Credereste che nell'empireo delle Dolomiti, a meno di un'ora di ripida salita da un frequentato rifugio abbastanza vicino ad una strada carrozzabile, possa ancora esistere una forcella priva di tracce da entrambi i versanti, scevra da valorizzazioni umane e ricca di abbondanti testimonianze dei bovini che scorrazzano in zona? Ebbene sì, questa forcella c'è: si chiama Costantiol o Colsantiol, tocca la modesta quota di m. 2140 e divide il Col de la Puina a sud dai Crépe dei Béche a nord: siamo nel gruppo del Pelmo e in Comune di San Vito di Cadore. Lungi da me volerne fare pubblicità (che comunque non sarebbe granché dannosa ...), ma qualcos'altro bisogna pure che dica. Su entrambi i versanti, cioé verso la Val Fiorentina e la Val del Boite, da Forcella Costantiol scendono ripide e faticose pale poco calpestate dagli umani, a parte qualche cacciatore o escursionista curioso. Essa poi non dà accesso a grandi traversate o ascensioni: verso il Col de la Puina sale una ripida cresta di 114 m. di dislivello, che circa a metà s'impenna con roccette e impone di deviare verso sinistra su erbe e instabili detriti per uscire sulla labile, ma più mansueta traccia della via normale. Credo che forcelle così non ce ne siano moltissime, almeno qui da noi: sarebbe il caso d'impegnarsi tutti affinché restino sempre come sono.
Cronache, curiosità, racconti, recensioni, ricordi, segnalazioni e altro sulla Montagna, in primo luogo le Dolomiti d'Ampezzo, ma non soltanto quelle
martedì 29 settembre 2009
mercoledì 23 settembre 2009
39 anni fa veniva scalato il Diedro Dallago sulla Cima Cason de Formin
"Un grande diedro di roccia solida, ricco di clessidre, che consente una bella arrampicata di quarto grado. Nel primo tiro c’è un solo passaggio più difficile (5°), ma questa lunghezza si può evitare attaccando 20 m più a sinistra e salendo per rocce gradinate. Non effettuare la salita dopo piogge recenti." E' solo una delle tante relazioni, tratta da Internet, del diedro nord-est della Cima Cason de Formin, nel gruppo della Croda da Lago. Penso che sia una delle più soddisfacenti arrampicate classiche effettuabili intorno a Cortina, e la ricordo perché fu aperta come oggi, mercoledì 23 settembre di 39 anni fa. Primi salitori del diedro furono la guida Franz Dallago Naza (uno dei più grandi conoscitori del Gruppo della Croda da Lago, dove ha tracciato decine di vie nuove) e l'amico Dino Constantini Ghea. Originariamente l'itinerario, lungo circa trecento metri e che non giunge su una vetta ma su una cengia sotto il cocuzzolo sommitale, fu valutato IV con un tratto iniziale di V e superato con un unico chiodo. Oggi la valutazione rimane comunque quella (D secondo la scala moderna); mi dicono che i chiodi presenti sono sempre pochi, e il primo tratto quasi sempre si evita sfruttando la via di Angelo Dibona, che sale a sinistra ed è un po' più facile. Il Diedro Dallago è una via alla vecchia maniera, logica e su roccia ottima; peccato che il diedro si trovi all'ombra, quindi sconsigliabile in giornate fredde o umide. Fra il 1982 e il 1987 lo ripetei diverse volte con gli amici. Come per la gran parte delle classiche che frequentai in quegli anni, anche di quell'atletico diedro, dopo tanto tempo, conservo un bel ricordo.
martedì 22 settembre 2009
Cento anni fa moriva Antonio Lacedelli, portatore alpino.
Due lapidi di marmo bianco nel cimitero di Cortina ricordano le guide alpine e i portatori scomparsi, dal capostipite Francesco Lacedelli Checo da Melères, che nel 1863-1864 salì con Paul Grohmann la Tofana di Mezzo e di Rozes, l’Antelao, il Pelmo e il Sorapis, ad oggi. Per inciso, alla lista mancano ancora tre guide: Luigi Piccolruaz Nichelo, il cui nome finora è stato inspiegabilmente dimenticato, e le ultime due scomparse in ordine di tempo, i fondatori degli Scoiattoli Albino Alverà Pazifico (Boni) e Luigi Ghedina Broco (Bibi), che ci ha lasciato nell’agosto scorso. Ai cultori delle statistiche, le lapidi ricordano anniversari, legati a persone e avvenimenti di maggiore o minore rilievo, ma sempre interessanti per riannodare i fili della storia valligiana, dalla seconda metà dell'Ottocento in poi. Alla fine di quest’anno, ad esempio - dopo il centenario della scomparsa della guida Giovanni Cesare Siorpaes Jan de Santo - ricorre quello di un portatore, del quale non si sa molto: Antonio Lacedelli, più noto secondo l’usanza paesana come Tone d'Arone. Fratello maggiore di Giuseppe, insegnante presso l'Imperial Regia Scuola Industriale che con il medico Angelo Majoni Boto e il maestro Bruno Apollonio Nert compilò la pregevole Ampezzo und seine Umgebung - Guida della Valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni (uscita in versione italiana e tedesca da Strache, Warnsdorf und Haida, Wien 1905), Antonio era nato nella vila di Val de Sote il 6 gennaio 1852. Soprannominato da Rone, o meglio d’Arone (un patronimico forse legato alla biblica figura d’Aronne; oggi il casato porta un altro appellativo, Juscia), Antonio lavorava come falegname ebanista per conto del fratello, che fu un pioniere dell'importazione a Cortina dell'arte indiana, oggi scomparsa, del tar-kashi. Il nostro allestiva i lavori in casa e poi li consegnava ai colleghi per l'esposizione e la vendita. Per rimpinguare il magro bilancio domestico e sostenere la numerosa famiglia, dal 1893 al 1905 Lacedelli fu autorizzato a prestarsi anche come portatore alpino. Il suo nome compare quindi nella Tariffa per le guide di montagna del Distretto Giudiziario d'Ampezzo, approvata nel 1898 dall'Imperial Regio Capitano Distrettuale Rudolf Ferrari e inserita in calce alla citata Guida. La tariffa comprendeva 78 possibilità di ascensioni, dalle più semplici alle più impegnative, e 80 escursioni con vetture o cavalli a sella, a Cortina e nel circondario; in quel periodo le guide autorizzate disponibili erano 23, più cinque aspiranti. Come gli altri colleghi portatori (nel 1898 ve n’erano tre: Angelo Dandrea Bijo; Antonio Menardi Tonin Selo; Gasparo Alverà Napoli), quasi certamente Tone d’Arone non si cimentò mai su cime e itinerari di alto livello tecnico, ma è facile supporre che i blasonati colleghi si servissero spesso della sua collaborazione per soddisfare le richieste dei clienti. Per una dozzina di stagioni, Lacedelli si caricò quindi i bagagli e le vettovaglie dei facoltosi sciore, accompagnandoli in lunghe e faticose traversate tra Cortina e le valli limitrofe. Antonio guidava i “touristi” coprendo anche cinquanta chilometri a piedi in una giornata, soprattutto attraverso le “montagne basse”, i passi dolomitici dove oggi transitiamo comodamente in automobile, senza più renderci conto della portata degli impegni di quei valorosi montanari. Facciamo qualche esempio, avvertendo che il calcolo comprende anche il viaggio di ritorno. Da Cortina a Caprile per il Falzarego, lungo la carrareccia che un secolo fa divenne la “Grande Strada delle Dolomiti” (82 km, una giornata e mezza, 15 corone); da Cortina a Caprile, ma per il Giau (68 km, una giornata e mezza, 13 corone); a Pieve di Livinallongo per il Falzarego (62 km, dodici ore, 12 corone); a Campitello di Fassa per il Fedaia (ben 129 km, tre giornate e mezza, 26 corone); a San Cassiano in Badia per il valico di Tra i Sassi o Valparola (58 km, due giornate, 13 corone), a San Vigilio di Marebbe per il valico di Rudo o Fodara Vedla (due giornate, 16 corone). Probabilmente, qualche volta Tone fece anche da “porta scarpe” per i clienti impegnati in ascensioni con guide titolate. A loro, dopo aver raggiunto per le vie normali le montagne sulle cui pareti si svolgevano le ascensioni più alla moda (la Via Inglese in Tofana di Mezzo; la Corry sul Col Rosà e la Phillimore sulla Costa del Bartoldo; la Pott sulla Punta della Croce; la Heath sulla Punta Fiames e la Eötvös sulla Tofana di Rozes, e altre), i portatori facevano trovare le calzature chiodate per il rientro a valle. Il fisico del portatore non resse però al prolungato affaticamento, tanto che nel 1905 Lacedelli fu costretto a lasciare l'attività. Si affidò alle premurose cure del dottor Majoni, ma presto il suo cuore cedette, e il 20 dicembre 1909 si spense a soli cinquantasette anni. Qualche nota ora sul mestiere di portatore alpino (Träger). Promosso talvolta guida per i meriti acquisiti sul campo, se non particolare abilità nella scalata, il portatore doveva conoscere bene le carrarecce, le mulattiere, i sentieri che scavalcavano valli e montagne, ed essere avvezzo a grandi fatiche. Le guide, infatti, erano obbligate a portare pesi fino a 8 kg senza ulteriore compenso, e l’eventuale peso aggiunto era compensato con 0,10 corone per kg e per ora, mentre il portatore doveva portare fino a 15 kg e, per l’eventuale sovrappeso di cui si fosse caricato, percepiva un compenso di 0,20 corone per kg e per ora. Sappiamo comunque, da fonti affidabili, che non di rado i bagagli accollati ai portatori alpini potevano raggiungere anche i 40 chilogrammi. Ai primordi della storia alpinistica l'attività di queste figure - un viaggiare spesso monotono, di solito privo di memorabili imprese e per questo anche avaro di documenti, che consentano di ripercorrerne la storia - costituì un oscuro, fondamentale impulso alla conoscenza delle Alpi. Fino agli inizi del ’900, quindi, anche Tone d'Arone con le sue camminate attraverso le montagne svolse una parte di rilievo nell’esplorazione delle Dolomiti. Stranamente però, nei due ritratti più noti del gruppo delle guide ampezzane (datati 1893 e 2 novembre 1901), accanto ai colleghi non compare. Antonio aveva sposato Rachele Saba Menardi (1866-1954), sorella di Sigismondo (Mondo de Jacobe, guida in esercizio dal 1899 al 1914 e poi emigrato in Austria), che gli diede otto figli. L'ultimogenita Maria, scomparsa lo scorso anno quasi centenaria, in pratica non conobbe il padre mentre il figlio maggiore Simone - 1887-1970, noto come Scimon Juscia -, dal genitore ebbe in eredità la vocazione per la montagna. Con il coetaneo Alessandro Cassiano Zardini Noce, travolto da una valanga nel 1916 sulla Marmolada, fu l'ultimo ampezzano autorizzato dal governo austro-ungarico ad esercitare la professione di Bergführer (1912), che svolse fino ad età avanzata. Ancora nel 1955 lo s’incontrava con i clienti sulla Torre Grande d’Averau. All'inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso promosse le escursioni accompagnate, che tanto successo avrebbero riscosso avvicinando al mondo alpino adulti e bambini di ogni condizione sociale e capacità. Ritornando al nostro Tone, ci dispiace che sia difficile ricostruire la vita e le opere sue e di altri valligiani sfuggiti alle cronache, perché i portatori e guide “per montagne basse”, le guide aspiranti e, tutto sommato, anche i “vetturali” (la Guida sopra citata ne elencava 28), vivacizzarono l'epoca d’oro del concorso dei forestieri, contribuendo a costruire il destino turistico della valle d’Ampezzo. Chi scrive, ormai da qualche anno s’interessa di quei pionieri della montagna - soprattutto ampezzani, ma non soltanto quelli - che, avendo fatto parlare e scrivere troppo poco o nulla di sé, fra non molto inevitabilmente precipiteranno nell'oblio.
martedì 15 settembre 2009
Neve di settembre.
Oggi a Pomedes la neve caduta l'altra notte si era già sciolta (ma la Tofana di Rozes non si scorgeva ...); al Lago di Federa, sul Becco di Mezzodì, sulla Croda da Lago invece il terreno era ancora tutto bianco. Per non parlare del Nuvolau, dell'Averau e ovviamente dell'Antelao, del Pelmo, del Sorapis ... I nostri vecchi dicevano "canche gneeghea su ra foia, vien un inverno che fesc ra voia" (occorre la traduzione?). Dunque, chissà se, dopo questa nevicata troppo, troppo precoce, dovremo sospirare l'arrivo di un inverno "normale". Nel frattempo, stiamo pensando dove poter andare la prossima volta, senza bagnarci troppo!
lunedì 14 settembre 2009
Cinque croci per cinque vette che guardano San Vito di Cadore.
Da ieri, cinque croci metalliche, poste in vetta ad altrettante montagne dolomitiche che guardano San Vito, fanno buona guardia agli alpinisti che raggiungono le vette nei gruppi dell'Antelao, del Pelmo, del Sorapis e delle Marmarole. Le nuove croci sostituiscono quelle esistenti, alcune delle quali rovinate dagli anni, dal maltempo e dall’incuria. Prima che un elicottero della Elifriulia le portasse sui basamenti già predisposti, c'è stata la benedizione impartita dal pievano don Riccardo Parissenti sul sagrato della parrocchiale di San Vito, gremito di fedeli e con la presenza dei gruppi volontaristici paesani. «Per i credenti è il simbolo della fede che, dal punto più alto della montagna, indica la via del cielo e dell’elevazione - ha detto don Riccardo -. Esse richiamano una meta ottenuta con fatica e rappresentano anche la solidarietà e l’amicizia. E' una presenza fraterna, l’invito all’amore che, consapevolmente o inconsciamente, è stato cercato salendo la montagna». Ora in vetta all’Antelao (m. 3263), al Sorapis (m. 3205, situato in comune di Cortina, ma con via normale sul versante di San Vito), al Pelmo (m. 3168), alla Croda Marcora (m. 3154) e alla Cima Bel Pra (m. 2917) c'è una croce dell’altezza di m. 2,30, con un contenitore col libro di vetta, per la registrazione di firme e commenti degli alpinisti che hanno scelto le montagne intorno a San Vito per le proprie ascensioni. L'iniziativa è stata del Cai sanvitese, del Gruppo Rocciatori Caprioli e del Soccorso Alpino; ma per raggiungere l'apprezzabile risultato hanno collaborato in modo concreto alcuni volontari e soprattutto un gruppo di amici di San Vendemiano, nella marca trevigiana, legati da fraterna amicizia ai rocciatori sanvitesi (articolo di Bortolo De Vido, tratto da Il Gazzettino del 14 settembre 2009. Grazie.)
Beco de ra Marogna, uno spicchio di mondo a parte.
Proprio ieri l'amico Carlo è salito sul Beco de ra Marogna, guglia secondaria del Nuvolau, che si nota dalla strada del Passo Giau.e - più che all’alpinismo - interessa alla storia, perché per quattro secoli fu confine di stato, ed oggi marca il limite fra i pascoli cadorini di Giau e il territorio regoliero d’Ampezzo. Carlo ha ripercorso passi che personalmente hanno coronato diverse volte una gita pomeridiana in uno splendido bosco della nostra conca, quello del Forame. Mi piace sapere che anche lui abbia calcato quella piccola cima solitaria, e la notizia ha risvegliato in me un bel ricordo di una ventina di anni fa quando, in un giorno di febbraio, salii con un paio d’amici il Beco per la prima volta d'inverno. Un tempo il picco, quotato 2271 metri, non aveva un nome. L'oronimo Beco de ra Marogna/Becco (della) Muraglia gli fu dato durante la Grande Guerra, giacché la celebre Marogna de Giou/Muraglia di Giau trova ai suoi piedi uno dei due capisaldi d’inizio. Non so chi abbia salito per primo quella punta, dove nel 1972 la guida Franz Dallago ha tracciato una breve via di III/IV, e nel 1996 è tornato per apportarvi anche una variante. La via d'accesso alla cima si risolve in una parete inclinata e friabile, con difficoltà che si aggirano sul I per una cinquantina di metri. So di averne fatto, oltre a tre o quattro estive, anche una salita invernale: non sarò stato il primo, ma ricordo che l’inverno asciutto di quell’anno e la voglia di respirare un’aria diversa ci spinse a calcare quel dentino che spunta dal bosco, dove il silenzio dei luoghi e la visuale dalla vetta sono un bene prezioso.
sabato 12 settembre 2009
Ottavo grado sul Becco di Mezzodì
Apprendiamo con piacere che lo scorso 29 luglio Carlo Alverà "Pazifico" (Gruppo Scoiattoli di Cortina) e Federico Svaluto hanno aperto una via nuova sulla parete NW del Becco di Mezzodì, di fronte al Rifugio Croda da Lago - Gianni Palmieri, gestito da Modesto e Monica Alverà, genitori di Carlo. La via, dedicata alla guida alpina Nicola Molin, zio di Carlo recentemente scomparso, ha uno sviluppo di 285 m. e supera il grande e caratteristico tetto che contraddistingue la parete NW. La roccia, secondo i primi salitori, è quasi sempre ottima e l'itinerario - aperto con chiodatura mista a spit e tradizionale, in sette lunghezze ed una più facile - presenta difficoltà massime di VIII-/A1 (VII+ obbligatorio). La quarta lunghezza, che supera il grande tetto, è ancora da liberare completamente. Chi scrive aveva avuto il "sospetto" che sul Becco qualcosa si stesse muovendo lo scorso 16 luglio, quando - trovandoci al Rifugio Croda da Lago per un servizio televisivo, aveva visto con il binocolo Carlo in parete. Quindi, bravi ai due giovani che hanno "riscoperto" la ormai poco frequentata "Zieta", dopo 13 anni dall'ultima via nuova!
venerdì 11 settembre 2009
ATTENZIONE. Sulla Cima Cadin di Rinbianco, una frana ha modificato il canale della via di salita!
Da informazioni di prima mano (Giancarlo Pagogna - Tai di Cadore) ho appreso quanto segue. Il canale detritico che sale alla forcella senza nome tra Cima Cadin delle Bisse e Cima Cadin di Rinbianco per l'accesso a quest'ultima, a circa 3/4 dell'ascesa è ostruito sulla destra orografica da una recente frana di enormi massi, che impedisce la prosecuzione. Occorre pertanto spostarsi sulla sinistra orografica, superando un breve tratto roccioso (valutabile intorno al I+/II grado), che richiede un po' di attenzione, specialmente se umido o bagnato. Segnalo di buon grado la novità a chi intendesse salire la solitaria Cima Cadin di Rinbianco, una delle poche vette dei Cadini di Misurina raggiungibile con difficoltà poco più che escursionistiche. La ricordo con soddisfazione anche perché, guarda caso, la mia seconda salita lassù ebbe luogo proprio l'11 settembre di qualche anno fa.
giovedì 10 settembre 2009
Non era un alpinista, ma un uomo di montagna. Un ricordo dell'amico Tino Girardi.
Il 1° aprile 1929 nasceva a Pecol d'Ampezzo Agostino Girardi de Jesuè, un uomo che ha fatto e lasciato molto alla cultura locale. Dal 1965, quando uscì il primo numero di “Due Soldi”, mensile della Cassa Rurale che diresse per quasi 8 anni e nel quale, grazie a vari collaboratori, confluirono cronache, curiosità, documenti, fatti e personaggi d’Ampezzo che rischiavano di essere facilmente dimenticati, fino a poco prima della scomparsa, avvenuta il 9 settembre 2000, Tino studiò la cultura, la lingua, la storia paesana con ingegno, passione e versatilità. Alla sua maniera, certamente disordinata e non sempre affidabile, conobbe e studiò Cortina con lucidità e profondità. Ne sono testimoni, oltre ad articoli e collaborazioni disperse in ogni dove, gli otto fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan" (1989-1994), nei quali raccolse e commentò centinaia di frasi idiomatiche, locuzioni, modi di dire ampezzani vecchi e nuovi, facendo uso di grande cultura e vivace memoria e condendo tutto con ironia ed un bello stile affinato negli anni. Oltre che parente, ebbi modo di essergli amico e collaboratore in qualche avventura editoriale, e lo seguii fino alla fine. Ricordo con piacere e nostalgia le chiacchierate con Tino, le sue conoscenze sugli argomenti più diversi; i consigli che dispensava; le critiche al mondo paesano, osservato con distacco e forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di rilievo, non solo per Cortina. Da lui, fra l’altro, ricevetti l’impulso a studiare i soprannomi di famiglia e a non strafare nell’uso e nella divulgazione dell’ampezzano scritto, che Tino riteneva una forzatura, data la secolare oralità del ladino. Non ho seguito tutti i suoi consigli, ma di tutti ho fatto tesoro. Oggi, a nove anni dalla sua morte, mi piacerebbe poter rivalutare quegli otto fascicoli scritti da Girardi con lentezza e meticolosità, rigorosamente a mano con la stilografica, e che l'autore volle pubblicare in anastatica, sotto forma di modesti quaderni dalla copertina color sabbia. Modesti forse ma ricchi, per l’inesauribile miniera di notizie che contengono e il quadro dell’ampezzanità d’un tempo che compongono con garbo e intelligenza. Prima che la memoria di Tino vada a disperdersi nel vorticoso meccanismo della nostra vita, lancio un’idea: gli si renda in qualche modo il dovuto merito di ricercatore. Penso che Tino possa sicuramente fare compagnia a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini e a tutti coloro che hanno dato dignità alla cultura e alla parlata d’Ampezzo, studiandoli e valorizzandoli. Per non dimenticare.
lunedì 7 settembre 2009
Mangiare in montagna: a proposito delle delizie culinarie pusteresi
D'estate, generalmente non amiamo molto andar per rifugi, e rispetto all’inverno è meno frequente che, nelle nostre escursioni, facciamo tappa espressamente per pranzare in qualche rifugio. Con la neve e i rigori invernali (che ormai non sono troppo lontani ...), come ogni frequentatore delle montagne ci piace finalizzare le camminate alla sosta in malghe o rifugi, per mandar giù qualche cosa di caldo e mettere un piatto gustoso davanti agli occhi e sotto i denti. Dopo anni di frequentazione delle strutture ricettive alpestri nei circondari ampezzano e pusterese, con incursioni anche in Anterselva, Badia, Austria, Cadore, Comelico, non è nostra intenzione stilare una graduatoria in base all’accoglienza, alla simpatia, alla cucina, alle tariffe; sarebbe antipatico e in questa sede poco corretto politicamente. Intendo soltanto comunicare che il metro di paragone che utilizziamo nelle nostre trasferte, d'inverno perlopiù pusteresi perché di qua dal valico del Passo Cimabanche quella purtroppo è una pietanza introvabile, è lo “smorm” ampezzano, ovverossia il “Kaiserschmarren”, la frittata dolce e spezzettata, servita con marmellata di mirtilli rossi o anche frutta sciroppata, che è un’autentica delizia senza essere eccessivamente pesante né calorica. E’ un piatto che, insieme alla minestra d’orzo o ai canederli, ci stuzzica spesso, quando raggiungiamo una malga o un rifugio in provincia di Bolzano. In conformità a quello, generalmente misuriamo il nostro ricordo e la nostra predilezione per quel luogo. La classifica ha un valore puramente interno, ma siccome la memoria ci soccorre abbastanza bene, sono ormai diversi i luoghi nei quali ci rifacciamo volentieri vivi per vari fattori, non ultimo quello gastronomico; perché siamo certi che lì, se non cambia il cuoco, dovremmo sempre trovare uno “smorm” caldo, abbondante, saporito e dolcificato da un’ottima marmellata. Che volete, il camminare d’inverno è godibile anche, spesso soprattutto, per questo!
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