lunedì 26 luglio 2010

Era sicuramente più evocativo l'oronimo antico Crepo de ra Ola, che mi suggerì qualche anno fa Alberto, ex guardacaccia, che non quello attuale di Col Siro! Sto parlando del rialzo cupoliforme, erboso sul versante che guarda la Punta Nera e la Zesta del Sorapis e roccioso su quello opposto. Il Col Siro campeggia isolato sulla Monte de Faloria, e si può salire con una facile e gradevole, quanto quasi sconosciuta passeggiata da Forcella Faloria, a sua volta poco distante dal Rifugio Tondi. Ovviamente, non mi pare valga la pena partire da Cortina con l'intenzione di salire soltanto il Col Siro, anche se in fondo è una cima vera e propria, quotata 2300 m e raggiunta sicuramente ab antiquo da cacciatori e pastori. Ho salito l'ultima volta quella sommità il 20 luglio di due anni fa, ritrovando la rozza croce di rami secchi che avevo lasciato cinque anni prima. Accompagnavo amici milanesi, appassionati escursionisti incuriositi da quello strano toponimo; una volta salita e ridiscesa la cima, completammo la giornata scendendo per la Val Orita fino a Fraina. Mentre tornavamo dalla cupola, una famiglia di escursionisti (che intuii essere catalani) guardava incuriosita. Dopo di noi, i quattro si presero la briga di ascendere anche loro il Col Siro, che di suo offre comunque un vasto, bel panorama sulle crode Ampezzane. Così, in un solo giorno di luglio, la cima si sentì calpestata da dieci persone, un primato che penso assoluto per una cima poco significante e quasi sconosciuta ma che ha anch'essa qualcosa da dire.

Sentiero Federico Terschak, un progetto lasciato cadere

Qualche anno fa proposi a chi di competenza l'eventualità d'intestare (senza spese, né interventi manutentori, se non almeno un paio di cartelli segnaletici) un tratto di sentiero nel circondario montuoso d'Ampezzo ad un alpinista, organizzatore sportivo e scrittore che a mio parere poteva meritare un piccolo cenno di riconoscenza dal paese, Federico Terschak detto Fritz (1890-1977). Mi furono prospettate delle perplessità, poiché Terschak non era ampezzano, e così abbandonai l'idea. È indubbio che Fritz, di padre boemo e madre germanica, era nato a Monaco di Baviera ed aveva vissuto l'infanzia in Val Gardena, ma venne a Cortina già all'inizio del ventesimo secolo, a Cortina sposò l'ampezzana Alda Dandrea e visse sino alla morte. Per la nostra comunità fece tante di quelle cose, da distinguersi senz'altro nell'ambito della popolazione ed essere nominato cittadino benemerito, anche se “non era ampezzano”. Il sentiero che avevo individuato è un viottolo senza nome che dalle Cojinates sale lambendo la parete S del ramo centrale del Pomagagnon, fino a incrociare il numero 202 che sale alla Forcella Pomagagnon. Non ci passano proprio tutti, perché si transita più spesso sulla sottostante stradina di guerra che proviene da Fiames; quel viottolo poteva avere un aggancio storico e alpinistico con Terschak, che sulle pareti incombenti tracciò tre prime salite nel 1910, 1913 e 1926, una delle quali di notevole difficoltà per l'epoca. E poi, non è vero che altri sentieri e ferrate di Cortina, magari per motivi meno sentimentali del mio, portano il nome illustre di uomini non nativi della valle?

Giovanni Siorpaes, guida alpina ampezzana

Il 6 aprile 2009 ricorrevano i cento anni della scomparsa di Giovanni Cesare Siorpaes Salvador, un pioniere delle Dolomiti che sarebbe stato sicuramente interprete di belle pagine dell'alpinismo se, per uno strano quanto ineluttabile destino, la morte non lo avesse prematuramente fermato. Quartogenito della guida Santo Siorpaes e della prima moglie Maria Costanza Apollonio, il Nostro - soprannominato fin da giovane “Jan de Santo” per ascendenza paterna - nacque nella vila di Staulin d'Ampezzo il 18/11/1869. Seguendo il genitore e il fratello Pietro, guida già dal 1887, conseguì a ventun anni l'autorizzazione a svolgere la professione di guida alpina. Iniziò da allora una buona attività sui monti, caratterizzata da una ventina di vie nuove, portate a termine coi più forti alpinisti dell'epoca; quasi metà di esse contribuirono all'esplorazione del gruppo dei Cadini di Misurina. Ripeté inoltre numerosi itinerari fra quelli più in voga sulle montagne ampezzane e nei dintorni, spesso guidando i colleghi aspiranti per aiutarli ad impratichirsi del “terreno di gioco” dolomitico.

1893: il 27 giugno (il 17 luglio, secondo Terschak) Giovanni scortò il collega Mansueto Barbaria Zuprian e il barone tedesco Theodor von Wundt alla scoperta della torre ancora inaccessa che s'impone nel ramo dei Cadini detto “dei Toce”, e da quella località si nota distintamente. La torre, che gli auronzani chiamavano Popena Piciol, riceverà in seguito il nome del primo salitore; la via normale, che raggiunge la vetta da E con difficoltà di II, oggi viene seguita quasi solo in discesa. “... Giovanni Siorpaes, detto “Giàn de Santo” è figlio della vecchia gloria Santo Siorpaes; scalatore di alta classe, “Giàn” farà ancora parlare di sé durante la sua breve vita.” (Terschak, 29).

Un aneddoto storico datato 1893, che riguarda Giovanni. In “Wanderungen in den Dolomiten” di Wundt, ripubblicato dalla Cooperativa di Cortina come “Sulle Dolomiti d’Ampezzo”, una fotografia nel capitolo sul Rauhkofel ritrae uno strapiombo con un alpinista che scende sulla corda, mentre un altro lo osserva. L'immagine è al centro di un equivoco. Alcuni autori, che fraintesero il testo tedesco, identificarono l’alpinista a destra in Mansueto Barbaria, mentre in quello che scende videro Santo Siorpaes. Wundt però non cita mai Santo, ma solo il “Santobua”. “Bua”, casato ampezzano estinto, è la corruzione di “Bube” (“ragazzo, moccioso”), e nel testo la voce è stata tradotta in “il giovane Santo”. All'epoca del Rauhkofel, Santo aveva 61 anni e si era ritirato dall'alpinismo attivo, perciò “il giovane” potrebbe essere uno dei figli: Pietro o Giovanni. Lungi da noi voler defraudare Siorpaes di un'eventuale ultima impresa, che integrerebbe quelle del periodo migliore. Va rilevato invece che spesso nelle ricerche storiche, un termine frainteso può stravolgere fatti di ampio rilievo. La traversata del Rauhkofel non ha mai avuto molti seguaci, anche se l’ambiente è attraente. Fu suggerita da Eckerth nel suo “Il Gruppo del Monte Cristallo” del 1891: Wundt raccolse la sfida e la compì, ma uno dei suoi compagni forse non era Santo, come - equivocando sul tedesco - si è finora creduto.

1894: il 26 agosto, Siorpaes si addentrava ancora una volta fra i Cadini con i fratelli Adolf e Emil Witzenmann di Dresda. Con loro, la guida scalò la parete occidentale della Cima Cadin di San Lucano, la più alta del gruppo, conquistata in solitaria dalla guida auronzana Luigi Zandegiacomo Orsolina, e poi salita in prima “turistica” dall'oste di Schluderbach Georg Ploner, con lo stesso Orsolina, nel 1870. L'itinerario, il terzo aperto sulla Cima, consentì di raggiungerla rimanendo sempre su roccia ed evitando il canalone nevoso della via originaria. In quel periodo, Witzenmann iniziò una minuziosa esplorazione alpinistica dei Cadini, condensata nella prima monografia ufficiale del gruppo.

1895:dopo la prima alpinistica (31/5/1867, Francis Fox Tuckett, Melchior e Jakob Anderegg con Simeone de Silvestro Piovanel di Pecol, già salito in vetta tempo prima), ad attirare i migliori alpinisti era la parete nord-ovest della Civetta, giudicata inscalabile. Il 24/8/1895 Arthur Guy Sanders Raynor e John Swinnerton Phillimore l'affrontarono con Antonio Dimai e Siorpaes, ideando un percorso tortuoso e impegnativo, detto“via degli inglesi”. La via, cui seguirono nel 1906 quella “degli agordini” di Tomè e nel 1907 la “Stewart”, anticipava la direttissima aperta nel 1925 da Solleder e Lettenbauer, la prima via di VI e per anni la più difficile scalata delle Dolomiti.

1896: nell'estate, Jan realizzava quattro prime salite. Il 18 agosto, con Emil Witzenmann e il collega di Sesto Pusteria Johann Innerkofler, salì sul Cristallo dal versante NE: mezzo chilometro di parete con neve, ghiaccio e roccia. Sei giorni dopo la cordata, alla quale si era aggiunto Adolf Witzenmann, conquistò da NE la Torre Sud-Ovest di Popena; a tutt'oggi la via pare sia l'unica tracciata sulla torre. Il 29 agosto le cordate, alle quali partecipava anche l'aspirante Agostino Verzi Sceco, avviato ad un grande futuro, individuavano e salivano un altro campanile vergine dei Cadini, che verrà battezzato Torre Siorpaes. La loro via attacca dalla forcelletta dedicata alla guida; quasi quarant'anni dopo sarà affiancata da itinerari di alpinisti famosi, Ettore Castiglioni ed Emilio Comici. Il 31 agosto, Giovanni concluse la stagione ancora una volta fra i “suoi” Cadini, salendo in prima assoluta la Cima Cadin di Misurina, nell'omonimo ramo che domina il Lago. Con lui c'erano il fratello Pietro, ancora Johann Innerkofler e poi un terzetto illustre: il barone magiaro Lorànd von Eötvös, conquistatore nel 1884 con Michel Innerkofler della Croda da Lago, e le figlie Ilona e Rolanda, che sulle crode d'Ampezzo torneranno, raccogliendo molti successi, fino agli anni '30 del 20° secolo.

1897: l'11 agosto Giovanni risolse un interessante problema alpinistico, la parete NE della Croda dei Toni, una delle cime più imponenti ed eleganti delle Dolomiti. Sono settecento metri di dislivello in vista della Zsigmondyhütte; l'arrampicata si rivelò molto impegnativa, su roccia spesso ombrosa, umida e con tratti ghiacciati, in ambiente severo. Con Jan c'erano di nuovo i fratelli Witzenmann; le guide di supporto erano Arcangelo Siorpaes de Valbona e “O. Dimai”, che non poteva essere Antonio, impegnato proprio quel giorno con Phillimore, Raynor e Giuseppe Colli Paor (guida dal 1884) sulla “Via Inglese” da SW alla Tofana di Mezzo.

1899: è l'anno di tre vie nuove, diverse tra loro e piuttosto impegnative dal punto di vista puramente tecnico. Il 12 agosto Jan ritrovava i Witzenmann. Capitanato da Antonio Dimai Deo (guida dal 1888), il gruppo salì il camino di destra dei due che tagliano la parete sud del Sas de Stria, cima isolata fra il Passo Falzarego e il Valparola. Il camino, dedicato a Dimai, seppure breve, presentò un “tratto liscio, svasato, strapiombante a destra e in fuori” valutato di V, che poco dopo la prima salita sarà munito di un “moncone di corda ferro, sporgente dalla strozzatura superiore”. Il 24 agosto, Giovanni si unì a Pietro Dimai Deo per tornare sulla Croda dei Toni a salirne la gola N con i fratelli russi Arno e Nelly Kirschten. La nuova via si svolge in un ambiente tetro, presentò roccia friabile e molti tratti ghiacciati. Negli anni seguenti i settecento metri della via, che richiesero al quartetto sette ore di scalata, avranno ben poche visite. Il 9 settembre, infine, Giovanni con Dimai, Verzi e i tre fratelli Kirschsten, tracciarono la “variante ampezzano-russa” da SW alla via che, passando per la forcelletta dedicata alle tre guide, giunge in vetta alla Cima Undici nel Popera. L'ascensione richiese in totale cinque ore di arrampicata.

1900: il 24 agosto Siorpaes coinvolse il collega Verzi, per guidare il cliente Felix Pott sulla parete S della Punta della Croce, che affianca a destra la più nota Punta Fiames. La “via originaria” inizia dal ciuffo di mughi detto “i barance del banco” e sale a sinistra della grande fenditura centrale per venti lunghezze, sei delle quali di discreto impegno. Ebbe molto credito negli anni d’oro dell’alpinismo, perché veniva salita spesso dagli aspiranti, guidati dai colleghi più anziani, per imparare le vie classiche, e ebbe le visite di Orazio De Falkner, del Re dei Belgi e di molti altri altri. Il 15 settembre Giovanni si aggirava ancora una volta fra le guglie dei Cadini di Misurina, dove aveva trovato il terreno giusto per esprimere la sua passione e dove tornerà ancora. Con il fidato Verzi, il collega Andreas Piller di Sesto, il barone von Eötvös e le figlie, salì per primo sulla Cima Nord dei Gemelli, nel ramo di San Lucano. Nello stesso mese, sempre nel gruppo dove ormai era di casa, con Antonio Dimai e con le Eötvös Siorpaes conquistava altre due vette nel ramo della Neve, oggi dimenticate dalla storia e dagli uomini. Esse ricordano insieme le valenti guide ampezzane che vi condussero la cordata vittoriosa: sono il Campanile e la Cima Antonio Giovanni.

1901: in agosto (forse l'8), con Dimai, Verzi e le Eötvös, Jan de Santo saliva la parete sud della Tofana de Rozes. La via supera in modo indiretto ma incuneandosi astutamente fra grandi strapiombi, la grande parete che incombe sulla strada di Falzarego. Il tracciato, destinato a diventare un classico che ha migliaia di ripetizioni, si sviluppa per quasi mille metri e richiede grande rispetto anche ai nostri giorni. Cinquant'anni dopo, il 18/1/1953, sarà salito d'inverno in nove ore da tre agguerriti Scoiattoli di Cortina: Lino Lacedelli, Guido Lorenzi e Albino Michielli, e nel 2001, per ricordare il centenario della prima salita, verrà interamente illuminata di notte con le torce.

1902: Jan continuava le sue conquiste. Per la prima delle due vie nuove della stagione tornò nei Cadini. Il 26 luglio, la cordata della Tofana di Rozes, vinse il Gobbo, una piccola e sghemba torre di fronte alla Torre del Diavolo. “E certamente nacque allora l'idea, messa in pratica un anno dopo, di vincere con mezzi artificiali quella superba cima che aveva sfidato l'abilità dei miglior scalatori dell'epoca.” (Terschak, 40). Un mese dopo, Siorpaes e Dimai guidarono un giovane poeta ungherese, Marcel de Jankovics, su un grosso pilastro che balza dal ghiacciaio del Meduce. Era da poco caduto il Campanile di San Marco a Venezia e l'ungherese, con pensiero squisito, volle battezzare la cima con l'augusto nome.

1903: Giovanni bazzicava ancora fra i suoi amati Cadini, per risalire sulla Torre Wundt, che lui stesso aveva conquistato esattamente dieci anni prima. Questa volta toccò al grande camino W, un budello scuro e tortuoso oggi praticamente sconosciuto. Lungo il camino Giovanni condusse il cliente A. Schubert. La via riveste un piccolo rilievo per la storia alpinistica, in quanto ad essa è associato per la prima volta il nome di Angelo Dibona Pilato, che con Siorpaes aveva già effettuato diverse ascensioni e stava compiendo il tirocinio in attesa di ottenere l'abilitazione a guida, conseguita nel 1907. Il 4 agosto, per traversata aerea mediante il getto di una corda dall'antistante Gobbo, Siorpaes giunse con Dimai, Verzi e le baronesse von Eötvös in vetta all'aguzza Torre del Diavolo. L'impresa fu definita da qualcuno “una divertente birichinata”, ma nel mondo alpinistico suscitò una valanga di polemiche, perché si trattava di una conquista ad ogni costo e il metodo usato, se non per le Alpi, era una novità assoluta per le Dolomiti, anzi un'aperta provocazione all'ideologia degli scalatori dell'epoca. Ed una provocazione resterà fino al 1913, quando Hans Dülfer e Willy von Bernuth spuntarono in vetta alla Torre dalla spaccatura che la separa dalla Torre Leo.

1905: il 22 agosto, Giovanni portava a termine l'ultima delle sue vie nuove. Con l'ormai affezionato Adolf Witzenmann e Sepp Innerkofler, caduto dieci anni dopo sulla vetta del Paterno, raggiunse, infatti, la Cima Undici salendo dal Passo della Sentinella lungo la cresta N. La nuova via si svolge a destra del grande canale nevoso lungo il quale, il 16/4/1916, scenderà il Capitano Giovanni Sala con i suoi 38 “Mascabroni”, per occupare rapidamente lo strategico Passo sottostante. Jan de Santo aveva 36 anni, era guida da quindici, nel pieno della maturità e della vitalità alpinistica; purtroppo la sua parabola sarebbe durata ancora per poco tempo.

1909: merita di essere raccontata la beffarda fine della guida, che alla fine del secolo aveva raccolto l'eredità del padre, succedendogli come Imperial Regio Maestro Stradale al Passo Cimabanche; in un certo senso la scomparsa di Giovanni equivalse anche al declino della zona come punto di riferimento per il turismo alpino. Con i risparmi derivanti perlopiù dalla professione e mediante un prestito di 40.000 corone, Siorpaes era riuscito a edificare un elegante albergo sulla Strada d’Alemagna, al cospetto della Croda Rossa. Per merito della guida e del lavoro suo e della moglie Giuditta, l’esercizio acquisì buona fama. Nell’autunno 1908, Giovanni stava guidando un carro a due cavalli vicino all'albergo, quando i quadrupedi, impauriti dall’apparizione di una delle prime automobili circolanti in Ampezzo, s’imbizzarrirono. La guida fu trascinata lungo la strada dal carro impazzito: soccorsa e curata, parve migliorare. Gli strascichi dell’incidente però non tardarono a manifestarsi: nell'inverno Jan si ammalò di polmonite e il in aprile morì, a quarant'anni e con figli ancora piccoli. Il 26/5/1915, due giorni dopo l'inizio della Grande Guerra, pochi e ben piazzati colpi di cannone del Regio Esercito Italiano rasero al suolo l’albergo, che aveva la disgrazia di trovarsi in prima linea; esso non fu più ricostruito. La vedova della valente e sfortunata guida si trasferì a Cortina, dove gestì per molti anni l’Hotel Venezia. La dinastia delle guide Siorpaes Salvador-da Sorabances e la loro epoca, purtroppo, erano giunte al tramonto.

1910: un riferimento bibliografico errato, che si perpetua da ottant'anni, vede Giovanni partecipe di un'ulteriore prima ascensione: quella della parete BW della Croda Rotta, elevazione minore delle Marmarole. La scalata fu compiuta in settembre dalle sorelle von Eötvös; capocordata era, anche questa volta, Antonio Dimai. Secondo le fonti, completavano il gruppo tre guide ampezzane, Agostino Verzi e due Siorpaes. Di costoro, uno era suo cugino Serafino de Valbona; l'altro, citato come “G.”, non poteva essere il Nostro, che purtroppo già da un anno e mezzo dimorava nel mondo dei più.

Sant'Hubertus, la villa scomparsa

La villa di caccia Sant'Hubertus, nei pressi del "Tornichè" di Podestagno, fu edificata sullo scorcio dell'Ottocento per volere di due donne, la contessa Emilia Howard Bury e l’americana Anna Powers Potts, La costruzione dell'edificio o, per lo meno, i progetti e le richieste alla Regola di Lareto proprietaria del terreno, per acquistare un appezzamento sui prati “de Castel”, erano iniziate nel 1896. Le signore avrebbero voluto acquistare 3-4.000 mq di terra, una quantità impensabile per i regolieri, che diedero risposta negativa. Esse allora si rivolsero al Comune, proprietario dei boschi da una decina d'anni, ed ottennero con facilità il permesso di costruire sul rialzo a fianco del tornante, a sinistra della strada che sale a Ra Stua, la villa tanto desiderata. Ai regolieri ampezzani non rimase altro che chiedere il compenso per il mancato diritto di utilizzo dell'erba sui 5200 mq ceduti alle nobili, pretendere il ripristino dei luoghi da cui stata estratta la ghiaia per la costruzione, sulla parte destra della strada, e dei danni subiti dal pascolo. Nel 1898 le nobili ottennero dal Comune anche la concessione per cacciare in tutta la zona N della valle, che mantennero fino al 1908. La casa fu splendidamente arredata e abitata dalla fine del secolo, ma non ebbe fortuna. Dopo una quindicina d'anni venne a trovarsi a cavallo dei due fronti, e i soldati di entrambe le linee la depredarono e la cannoneggiarono senza ritegno, finché non ne rimasero che i ruderi, alcuni dei quali sono ancora tristemente visibili sulla collinetta.

Becco Muraglia, silenzio e solitudine

Un sabato pomeriggio gonfio di pioggia (puntualmente scatenatasi due minuti prima che giungessimo all’automobile), salimmo una cima dolomitica senza importanza, interessante dal punto di vista degli studi storici: il Becco Muraglia, o Beco de ra Marogna. Si tratta del cono roccioso isolato ai piedi del Nuvolao, visibile dalla strada del Passo Giau nei pressi dell'omonima Casera, oppure dal Rifugio Cinque Torri, al quale sta proprio di fronte. Il Bèco è storicamente importante perché costituisce il caposaldo iniziale della Marògna de Jou, la muraglia costruita in due mesi nell'estate 1753 per dividere i pascoli di San Vito di Cadore da quelli ampezzani. Salirlo non è cosa lunga né troppo difficile, anche se la roccia non brilla per compattezza, e la breve gita rimane riservata a chi sia un po’ pratico di terreni impervi. Seguendo le tracce dei selvatici che popolano il bosco sovrastante la SS 638 e internandosi fra i mughi, dopo aver sorpreso una famigliola di caprioli, in 45 minuti dal parcheggio uscimmo sul panoramico colletto erboso che sostiene il versante nord del Becco. La paretina finale (50 m, valutabili di I) è composta di roccia gradinata, ghiaiosa e un po’ friabile ma ugualmente piacevole da salire. Sulla stretta cima coperta di blocchi, dopo 25 anni dalla prima delle mie cinque visite, ritrovai la misera asta di legno con due tabelle di significato poco chiaro, che funge da croce di vetta Il Becco, sulla cui parete E salgono due brevi vie aperte dalla guida Franz Dallago, non ha comunque un grande interesse alpinistico, e la guida “Berti” non lo cita nemmeno. Mi sento di suggerirne ugualmente la salita a chi, volendo spostarsi soltanto per mezza giornata da destinazioni più note e battute, cerchi un angolo lontano dalla “bagarre” turistica agostana, in una zona facilmente accessibile ma poco frequentata e che riserva un silenzio e una solitudine godibilissimi.

Pra della Vacca: brutto nome, bella cima

Nell’estate 2003, girellando tra i monti attorno al Lago di Braies, scoprimmo una cima da consigliare a chi cerca una gita d’impegno limitato in un ambiente riposante: la Kűhwiesenkopf, in italiano Cima Pra della Vacca. Detta anche Franzjosefshőhe in onore dell’Imperatore Francesco Giuseppe, cui in passato era dedicata la croce di vetta, e quotata 2140 m, è l’ultima elevazione verso oriente della dorsale dei Colli Alti, fra Monguelfo e Valdaora. Punto panoramico di prim’ordine sulla conca di Braies e sulle vette che la cingono, fino ai Monti di Casies e alle Dolomiti, ha anche interesse scientifico, poiché vi sono stati effettuati importanti studi geologici. Per salirla, s'imbocca una strada forestale che dal Lago di Braies s’inoltra nel bosco, lambisce l’isolato Riedlhof e si esaurisce in uno slargo, ai piedi di un vasto smottamento. Proseguendo lungo un costone e superando un erto ghiaione, si sale a zigzag ad una sella con antichi fienili, in parte diroccati, sul bordo dell’Alpe Pra della Vacca. Continuando per il pascolo, si taglia verso destra la testata di una valletta e per i ripidi tornanti che da sud s’inerpicano in cresta (sui quali, improvvisamente, ricordo nel 2003 che ci si parò davanti un … ciclista, che scendeva con il suo mezzo su una traccia non più larga di venti centimetri), dopo 650 m di dislivello si tocca la cima, sulla quale campeggia un’artistica croce e da dove si gode una vista amplissima. Per scendere, si può scegliere l’erta traccia che divalla sul versante opposto, lungo il crinale fra la Cima e l’antistante Burgstallereck (Monte Castello di Braies), fino ad un valico erboso. Lungo uno scosceso ed un po’ malagevole vallone alberato, ci si porta alla bella Wöggenalm (Maso di Castello, rustico ristoro) e per strada forestale, sentiero e da ultimo sull’asfalto, dopo circa cinque ore di marcia si rientra al Lago. Sarà stata la solatia giornata d’agosto, l’atmosfera sospesa della zona, o qualcos’altro: il fatto è che il tranquillo anello della Kűhwiesenkopf ci offrì una gita davvero meritevole, che in seguito ripetemmo altre volte.

mercoledì 21 luglio 2010

Campanile Toro, un ricordo

Da alpinisti, possiamo considerare il gruppo degli Spalti di Toro come il “gioiello di famiglia” di Domegge. In una selva di formazioni dolomitiche dove il nome “Toro” si affaccia più volte, richiamando gli spalti sui quali dimorava il mitico Dio Thor, emerge un pinnacolo che funge da simbolo ideale del paese cadorino: il Campanile Toro. Non é più elevato, più massiccio o più impegnativo di tante crode circostanti, ma colpisce l'occhio e la fantasia di chi lo avvicina, e da oltre cent'anni seleziona gli aspiranti salitori, ai quali richiede gambe e fiato soltanto per toccarne i piedi. Soprattutto per chi può ammirarlo dal lato ovest, il Campanile si rivela come un piccolo capolavoro di roccia. Alto circa 160 metri e di forme slanciate, è stato “protagonista” di un lungo film, iniziato agli albori del '900 con la prima salita degli austriaci Berger (che nel 1899 aveva salito con Ampferer il Campanile Basso, icona del Brenta) e Hechenbleikner, e interpretato nell'arco di un secolo da attori illustri. Nel 1906, Piaz vi aprì con Trier la sua via più dura, dove lavorò “per la prima volta con mezzi artificiali”; nel 1930 vennero Stösser e Schutt; nel 1940 i Ragni De Polo, Frescura e Tabacchi; nel 1953 i Camosci auronzani Molin, Pais Becher e Pais Tarsilia con il primo sesto grado; in anni recenti ancora gli alpinisti di Pieve di Cadore, con realizzazioni moderne. Su quell'obelisco, forse, un po' di spazio per nuove scoperte comunque c'è ancora: anche e soprattutto per i giovani alpinisti domeggesi di oggi, che volessero tenere alto il particolare legame del loro paese con il Campanile, ormai affrancatosi dalla “sudditanza” rispetto a quello di Val Montanaia e che, a differenza del cugino, non vede ancora le proprie rocce lisciate da migliaia di passi.
Imbevuti fin dall'adolescenza di buone letture alpinistiche, in primis dai testi di Antonio Berti, negli anni scorsi - progettando le nostre uscite in montagna - non potevamo certamente ignorare la lirica presentazione del Campanile che Berti fece per la guida delle Dolomiti Orientali del 1961: “Si leva, meravigliosamente ardito, meravigliosamente bello, dritto come un obelisco, tra Forcella le Corde e Forcella Cadin. La sua cima non è più ampia di un comune tavolo da salotto. Salito dall'O, per quanto interessante, non è così difficile come potrebbe far supporre la vertiginosità della sua forma: l'ultimo tratto richiede attenzione.” Aggiungiamoci anche altre due qualità: dopo il lungo avvicinamento che, in onore ai canoni dell'alpinismo del buon tempo antico, eravamo disposti ad affrontare, il Campanile prometteva mezza dozzina di lunghezze di corda, attestate solo sul II grado della scala Welzenbach, e l'incontro sul culmine con una campana bronzea, forse oscurata dalla squilla del Campanile di Val Montanaia ma storica come quella, e com'essa oggetto di festosi rintocchi per rendere noto il successo dell'ascensione. Detto questo, chi avrebbe potuto trattenerci?
Intorno a Ferragosto, quindi, partivamo di buon'ora alla volta del Rifugio Padova. Le nostre cordate erano state stabilite la sera avanti: Tomaso con me, Carlo con mio fratello Federico. Nel fresco del mattino, spartitaci equamente sulle spalle l'usuale ferraglia, ci addentrammo nella silenziosa Val Cadin, che dopo una sottile fascia boscosa non lesinò nulla di quanto poteva offrirci: una lunga fiumana di detriti, circondata da una schiera di guglie e torri d'ogni forma e dimensione. Nei valloni di ghiaie, stando sul lato sinistro come indicava Berti e dovendo bilanciare il respiro, le gambe e l'equilibrio, non avanzava tempo per guardare le nuvole: più volte, il circo di pinnacoli che ci attorniava distrasse comunque i nostri pensieri. Accostata la terrazza sotto Forcella Le Corde con un po' di fiatone, dovuto a mille metri di salita su macereti dove decenni di approcci al Campanile non erano bastati a scolpire tracce sicure, uno sbiadito bollo di vernice aiutò noi, come tanti altri, a non sbagliare la mira. Già paghi dell'eccezionale visione, in breve fummo vestiti, calzati e pronti alla salita che, per quanto breve, ci stimolava. Caminetti e paretine di onesta dolomia ci condussero ad una cengia quasi pianeggiante, e come da istruzioni c’inoltrammo verso destra, aggirando uno spigolo. Venne quindi il clou della via: tre camini quasi inastati uno sull'altro, solidi e impegnativi quanto bastava, lungo i quali potemmo porre in opera le raffinatezze opportune. Dall'ultimo obliquo e divertente camino uscimmo sul varco fra le due esili puntine del Campanile. Una clessidra intorno alla quale era annodato uno stinto cordone, insolita finestra sulle Dolomiti d'Oltrepiave, ci offrì un colpo d’occhio quantomeno originale: ormai ci sentivamo la salita in tasca.
Memori comunque del consiglio di Berti, non diminuimmo la soglia d'attenzione: una cordata obliqua lungo una lastra alquanto esposta, un canalino di qualche metro fino ad una spalla, e l'ultimo salto, a due passi dalla cima. Iniziava il pomeriggio di un caldo giorno d'agosto quando, primo dei quattro, calcavo la vetta facendo risuonare con il cuore pieno di gioia la campanella che dal 10 agosto 1952 accoglie i salitori del Campanile. I compagni mi seguirono rapidi ma, in virtù del fatto che la vetta è proprio estesa come un tavolo da salotto (penso però che nei salotti di un tempo i tavoli fossero più grandi di quelli odierni…), la seconda cordata dovette adattarsi a sedere ai piedi dell'ultimo salto, cosicché l'immancabile ”Berg Heil” fu soltanto vocale. Il panorama dal culmine di quella colonna posata in mezzo a cime, forcelle, valloni si mostrò superbo. Vedevamo il Rifugio Padova, disteso oltre un chilometro sotto di noi nella radura di Pra di Toro, del quale emergeva il minuscolo tetto rosso, e poi decine di rilievi degli Spalti e Monfalconi ai quali non sapevamo assegnare un nome, e via via montagne sempre più lontane, in un avvicendarsi di piani e d’orizzonti intercalati da sole e da nuvole ed acquerellati d’azzurro, bianco, grigio e verde.
Solitamente sulle cime dove salivamo, una volta concluse le fatiche e tempo permettendo, era usuale un lungo momento di rilassamento; sul Campanile però lo spazio è quello che è, e più di uno anelava già ad una birra fresca in Rifugio. Dopo aver affidato con soddisfazione i nostri nomi al libro di vetta, apprestammo quindi le tre o quattro calate in doppia, che ci permisero di tornare velocemente e senza intoppi alla base di quella che ritengo fra le guglie più interessanti su cui sono salito. Nessuno lo diceva apertamente, ma sicuramente tutti e quattro eravamo entusiasti di aver fatto conoscenza col Campanile Toro, che ci aveva regalato un'ascensione facile ma splendida.
Ci buttammo veloci lungo i polverosi detriti della Val Cadin, che la forza di gravità ci rese quasi piacevoli e, una volta riguadagnato il punto di partenza, festeggiammo a dovere la nostra modesta impresa alpinistica. Il rientro non ebbe storia: la storia venne dopo, quando commentavamo con gusto i momenti topici della giornata, ricordavamo il luogo superbo ed avviavamo altri progetti per i giorni a venire. Dieci mesi più tardi, incuriositi dal fatto che, in fondo, andavo magnificando soltanto una via normale, due amici mi chiesero di tornare sulla guglia, dove – anche se ormai avevo perso il gusto della scoperta – riprovai ancora molta soddisfazione. Sfogliando il quaderno della cima lessi che, dopo di noi, lassù si era spinto un unico altro alpinista, un friulano solitario. Questo per dire la scarsa frequentazione del Campanile in quegli ultimi anni del secolo, accresciutasi successivamente per merito dei festeggiamenti del centenario, che ricorse nel 2003.
Oggi conservo la salita del Campanile Toro nella “directory” dei ricordi alpinistici più nitidi e cari. In mezzo a decine di altre belle giornate dolomitiche, l'occasione di rivedere ancora quel luogo non si è più ripetuta, e ormai i tempi non sono più quelli. In ogni modo mi lusinga pensare che, polmoni e garretti permettendo, qualora se ne presentasse l'occasione, non mi sottrarrei all'idea di rivivere le emozioni d'allora, e ascoltare di nuovo il richiamo della bronzea squilla sul “tavolo da salotto” nel cuore degli Spalti di Toro, che per noi segnò il culmine di una memorabile giornata.

lunedì 19 luglio 2010

La Val Orita, luogo che sa d'antico

Forse, con inverni nevosi come l'ultimo, si potrà percorrere ancora, e per questo ne scrivo. Fino a circa trent'anni fa, una delle scialpinistiche più gettonate d'Ampezzo era la Val Orita. La valle, nota già a Paul Grohmann, è colma di ghiaie e detriti e nasce a 2500 metri circa alla base della crollante Croda Rotta, nel gruppo del Sorapis. Aggirato il basamento di quest’ultima, declina ripida verso la Valle del Boite, terminando dopo oltre un chilometro di dislivello nei pressi di Acquabona, a sud di Cortina. Con neve sufficiente, la discesa per la valle, che iniziava ai Tondi di Faloria e terminava ad Acquabona o a Fraina, era una gita divertente, di medio impegno, in un ambiente non affollato. La scarsità del manto nevoso e le alte temperature che ci hanno afflitto per anni, soprattutto in primavera, l'avevano fatta quasi dimenticare. Chi la discese, soprattutto negli anni ’40-’50, ricorda ancora comici capitomboli tra fitti mughi alti quasi quanto un uomo! Oggi la Val Orita viene scesa a piedi (non da molti: a chi scrive piace farla ogni tanto) per il sentiero 214, che s’immerge nei mughi per quasi due ore, consente di scorgere qualche animale e inediti panorami, camminando in tranquillità. Se gli inverni non saranno più quelli di una volta, dunque, il fuoripista Tondi - Acquabona potrebbe restare solo un ricordo per chi l’ha fatto, o un appuntamento mancato per chi colleziona discese in ogni dove. Così 'San da Ran, Dòna Dindia, il Dio Silvano, la pittrice del Faloria, i ventisette piccoli elfi di Ranpognei e le altre creature che popolano i boschi della zona, vivranno tranquille e indisturbate...

domenica 18 luglio 2010

Croda Rossa d'Ampezzo, prima invernale della via normale

Nonostante sulla cima della Croda Rossa d’Ampezzo, durante la Grande Guerra fosse stato installato dall’esercito Austro-Ungarico un posto d’osservazione, che è pluasibile servisse ai militari durante tutto l’anno, la prima salita invernale ufficiale della grande montagna fu portata a termine solo ottnat'anni dopo, nel secondo dopoguerra. Il 9/3/1953, infatti, gli ampezzani Lino Lacedelli, Ugo Pompanin, Guido Lorenzi, Albino Michielli, Angelo Menardi Milar (Segretario della locale sezione del CAI e appassionato alpinista) portarono a termine in una giornata l’ambita ascensione, partendo dalla Val Montejela e seguendo il canalone ovest, salito da Paul Grohmann con Angelo Dimai Deo e Angelo Dimai Pizo nell’estate 1865, interrotta “a due passi dalla cima” per un errore di prospettiva e felicemente conclusa il 20/6/1870 da Edward Robson Whitwell con Christian Lauener e Santo Siorpaes. Prescindendo dalle difficoltà tecniche dell’ascensione, che in ogni caso, in presenza di neve e ghiaccio, diventano spesso ostacoli molto seri, la prima invernale della Croda Rossa, che non risulta citata dalla stampa del tempo, fu un’impresa di un buon valore. L’ultima invernale sulle grandi montagne del comprensorio ampezzano fu ripetuta anche in seguito (la seconda salita è opera di Marino Dall’Oglio, accademico del CAI e profondo conoscitore della montagna, salito con la consorte Klara nel 1967), e forse fu meno complicata di quell’estiva, giacché di solito il freddo rinsalda i sassi mobili e rende più sicura la roccia della Croda, nota per la sua inquietante consistenza che ne allontana ancora oggi molti aspiranti salitori.

Scoglio di San Marco, montagna minore

Nelle nostre perseveranti escursioni alla scoperta di recessi non troppo conosciuti e meno affollati possibile, dall’estate 2006 abbiamo scelto di dirigere, finora per sei volte, i nostri passi verso un’elevazione della quale, fino a qualche tempo fa, poco o nulla sapevamo, pur trovandosi a breve distanza dalla conca d’Ampezzo.
Questo perché, seppure la sommità risalti bene da varie angolature nei dintorni, la via d’accesso, realizzata da fanti e mitraglieri della Brigata Marche durante la Grande Guerra e poi trascurata per decenni, fino all’anno scorso non era agibile.
Essa è stata riscoperta, meritoriamente ripulita e segnalata con misura dai volontari del CAI di Auronzo, che hanno dedicato il sentiero a Silvano De Romedi di Treviso, scomparso non ancora cinquantenne nel 2005.
La cima in questione è lo Scoglio di San Marco (2005 m.), cupola ricoperta di fitti mughi e solcata da un lungo camminamento, che fa da contrafforte alla nota e frequentata Croda de l’Arghena, proprio alle pendici delle Tre Cime di Lavaredo.
Oltre a notevoli pregi ambientali, lo Scoglio di San Marco alletta l’escursionista curioso perché – e ciò traspare chiaramente dal nome – costituì per secoli l’avamposto della Repubblica di Venezia più avanzato verso il Tirolo, e tuttora marca il limite fra le terre cadorine e quelle sudtirolesi. Nella valle ai suoi piedi, poi, si trova il cippo confinario del Sasso Gemello, anch’esso meritevole di una gradevole passeggiata.
La soluzione migliore per salire sullo Scoglio prevede di lasciare l’automobile nei pressi dell’agriturismo di Malga Rinbianco, al quale si giunge dal casello della strada delle Tre Cime per una comoda rotabile sterrata.
Sotto la malga s’imbocca il sentiero, che scende tranquillo per pascoli e bosco, quindi si destreggia senza eccessivi strappi in un morbido lariceto e risale la baranciosa Costa dei Lares. Dopo 300 m di dislivello e 75' di cammino, si spunta sulla piatta sommità dello Scoglio, incisa da una trincea tutta ripulita e percorribile.
Oltre un passaggio terroso, un po’ scosceso ma munito di una fune, la trincea converge in una breve, umida galleria. A sua volta, questa schiude l’accesso ad un osservatorio, scavato sulla “prua” dello Scoglio, di fronte al Monte Piana e al Monte Rudo. Dall’osservatorio, in cui sono collocati un Leone di San Marco di gesso e il libro di vetta, si dominano la Val Rinbon, Landro, altre cime ed orizzonti vicini e lontani.
Adatto per una passeggiata di poco più di mezza giornata, il “rinato” Scoglio di San Marco merita una certa considerazione per varie ragioni. In primis, per la storia che vi fu scritta dal 1500 alla Grande Guerra; poi per la natura aspra e selvaggia in cui s’inscrive, il panorama che offre e il silenzio delle sue pendici, che si allungano fino alla soprastante Croda de l’Arghena lasciando scoprire un faticoso collegamento.
Soprattutto quest’ultima qualità, il silenzio montano, oggi merce ricercata in seguito all’inevitabile, pacifico dilagare del turismo in ogni angolo, è il dono che gustiamo di più e la peculiarità che vorremmo distinguesse anche lo Scoglio, sempre.