60 cime per 60 anni: potrebbe essere lo slogan di una nuova iniziativa, e magari fondare una moda per gli appassionati di montagna. Per ora, è la meta raggiunta da Roberto Vecellio, consigliere del CAI Cortina che gira per le crode da almeno mezzo secolo. Dal 15 settembre 2007 al 17 settembre scorso, momento in cui ha festeggiato il 60° compleanno, Roberto ha salito infatti 60 cime, diligentemente registrate in un taccuino. Con i familiari o con gli amici, cime poco note o fra le più gettonate delle Dolomiti, sommità nevose o pascolive, salite d'inverno con le ciaspe e magari anche la corda o d'estate solo con gli scarponi, montagne raggiunte arrampicando o a piedi, in Italia come in Austria, Croazia, Francia, Slovenia, Spagna. Il traguardo è stato toccato con la salita della Croda Camin, nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo. Nessun primato, quindi, né concatenamenti sponsorizzati, né quote astronomiche (l'altezza massima raggiunta è quella del Grossvenediger, 3674 m.); nessuna impresa, anche se alcune cime hanno riservato passaggi delicati e d'impegno magari a quello turistico; soltanto, la grande soddisfazione per un fresco pensionato, di dedicare una montagna ad ognuno degli anni di vita che ha felicemente compiuto, sempre in forma e pieno di progetti, logicamente alpinistici, per il futuro. L'augurio è quello di ripetere l'iniziativa fra un decennio; dieci cime in più non saranno un grande impegno, ma dieci anni in più sulla gobba forse un tantino peseranno! Complimenti vivissimi a Roberto dagli amici del CAI Cortina, il sodalizio al quale dedica energie e tempo da quasi trent'anni, con la speranza che possa realizzare tante altre salite sulle nostre montagne.
Cronache, curiosità, racconti, recensioni, ricordi, segnalazioni e altro sulla Montagna, in primo luogo le Dolomiti d'Ampezzo, ma non soltanto quelle
domenica 21 settembre 2008
mercoledì 17 settembre 2008
"Fonso Surio", amico di montagna
IL 19 dicembre 2001, a seguito di un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli tornando da un concerto, periva Alfonso Colli, per gli ampezzani “Fonso Sùrio”.
Classe 1928 (compirebbe ottant'anni alla fine di settembre), in paese Alfonso aveva una certa notorietà per tre motivi: l’essere uno degli ultimi calzolai di Cortina, professione principale che esercitò fino a settant’anni; l’aver militato, fino al ritiro per cause anagrafiche, nella nostra Scuola Sci; l’aver suonato e sfilato per oltre un quarantennio nel nostro Corpo Musicale.
Io però vorrei ricordarlo principalmente come alpinista, amico e simpatico compagno di tante escursioni sulle nostre vette.
La passione per la montagna lo accompagnò fedelmente per tutta la vita. Più volte mi deliziai ascoltando i sapidi resoconti delle sue escursioni e arrampicate, soprattutto giovanili. Di tutte, me n’è rimasto particolarmente impressa uno, relativo ad una salita che egli compì a vent’anni o giù di lì.
Con l’inseparabile libro del Berti in mano, intorno al ‘50 Alfonso salì da solo la Via Wachtler (aperta ottant’anni prima sul versante ovest della Croda Rossa d’Ampezzo): un percorso che ha messo in crisi fior d’alpinisti, per lo svolgimento lungo e complicato e la roccia spesso insicura.
Negli anni ‘70, già ultra quarantenne, “Fonso” riprese ad arrampicare per alcune stagioni ad alti livelli, legandosi a compagni del calibro di Luciano Da Pozzo, Renato De Pol e Lino Lacedelli.
Nel suo “carnet” poté allora iscrivere itinerari di tutto rispetto: la “Diretta Dimai” sulla Torre Grande d’Averau, lo “Spigolo Giallo” sulla Cima Piccola e la Via Comici-Dimai sulla Cima Grande di Lavaredo, il Pilastro della Tofana di Ròzes, la Via Franceschi-Michielli sul Taé ed altre.
Dopo d’allora, riprese la sua carriera d’appassionato e instancabile camminatore: con lui ed altri amici, ci ritrovammo in decine d’uscite, soprattutto nel periodo che va dal 1984 ai primi anni ’90.
Tra le tante occasioni che condividemmo assieme, mi sovvengono – ad esempio - il Casamuzza in Pusteria, il Cogliàns e la Creta Grauzaria in Carnia, la ferrata del Col Rosà ancora innevata, la via seminuova del 1985 sul versante nord della Croda da Lago, la traversata Forcella Michele - Forcella Cristallino, la Forcella dei Sassi sui Tre Scarperi, la traversata delle Cime di Furcia Rossa per la Via della Pace, la Glődisspitze e la Simonyspitze in Austria, lo “spigolo del Paterno”, la ferrata sulla Pitturina in Comelico, il Pizzocco, il Sasso di Bosconero, il Sasso Rosso di Braies, il Sassolungo di Cibiana, la “nord” della Torre del Barancio, la normale della Torre dei Sabbioni.
Per me, più giovane di lui di trent’anni, il “Surio” fu un compagno affabile, grande innamorato della montagna, sempre pronto alla battuta e allo scherzo, tanto serio e concentrato nelle situazioni difficili quanto spensierato sulla via del ritorno e nelle memorabili tappe in rifugio o a fondovalle.
“Fonso” non amò mai i gruppi numerosi, la confusione, le gite sociali e soprattutto non ripercorse mai per due volte lo stesso tracciato, a parte poche belle cime o ferrate, sulle quali invece tornava volentieri anche da solo.
Negli ultimi tempi c’eravamo persi di vista, almeno in montagna. Oggi, approfitto dell’oc-casione per ricordarlo con molto piacere e gratitudine, attraverso i momenti vissuti insieme sulle nostre crode.
Classe 1928 (compirebbe ottant'anni alla fine di settembre), in paese Alfonso aveva una certa notorietà per tre motivi: l’essere uno degli ultimi calzolai di Cortina, professione principale che esercitò fino a settant’anni; l’aver militato, fino al ritiro per cause anagrafiche, nella nostra Scuola Sci; l’aver suonato e sfilato per oltre un quarantennio nel nostro Corpo Musicale.
Io però vorrei ricordarlo principalmente come alpinista, amico e simpatico compagno di tante escursioni sulle nostre vette.
La passione per la montagna lo accompagnò fedelmente per tutta la vita. Più volte mi deliziai ascoltando i sapidi resoconti delle sue escursioni e arrampicate, soprattutto giovanili. Di tutte, me n’è rimasto particolarmente impressa uno, relativo ad una salita che egli compì a vent’anni o giù di lì.
Con l’inseparabile libro del Berti in mano, intorno al ‘50 Alfonso salì da solo la Via Wachtler (aperta ottant’anni prima sul versante ovest della Croda Rossa d’Ampezzo): un percorso che ha messo in crisi fior d’alpinisti, per lo svolgimento lungo e complicato e la roccia spesso insicura.
Negli anni ‘70, già ultra quarantenne, “Fonso” riprese ad arrampicare per alcune stagioni ad alti livelli, legandosi a compagni del calibro di Luciano Da Pozzo, Renato De Pol e Lino Lacedelli.
Nel suo “carnet” poté allora iscrivere itinerari di tutto rispetto: la “Diretta Dimai” sulla Torre Grande d’Averau, lo “Spigolo Giallo” sulla Cima Piccola e la Via Comici-Dimai sulla Cima Grande di Lavaredo, il Pilastro della Tofana di Ròzes, la Via Franceschi-Michielli sul Taé ed altre.
Dopo d’allora, riprese la sua carriera d’appassionato e instancabile camminatore: con lui ed altri amici, ci ritrovammo in decine d’uscite, soprattutto nel periodo che va dal 1984 ai primi anni ’90.
Tra le tante occasioni che condividemmo assieme, mi sovvengono – ad esempio - il Casamuzza in Pusteria, il Cogliàns e la Creta Grauzaria in Carnia, la ferrata del Col Rosà ancora innevata, la via seminuova del 1985 sul versante nord della Croda da Lago, la traversata Forcella Michele - Forcella Cristallino, la Forcella dei Sassi sui Tre Scarperi, la traversata delle Cime di Furcia Rossa per la Via della Pace, la Glődisspitze e la Simonyspitze in Austria, lo “spigolo del Paterno”, la ferrata sulla Pitturina in Comelico, il Pizzocco, il Sasso di Bosconero, il Sasso Rosso di Braies, il Sassolungo di Cibiana, la “nord” della Torre del Barancio, la normale della Torre dei Sabbioni.
Per me, più giovane di lui di trent’anni, il “Surio” fu un compagno affabile, grande innamorato della montagna, sempre pronto alla battuta e allo scherzo, tanto serio e concentrato nelle situazioni difficili quanto spensierato sulla via del ritorno e nelle memorabili tappe in rifugio o a fondovalle.
“Fonso” non amò mai i gruppi numerosi, la confusione, le gite sociali e soprattutto non ripercorse mai per due volte lo stesso tracciato, a parte poche belle cime o ferrate, sulle quali invece tornava volentieri anche da solo.
Negli ultimi tempi c’eravamo persi di vista, almeno in montagna. Oggi, approfitto dell’oc-casione per ricordarlo con molto piacere e gratitudine, attraverso i momenti vissuti insieme sulle nostre crode.
lunedì 15 settembre 2008
Freddo, pioggia e nevischio, ma i 125 anni del Nuvolau sono stati festeggiati ugualmente!
La temperatura drasticamente crollata, una pioggia insistente e una spruzzata di nevischio, non hanno frenato l'entusiasmo di organizzatori e amici per il 125° anniversario dell'apertura del Rifugio Nuvolau, festeggiato domenica 14 settembre a 2575 m. d'altezza, nell'antica struttura di proprietà del CAI Cortina. Una cinquantina di persone ha sfidato la giornata quasi invernale, giungendo a piedi al Nuvolau per intervenire alla celebrazione. La festa si è svolta in un'atmosfera intima e cordiale, ed è stata affiancata da una festicciola informale per i 70 anni di Uberto Alberti “Lelo”, proprietario e gestore del sottostante Rifugio Cinque Torri. Dopo il saluto del Presidente del CAI locale, Federico Majoni, il Parroco Decano Don Davide Fiocco ha officiato la Messa nella “stua” del Rifugio. È seguito un pranzo conviviale, allietato dalla musica e dalla voce di Guido Mainardi; nell'occasione, oltre al Direttivo della Sezione del CAI, erano presenti, fra gli altri, il vice Sindaco di Cortina Paola Valle, il vice Presidente delle Regole d'Ampezzo Roberto De Zanna e il vice Capostazione del Soccorso Alpino di Cortina, Roberto Santuz. Durante la giornata ha funzionato anche un ufficio postale in quota, in cui due gentili signore hanno distribuito un'apprezzata cartolina realizzata da Emilio Bassanin, con l'annullo a ricordo della ricorrenza. Conclusa la stagione, il Rifugio Nuvolau - lodevolmente gestito dal 1973 da Mansueto e Giovanna Siorpaes - si prepara a riaprire nel 2009, per un altro anno di lavoro al servizio degli escursionisti e degli alpinisti, che da lassù possono godere un panorama veramente unico sulle Dolomiti.
sabato 13 settembre 2008
L'albero bucato
Nel 1994 un Regoliere attento, che da anni va cercando fuori dei sentieri battuti preziosità storiche, naturalistiche e alpinistiche, a 1850 metri nella zona della Tofana III scovò una curiosità: l’“albero bucato”, vera e propria garitta con annesso trinceramento, che un soldato ignoto incavò pazientemente all’interno di un tronco sulle pendici degli Orte de Tofana. Da allora l’albero, difficilmente raggiungibile per chi non abbia gambe e non sappia almeno dove iniziare la ricerca, e soprattutto nella stagione calda, quando la vegetazione circostante lo soffoca, è divenuto una “star”. Visitato da moltissimi curiosi locali e non, descritto e fotografato su giornali e riviste, è stato persino munito di un “libro di vetta”, che registra le salite di appassionati. Quando giunsi lassù per la seconda volta (estate 1996), il complicato e poco intuitivo percorso d’accesso era stato addirittura agevolato in parte con spezzoni di nastro colorato da cantiere, annodati su alberi e arbusti! Mi chiedo sempre se questo “cancan”abbia avuto un senso. Sarà anche vero che l’albero bucato costituisce una rarità storica, un prezioso reperto bellico, un interessante monumento naturale, una bella testimonianza dell’ingegno umano, un rifugio nella solitudine che ha pochi eguali, ma forse a questo punto si dovrebbe tacerne. L’impervia pala su cui sorge fa parte di un ecosistema unico e fragile, ha già sofferto in guerra e non merita di essere sottoposta a ulteriori pressioni. Per di più, qualche scienziato, per salvare la memoria del reperto, è giunto a proporre di scalzarlo dall’alloggio naturale (dove resiste da quasi novant’anni) e “trapiantarlo” in un Museo a fondovalle … A mio parere, oggi sull’albero, dopo anni che se ne è parlato,è giusto sia calato il silenzio. Non pubblicizziamolo ancora né pubblichiamone più immagini, non segnaliamolo più di quanto è stato fatto, non costruiamo un divo. Chi lo conosce lo indichi pure ad altri, ma non si vada mai su in tanti, non si faccia baccano, non si sporchi. Chi visiterà quel luogo, sia tutt’uno con l’isolamento degli Orte de Tofana…
giovedì 11 settembre 2008
Bar Pierosà, un balcone sulle Dolomiti (in ladino d'Ampezzo)
Lassù, sote l col che i ciamon “El Picheto”, agnoche fin ‘sà alcuante anes l ea doi gance par se montà, na ostaria che r é deentada un restorante epò un ciasamento de lusso e tanta ‘sente che ‘sia coi schie, propio sun chi “canpete” agnoche ci che scrie, e trope come el, i à inparà a vienì ‘sò a spazagnee par el toco, l inverno passà i à daerto un local. El “Bar Pierosà”, che Paolo Bellodis Smalzo el s à insonià par undesc ane de vede fenì, l à fato ormai ra seconda stajon e l tienarà daerto deboto duto l an (ma via par l istade, Paolo, guida dal 1984, l à dito che el no po fei demanco de ‘sì in croda). Inze l piazal de Pierosà, cuatro pasc sora ra stazion, l é vienù su na ciaseta noa che ra sà da larià, con funestres da agnoche se vede fora ra val intiera. “Ogni funestra ra somea un cuadro” l à dito Paolo, canche l m à fato vede ra so fadia. Inze l Bar, projetà dal architeto Gretchen Alexander e fato su dai marangoi Majoni de Mano, l é toura pizores e cuadrates: sun duta ra plotes l é fotografies de crodes in bianco e negro, una pi bela de cher outra. Cardee de saé assei del mè paes, ma does no son stà bon de capì agnoche es é stades tolestes 'sò, e m à tocià me l fei dì da Paolo, che ra val el ra ’sira da anes anche el! Canche te te scentes, daos t as duto l Pomagagnon, a man dreta Tofana, visavì ra Tores de Potor, co r Ingleje che somea un corno, e pi indalonse Croda da Lago, ra Rochetes, insoma dute chi merle de dolomia che insoasea ra nostra val. Cemodo podone pensà che un sito coscita el no feje ra voia? A Pierosà và su vorentiera forestiere e anpezane; l é piaza da ‘suià pa ra famea, fin che mares e pares i ciapa l sol; l é da magnà e da bee. Ci che i piaje ra crodes el po fei doa ciacoles con Paolo, "Schirata" e ex Capo del nosc Socorso; Corso Italia l é coscita pede che vo esse manco de diesc menute a pè: ma fosc l é meo restà lassù fin che l sol el và a fiorì. Te sos pede ra ciases, ma te somea deboto de esse intrà ra crodes. Brao Paolo, e bon laoro!
mercoledì 10 settembre 2008
Piero de Jenzio, Bergfuehrer
Quest'anno è ricorso il centenario della scomparsa di un protagonista dell'alpinismo dolomitico fra il XIX e il XX secolo: Pietro Antonio Dimai Deo, noto in Ampezzo come Piero de Jenzio. Intento di queste righe è ricordare la bella figura di un pioniere della montagna, al quale sono attribuite 12 prime ascensioni, due prime invernali e molte salite su tutte le Dolomiti. Piero era nato a Chiave, ai piedi del Pomagagnon, l’8 settembre 1855 da Fulgenzio Dimai Deo e Maria Francesca Apollonio, in una famiglia donde uscirono ben 7 guide alpine. Il padre e lo zio Angelo, consacrati da Paul Grohmann, furono fra gli antesignani della scoperta dei nostri monti e il 28 settembre 1864 guidarono il viennese sulla più alta cima dolomitica, la Marmolada. Divennero guide anche Arcangelo (nel 1877) e Antonio (nel 1888), figli di Angelo, Angelo junior (nel 1922) e Giuseppe (nel 1925), figli di Antonio. Pietro viene autorizzato ad esercitare la professione nel 1874. Sarà il primo ampezzano a conseguire il traguardo a soli 19 anni: dopo di lui toccherà a Pietro Siorpaes (nel 1887), Celso Degasper (nel 1922), Bruno Verzi (nel 1945), Modesto Alverà (nel 1976), Massimo Da Pozzo (nel 1986). Con il padre, lo zio, il cugino, Santo Siorpaes (suo futuro suocero), Alessandro Lacedelli, Giuseppe Ghedina, Angelo Menardi e Angelo Andrea Zangiacomi (manca Giovanni Barbaria, patentato nel 1875), Piero compare nel primo elenco delle guide d’Ampezzo, pubblicato il 1° marzo 1876. Grohmann però lo aveva ritenuto degno d’attenzione già da tempo: “Devo ricordare i figli di Angelo e di Fulgenzio Dimai e cioè Arcangelo e Pietro Dimai, due bravi giovani. Penso che soprattutto il primo potrà diventare una guida eccellente”. Dimai fu attivo in montagna fino a tre mesi prima della scomparsa, avvenuta per malattia il 5 gennaio 1908. Riscosse numerosi successi, ed oggi il suo nome rimane scolpito a chiare lettere nel libro d’oro dell’alpinismo ampezzano e dolomitico.
lunedì 8 settembre 2008
Cronaca di un salvataggio fortunato
27 anni fa di questi giorni, ai primi di settembre 1981, alcuni ampezzani salirono sul Piz Popena con l'intenzione di recuperare il libro di vetta, posto lassù nell'estate 1910 e ricco di firme di illustri scalatori. Il documento è oggi custodito gelosamente negli archivi del CAI Cortina: oltre ad esso, gli ampezzani portarono a valle anche una bella serie di biglietti da visita, lasciati in vetta da alpinisti, in prevalenza stranieri, dalla fine del XIX secolo. Scorrendo i biglietti, molti dei quali, purtroppo rovinati dalle intemperie, si leggono a stento, ne individuai numerosi di guide locali. Il più curioso, scritto in francese, fu lasciato nel 1906 da “Ange Gaspari, guide du Club Alpin”, Angelo Gaspari Moròto, caduto sul Cristallo nel 1911 per salvare il cliente in difficoltà. Bortolo Barbaria Zuchin, che salì sul Popena ancora nel 1939, “speaks English”; Angelo Colle Neno è “guida del CAI”. Un altro apparteneva a Florindo Pompanin de Checo, guida dal 1905 al 1914, un altro interessante fu lasciato il 26 agosto 1899 da “Bruno Wolf cand. Iur.” (laureando in giurisprudenza), condotto in vetta da Alessandro Lacedelli da Melères, al tempo l’unica ancora in attività tra le guide che avevano operato al servizio dei pionieri delle Dolomiti. Nel 1899 Lacedelli aveva 63 anni, ed evidentemente, ammaliato dal fascino della roccia, saliva ancora le sue montagne. Dai biglietti, oltre a tanti nomi interessanti sia di guide sia di clienti, si evince che tra il 1800 e il 1900 il Piz Popena – montagna non semplice, la cui ascensione rimane sempre un’avventura lunga e complessa – era abbastanza frequentato. Le vie seguite allora (ma ancora oggi) erano due: quella tracciata da Whitwell con Santo Siorpaes Salvador e Christian Lauener nel 1870, e la “Via Inglese”, aperta nel 1898 da Phillimore e Raynor con Antonio Dimai Deo, Zaccaria Pompanin de Radeschi e Michl Innerkofler jr.
venerdì 5 settembre 2008
Caro prof, educazione, altro che consumismo! (Lettera al "Corriere delle Alpi, 5/9/08)
Il CAI Cortina, direttamente chiamato in causa come proprietario del Rif. C. Giussani a Forcella Fontananegra (Tofane), replica alla lettera indignata del “Prof. Oliviero Piccinelli Albino – Bergamo”, apparsa sul Corriere il 30/8. Il professore lamenta di aver dovuto pagare ben 3 euro per “sedersi al tavolo e consumare i propri panini al Rifugio, mentre fuori imperversava un tremendo temporale”. ”Rifugio alpino a 2600 e devo pagare 3 euro per mangiare al sacco? Ma dico scherziamo? La Sezione replica che, a 2600 come a 700 m. di quota, un rifugio alpino, gestito per passione ma soprattutto in vista di un introito, non è certamente a disposizione di chi entra, magari si accomoda con le proprie mercanzie davanti alla stufa e poi consuma dal proprio sacco, ma soprattutto pretende di farlo gratis! Il professore poteva certamente accomodarsi al tavolo, riparandosi dal temporale e godendo della stufa accesa, ma ordinare magari un caffè, per accompagnare i propri panini. Questo non è “il consumismo più becero, la sindrome dell’accumulo di denaro”, ci pare semplice educazione e rispetto del lavoro altrui. Qualsiasi rifugio alpino, dalle Alpi Marittime alle Giulie, si comporterebbe nella stessa maniera: il tariffario è stabilito ogni anno dal CAI Centrale in accordo con le Sezioni, è esposto al pubblico e funge da regola per tutti, sia per chi contribuisce alla gestione dei rifugi pranzando o soggiornandovi, sia per chi pretende di fruirne gratuitamente occupando i tavoli con i propri panini.
Respingiamo, ovviamente, l’ironia del professore, invitandolo - in caso d’altre soste in rifugi del CAI – a collaborare al funzionamento delle strutture anche con 3 euro, che comprendono le spese di riscaldamento, l’occupazione del posto a sedere, la pulizia dei pavimenti e quant’altro: altrimenti, esistono i bivacchi fissi, dove ognuno può accomodarsi al riparo dai temporali e consumare i propri panini senza nulla dovere a nessuno.
Distinti saluti.
CAI Cortina d’Ampezzo
Respingiamo, ovviamente, l’ironia del professore, invitandolo - in caso d’altre soste in rifugi del CAI – a collaborare al funzionamento delle strutture anche con 3 euro, che comprendono le spese di riscaldamento, l’occupazione del posto a sedere, la pulizia dei pavimenti e quant’altro: altrimenti, esistono i bivacchi fissi, dove ognuno può accomodarsi al riparo dai temporali e consumare i propri panini senza nulla dovere a nessuno.
Distinti saluti.
CAI Cortina d’Ampezzo
giovedì 4 settembre 2008
Chiare, fresche, dolci acque ... a 2273 metri
Su questo blog (v. notizia del 4.02.2008) e su "Ciasa de ra Regoles", notiziario delle Regole d'Ampezzo, ho posto un quesito sulla nascita e la durata della straordinaria pozza d'acqua limpida e trasparente, che occupa una grotta artificiale al sommo dei Tonde de Cianderou, sulle pendici della Tofana III. L'articolo indusse alcuni lettori, che conoscono il sito per averlo visitato, a cercare una risposta all'interrogativo, che però - da un punto di vista strettamente scientifico - non ho ancora avuto. La gentile amica Silvana mi ha confermato che ha visitato da poco la pozza, che è sempre al suo posto, limpida e trasparente, e che il livello dell'acqua si attesta oggi sui 30 cm. circa. Sarà a causa dell'estate piovosa, o delle supposizioni ragionate sulla presenza di vasi comunicanti, o chissà per quale altra ragione storica o scientifica; il fatto è che i Tonde de Cianderou conservano una perla naturalistica d'indubbio interesse, e facciamo voti che a nessuno venga mai in mente di danneggiarla!
lunedì 1 settembre 2008
Successo per l'escursione del CAI Cortina del 31 agosto
I coordinatori dell'escursione ringraziano i soci e gli amici che domenica 31 agosto hanno preso parte alla salita del Corno d'Angolo, poco nota cima del sottogruppo del Popena: per l'ottima riuscita della giornata, che ha visto la ripetizione di un breve itinerario inedito per tutti i partecipanti, escluso uno; per l'affiatata ed allegra compagnia, formata da 19 persone venute anche da lontano; per la conclusione dell'escursione a Malga Misurina e a Pierosà.
Auspicando per il futuro altri incontri di questo genere, con l'occasione il CAI Cortina segnala l'ultima escursione di questa stagione, in compagnia degli amici di San Vito di Cadore.
Domenica 19 ottobre è previsto il "giro de le casere de Ospedal" (Pra de Bosch, Girolda e Valbona, gruppo del Bosconero), una gita senza difficoltà, nell'ambiente pastorale ormai abbandonato della mezza montagna in Canal del Piave. Info: segreteria@caicortina.org
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