martedì 3 febbraio 2009

Un sentiero per ricordare

Qualche anno fa un’encomiabile operazione di restauro, attuata dalla squadra della guida alpina Armando Dallago, ha riportato all’attenzione di coloro che camminano nella natura soprattutto per goderne la grandezza, un sentiero che stava cadendo nell’oblio: il n. 443, dal Passo Giau al Rifugio 5 Torri. La sistemazione è stata resa possibile grazie alla magnanima donazione alle Regole d’Ampezzo, disposta per legato da una giovane immaturamente scomparsa, che ha inteso lasciare memoria di sé fra le amate crode ampezzane. E’ nato così il Percorso naturalistico “Cinque Torri Passo Giau” o Sentiero “Francesca Brusarosco”. L’itinerario, articolato in due anelli di lunghezza differente in base all’idoneità e alle esigenze degli utenti, ha trovato poi naturale complemento e divulgazione in un libretto di 80 pagine, ricco d'immagini del recesso in questione, curato da Stefanella Caldara e edito dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. Il libretto, compilato a dieci mani da Angela Alberti (storia), Michele Cassol (fauna), Michele Da Pozzo (flora), Cesare Lasen (vegetazione), Chiara Siorpaes (geologia), fornisce un’immagine esaustiva e seducente delle cospicue peculiarità naturalistiche e culturali che emergono, solo ad una più attenta lettura, dal territorio montano. Nel caso di specie, si tratta della plaga, ancora piuttosto integra, che si allunga fra i pascoli di Giau, in Comune di San Vito di Cadore, e la zona di Potor, nota da oltre un secolo a “touristi” e rocciatori per le possibilità di scalate offerte dalle 5 Torri. Grazie ai perspicaci interventi dei collaboratori e alle fotografie, molte delle quali inedite dal punto di vista prospettico, si disegna così, con estrema accuratezza, una porzione d’ambiente dolomitico ricca di peculiarità, sotto e sopra il piano di calpestio. In tanti quarant’anni di vagabondaggi, quante volte abbiamo percorso il sentiero che cinge la misteriosa zona del Forame, in uno o nell’altro verso? Quante volte ci siamo attardati, anche a sera, a spiare le marmotte nei pressi del Ru de Sora? Quante volte siamo saliti sul Bèco de ra Marogna, buttando l’occhio a 360 gradi e chiedendoci come si chiama quella valle o piuttosto quel bosco là? Quante volte ci siamo domandati perché esistono (e ora, anche, tristemente cadono) le Torri d’Averau, teatro degli esercizi giovanili di scalata? Grazie alla generosità di Francesca, ai lavori di Armando e soci e al documentato volumetto illustrativo, ora possiamo dare qualche risposta alle nostre curiosità. Un’unica cosa, salvo il sacro, ci sia permesso di annotare, terminando questo pezzo. Ci dispiacerebbe che, per denaro o meno, in futuro la conca d’Ampezzo brulicasse di sentieri, luoghi od altri frammenti d’ambiente, intitolati a pur emeriti mecenati. Altrimenti, che dovremmo dire di generazioni di “britères”, cacciatori, contadini, guide alpine, legnaioli, pastori e altri che intrisero l’ambiente di sudore, lacrime e sangue, divulgandone la conoscenza in punta di piedi, per consegnarci oggi la stupenda realtà nella quale viviamo?

Nessun commento: