperituro omaggio a due sommi esponenti della letteratura mondiale? Un omaggio imperituro o quasi, considerato che per loro natura le rocce si modificano continuamente e crollano, soprattutto quando si tratta di guglie sottili. E le due di cui scrivo sono guglie piccole e sottili, ma sono ancora al loro posto, immobili da millenni, a sorvegliare gli alpinisti che rendono loro una visita. Si tratta di Dante e Virgilio, due torrioni che sovrastano la Forcella della Croda Bianca, nelle Marmarole. I pinnacoli si toccano obbligatoriamente scendendo dalla Croda Bianca, grande cima delle Dolomiti Orientali, “Imperioso pilastro sul fondo della Val Baion. Pala fastosa, dal profilo affilatissimo, sul versante meridionale …” (Luca Visentini). Ho avuto l’occasione di transitare ai piedi dei due poeti di pietra dopo aver ripetuto con mio fratello Federico lo spigolo SE della Croda, una grande avventura di croda. Al limite fra l'escursione impegnativa e la facile scalata, lo spigolo ha compiuto da poco cent'anni e l'anniversario è stato doverosamente festeggiato. Salito il 31/7/1910 dai fratelli calaltini Umberto e Arturo Fanton, è “… una cresta che sale a fil di cielo e armoniosamente va ad esaurirsi nella rotondità della vetta” (ancora Visentini). Sono seicento metri di II e III, con una discesa lunga e contorta, che presso i due poeti pietrificati impone il passaggio più impegnativo della giornata. Dopo una cengia rivolta verso il basso, che sul finire s’interrompe con un tratto friabile ed esposto, quindici metri di roccia solida depositano l’alpinista ai piedi dei due poeti, che da lassù sorvegliano il mondo. Dante e Virgilio si scorgono fin dal Ponte Cadore: ogni qualvolta li rivedo, memore dell'omaggio che anch'io ho reso loro, un bellissimo ricordo mi assale ...

martedì 17 agosto 2010

Torre Wundt, un nome ricco di storia

Forse è la Torre Wundt la cima che personalmente ho amato di più, salendo in vetta per 19 volte nel giro di un quindicennio. Ma essa, fino alla fine del secolo XIX, non si chiamava così. Gli antichi auronzani, sul cui territorio si erge il torrione che sorveglia i pascoli del Ciadin dei Toce, dove un tempo alpeggiavano le pecore della Val d'Ansiei, lo chiamavano Popena Piciol (Piccolo Popena). Chissà perché Popena, visto che le guglie del Popena, la Val Popena alta e bassa, il Passo e la Forcella Popena si trovano proprio sull'altro versante, a cavallo del confine di Auronzo con Ampezzo. A parte questo, soltanto nel 1893 due persone provarono a salire quel torrione che si vede bene già da lontano. Erano la guida di Cortina Giovanni Siorpaes Salvador detto “Jan de Santo”, di anni 24, e il robusto Barone Theodor von Wundt di anni 35, alpinista teutonico con due passioni: le salite invernali e la fotografia. Il torrione, che incombe per circa duecento metri sul Passo dei Toce, venne vittoriosamente salito il 27 giugno, dapprima circuendolo verso N per un canale detritico, poi per cenge, per un pendio di malagevoli rocce ed infine per una ripida, solida parete. Da centodiciassette anni si chiama Torre Wundt, per ricordare ai posteri il pioniere che ebbe numerosi meriti nell'esplorazione delle Dolomiti. Quasi mezzo secolo dopo la prima ascensione, nel settembre 1938, fu tracciato un itinerario da SE lungo la marcata fessura-camino che affianca gli ultimi passi verso il Rifugio Fonda Savio da Misurina. Oggi, quella via è praticamente l'itinerario normale per accedere ai 2517 metri della vetta, che offre un vasto panorama sulle Dolomiti ampezzane e cadorine. Le vie poi si moltiplicarono, ma la fessura Mazzorana resta ancora oggi la più seguita: sei-sette lunghezze di ottima dolomia con difficoltà moderate, sulle quali mi sono sempre divertito con amici.