lunedì 31 maggio 2010

Cimabanche, regno del grande Santo

Il toponimo Cimabanche è l’infelice traduzione dell’ampezzano Sorabances, in tedesco Im Gemärk. Esso si riferisce all’area intorno alla sella, costituita in vari punti da lastroni inclinati (bànces), che si devono superare per passare dalla valle d’Ampezzo a quella della Rienza-Rienz. Identifica il valico stradale a 1530 m di quota che fa da spartiacque fra la Rienza e il Boite, attraversato dalla SS51 di Alemagna ed equidistante (15 km) dal Comune di Cortina d’Ampezzo e da quello di Dobbiaco.
Del luogo si trova cenno fin dal Medioevo: proprio sul valico, infatti, “il 7 maggio 1347 Federico Savorgnano coi patriarchi d’Aquileia e i cadorini sconfisse le milizie dell’imperatore Lodovico, condotte dal Brandenburghese”, e in un documento del 7 agosto 1448 esso viene citato con il toponimo Summobanchi e Summebanche.
Fino al 1918 Sorabances segnò il confine fra la comunità ampezzana (tirolese, ma di lingua italiana) e quella di Dobbiaco (tirolese di lingua tedesca). Con il passaggio di Cortina all’Italia è divenuto il limite politico-linguistico fra i territori veneto e sudtirolese, fra la Provincia di Belluno e quella di Bolzano: due mondi vicini ma del tutto diversi.
Attorno al Passo si estende una spianata di proprietà della Regola Alta di Lareto, denominata Pian de Sorabances. In essa confluiscono due torrenti: il Ru dei Chenope, che scende dall’altopiano di Pratopiazza-Plätzwiese e si getta nella Rienza, e il Ru Pra del Vecia, che ha origine a Forcella Verde e confluisce nel Boite.
Un tempo, inoltre, il Pian era occupato da un cimitero militare austriaco, in cui erano numerose le sepolture di soldati musulmani, rivolte verso la Mecca.
Oggi nell’area sorgono una cantoniera disabitata, un Bar Ristorante stagionale, la stazione dell’ex Ferrovia delle Dolomiti usata come abitazione e due edifici di legno. Vi dimorano stabilmente due persone, e il luogo fa spesso notizia, poiché è uno dei più gelidi dell’arco alpino: d’inverno, si toccano anche i -25°.
Oltre un secolo fa invece, nella cantoniera – a due ore e un quarto di carrozza da Cortina - regnava un uomo, rimasto una leggenda nella storia dolomitica: Santo Severino Siorpaes, soprannominato Salvador ma più noto come Santo da Sorabances.
Nato il 2/5/1832 nel villaggio di Staulin e spentosi nella sua casa di Maion a causa di “angina pettorale” il 12/12/1900, Santo fu guardia forestale, Imperial Regio Maestro Stradale, ma fu soprattutto una rinomata guida alpina.
Appartenne alla schiera delle guide della leggenda e, fra le prime, fu certamente la più dotata dal punto di vista tecnico. Da accanito cacciatore di camosci (come il più giovane collega Michele Innerkofler di Sesto, con il quale gareggiò sulle cime e nei racconti di caccia), acquisì una vastissima conoscenza delle crode ampezzane, estesa anche ai monti dell’Austria e della Svizzera, fino al Cervino.
Di lui parlò e scrisse Paul Grohmann, e più tardi altri pionieri dolomitici (Whitwell, Utterson Kelso, Tuckett). Tutti gli alpinisti che lo ingaggiarono come guida per la conquista di cime delle Dolomiti, ne lodarono sempre le capacità di scalatore, la spiccata umanità e il carattere gioviale ed allegro.
L’inizio della sua carriera ufficiale di guida si fa risalire al 29/8/1864; quel giorno, con Francesco Lacedelli da Meleres e Angelo Dimai Deo, il giovane Santo accompagnò Grohmann alla conquista della Tofana di Rozes.
Nel ventennio seguente, realizzò una trentina di prime salite in Ampezzo, sulle Pale, in Marmolada, sulle Alpi Carniche: tra esse il Cristallo (1865), il Piz Popena, la Croda Rossa d’Ampezzo e il Cimon della Pala (1870), il Becco di Mezzodì e il Cimon del Froppa (1872), il Duranno (1874), la Pala di San Martino (1878).
A cinquant’anni si ritirò dall’agone, ma ancora nel 1895 fu ingaggiato da clienti, con i quali salì il Piz Popena lungo la via che aveva aperto venticinque anni prima, insegnando nel frattempo il tracciato al nipote Arcangelo, guida autorizzata da poco.
Dei suoi figli, due seguirono con eccellenti risultati le orme paterne. Il maggiore Pietro (detto Piero de Santo, 1868-1953), abile armaiolo, fu guida dal 1887 al 1903 e in seguito guardacaccia al servizio delle nobildonne Anna Powers Potts ed Emily Howard Bury, proprietarie della Villa Sant’Hubertus al Tornichè di Podestagno.
Tra le prime salite di Piero, ricordiamo la Cima Eőtvős nei Cadini di Misurina (1887, con ignoto), la Rocchetta Alta di Bosconero e il Sasso di Tovanella (1893, con Jeanne Immink, P. Lichtenberg e Sepp Innerkofler), la Punta Michele sul Popena (1894, con Wenzel Eckerth e Sepp Innerkofler).
Il fratello Giovanni Cesare (Jan de Santo, 1869-1909) fu guida dal 1890, cantoniere come il padre e albergatore. Gli è attribuita una ventina di prime salite, compiute coi colleghi Antonio Dimai Deo, Agostino Verzi Sceco e anche Angelo Dibona Pilato.
Tra i tanti clienti, Giovanni condusse alla scoperta dei monti d’Ampezzo il barone von Eőtvős, le figlie Rolanda e Ilona, Adolf Witzenmann, John S. Phillimore e Arthur G.S. Raynor. Con loro scalò la parete nord del Civetta (1895), la Torre Sud Ovest di Popéna (1896), la Croda dei Toni (1897), la Tofana de Ròzes da sud (1901).
Il Campanile e la Cima Antonio Giovanni nei Cadini di Misurina, salite il 1° settembre 1900 con le baronesse von Eőtvős, ricordano Giovanni ed Antonio Dimai.
Merita un cenno la crudele fine della guida, succeduta agli inizi del ‘900 al padre nell’incarico di Imperial Regio Maestro stradale, che in un certo senso equivalse anche al graduale declino di Sorabànces come punto di riferimento turistico ed alpinistico.
Utilizzando i risparmi accumulati perlopiù con la professione di guida alpina e un prestito di 40.000 corone, Jan de Santo era riuscito a costruirsi un elegante Hotel sulla Strada d’Alemagna, al cospetto dell’imponente Croda Rossa d’Ampezzo.
Per merito della guida e del lavoro suo e della moglie Giuditta (Ita), l’esercizio acquisì una certa rinomanza come base per soggiorni, escursioni e salite nella zona.
Nell’autunno 1908, Giovanni conduceva un carro a due cavalli vicino a casa, quando i quadrupedi, impauriti dall’apparizione sulla strada di una delle prime autovetture in circolazione nella Valle d’Ampezzo, s’imbizzarrirono.
La guida fu trascinata per la strada dal carro impazzito: soccorsa e curata, pareva guarita. Gli effetti dell’incidente però non tardarono a manifestarsi: in primavera Giovanni si ammalò di polmonite e il 6 aprile 1909, non ancora quarantenne, morì.
Nei primi giorni della Grande Guerra, pochi e ben sistemati colpi di cannone dell’Esercito Italiano rasero al suolo l’Albergo Cimabanche, che non fu più ricostruito. Ita, vedova del valente e sfortunato Jan, assunse la gestione dell’Albergo oggi chiamato Venezia a Cortina, che mantenne coraggiosamente per molti anni. La dinastia delle guide Siorpaes e la loro epoca, però, erano definitivamente tramontate.
Nei dintorni del Passo, le escursioni che si possono intraprendere non sono moltissime, ma quelle fattibili rivestono molteplici motivi d’interesse.
Subito alle spalle dello Chalet, inizia la silenziosa Val Pra del Vecia, rinchiusa fra i dirupi del Forame e la Cresta di Costabella-Schőnleitenschneide, che sale a Forcella Verde, duramente contesa da italiani ed austriaci durante la Grande Guerra.
Dalla minore Forcella Gialla, che uno strategico torrione quotato 2455 m. separa da quella Verde, inizia il “Sentiero attrezzato Renato De Pol”, ricostruito nel 1974 sui resti di un percorso militare italiano che valica le Punte del Forame de Fora e scende verso Rufiédo attraversando luoghi disseminati di resti del conflitto.
A metà valle, un sentiero segnalato ma non facile consente di salire la Cresta di Costabella, dove gli opposti eserciti si batterono sanguinosamente soprattutto nel 1915, fino alla vetta (2722 m.), che svela un maestoso panorama verso il Cristallo.
Un altro sentiero, poco segnato e piuttosto impegnativo, scende da Forcella Verde per il Valon del Forame verso Ospitale, e lungo il Pian del Forame giunge all’ex Ferrovia delle Dolomiti, lungo la quale si torna in breve a Sorabances.
A lato della cantoniera, s’inoltra invece la quieta Val dei Chenòpe-Knappen-fusstal, che ha preso il nome dal tedesco Knappe (minatore), perché fin dal XIV secolo era percorsa dai minatori pusteresi che si recavano a lavorare nelle miniere del Fursil e Col Piombin, presso Colle Santa Lucia.
Lungo la valle, chiusa sul bordo sinistro orografico dal Col Rotondo dei Canopi-Knollkopf, meta di una semplice escursione da Pratopiazza, e dall’altro dai salti baranciosi della Costa del Pin (confine tra Ampezzo e Dobbiaco), sale una comoda mulattiera militare. Essa termina sulle dolci ondulazioni dell’altopiano di Pratopiazza, dove due rifugi, due malghe e un Hotel sono in grado di ristorare da ogni fatica.
Una breve passeggiata d’interesse storico si può compiere infine sulle ghiaie basali del vallone di Colfiedo, dove sono visibili i resti dell’imponente sbarramento difensivo apprestato dall’Esercito Italiano in previsione della Seconda Guerra Mondiale.
Con queste note mi auguro di poter persuadere anche la persona più distratta che Sorabances, che spesso ammiriamo velocemente dall’ automobile mentre ci dirigiamo altrove, non è solo un limite geografico fra due Comuni, due Province e due Regioni, ma è soprattutto un luogo ricco di memorie storiche, alpinistiche e turistiche che meriterebbero senza dubbio di essere conosciute ed studiate a fondo.

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